1480 Alberto Azario Articoli
8 agosto, 2018

La -Terra Mala- dalla Campania si sposta al Nord Italia

Entrata nell’immaginario collettivo come Terra dei Fuochi, la “Terra Mala”, terra cattiva tra le province di Caserta e Napoli famosa per i milioni di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente e interrati nel suo territorio non si limita ad esistere solamente nei territori Campani. Recenti inchieste ci rivelano, infatti, che uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese, con dinamiche simili, si sta “presentando” anche in altri regioni italiane: dal Friuli Venezia Giulia fino al Piemonte, passando per la Lombardia, sempre più spesso si verificano roghi di immondizia, tanto che il fenomeno ha i contorni di una vera e propria “terra dei fuochi del Nord”. Dello scempio del territorio campano, probabilmente iniziato alla fine degli anni ’80 quando venne stipulato un diabolico patto tra politici, camorristi, mafiosi e servizi deviati per sotterrare milioni di tonnellate di rifiuti tossici, si è cominciato a parlarne nel febbraio 1991 quando, per caso, un camionista proveniente da Cuneo venne colpito da alcune gocce di un liquido corrosivo che portava nel suo mezzo all’interno di 571 fusti di rifiuti tossici pronti ad essere riversati nella campagne di Sant’Anastasia, a Nord di Napoli. Oggi scopriamo che l’incidenza dei tumori in quel territorio, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del gennaio 2016, negli uomini è superiore dell’11% e nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale: sono state riscontrate, inoltre, patologie precise che possono colpire ogni fascia d’età. Dati che non possono lasciare indifferenti ne sottovalutati sopratutto ora che il fenomeno si sta spostando anche al Nord Italia.

C’è puzza di bruciato dietro l’escalation di incendi sospetti che ormai da anni divampano in centinaia di impianti di gestione dei rifiuti da Nord a Sud. Sullo smaltimento dei rifiuti speciali, quelli più pericolosi per la salute, è probabilmente in corso un’autentica guerra: negli ultimi tre anni, specialmente al nord (Lombardia in testa) ma anche nel resto della penisola, più di 250 impianti di trattamento, stoccaggio o deposito dei rifiuti speciali hanno preso fuoco, mandando in fumo macchinari e in circolo veleni di ogni sorta. Il fenomeno ha interessato tutta la filiera del rifiuto, dal prelievo allo stoccaggio, dal trattamento al riciclo e riutilizzo, ma a colpire è il fatto che solo il 10% dei roghi è avvenuto nelle discariche e ben il 90% in impianti di selezione, trattamento e stoccaggio. In particolare quelli medio piccoli, meno soggetti ai controlli, di più agile autorizzazione, ma in grado di accogliere grandi quantità di rifiuti che, se accumulati e incendiati, possono dare luogo a roghi della durata di settimane. Per giunta il 40% degli incendi è avvenuto nelle regioni settentrionali: quattro roghi su dieci sono stati registrati al Nord e nell’ultimo anno in Lombardia è divampato un incendio al mese. Dai dati raccolti (tra Arpa - l’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale, procure della Repubblica e Vigili del fuoco) e su cui la commissione bicamerale di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti (giornalisticamente nota come commissione “Ecomafie”) ha svolto approfondimenti si contano in regione 33 episodi, la maggioranza dei quali distribuiti nelle province di Milano (8), Brescia (7) e Pavia (6). Roberto Pennisi, magistrato della Dna, sul punto è stato esplicito: “Bruciare è la migliore scorciatoia, quando vuoi guadagnare di più”. Così i siti di stoccaggio vengono riempiti di materiale. Poi scoppia invariabilmente un incendio e tutto finisce in fumo. Velenosissimo, tanto da far evacuare di volta in volta centinaia, anche migliaia di residenti nell’area interessata dal rogo di turno.

Il flusso dei rifiuti, che una volta venivano spediti dal Nord al Sud del Paese, ha registrato un’inversione, dovuta alla presenza al nord di strutture di smaltimento migliori: 2.700 in Lombardia e 1.500 in Veneto ad esempio. Cosa che porta molti impianti ad avere un carico eccessivo di rifiuti, ben oltre il limite consentito per un certo deposito. Spediti nei siti di destinazione finale spesso questi rifiuti non vengono gestiti in modo corretto, saltano le regolari tappe di smaltimento intermedie, e finiscono abbandonati o bruciati senza subire i corretti trattamenti previsti dalla legge. Nasce così una zona grigia di illeciti e non rispetto delle norme che trova ragione in presenza di un ciclo dei rifiuti che non funziona e che non ha impianti funzionanti sufficienti. Perché se tra le motivazioni degli incendi può esserci la cattiva gestione dei rifiuti negli impianti, è altrettanto vero che gran parte di questi roghi è di natura dolosa. Alcuni stabilimenti potrebbero, infatti, stoccare anche materiali per i quali non sono autorizzati, come i rifiuti pericolosi o rifiuti derivanti dal traffico illegale. Chi non ha le carte in regola, insomma, potrebbe essere tentato dal fuoco. E così, in una filiera sempre più in sofferenza, trovano spazio iniziative illegali ed eco-mafie: i rifiuti sono stipati in capannoni abbandonati - sempre più numerosi a causa della crisi economica - e lì poi vengono lasciati o incendiati, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche come la diossina. Come fa notare la Commissione: “Il fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento dei rifiuti […] sposta necessariamente l’attenzione di tutti i soggetti attivi nella difesa della legalità ambientale dal tema “classico” della combustione illecita di rifiuti […] al tema dell’interdipendenza tra eventi incendiari e mancata corretta chiusura del ciclo dei rifiuti”.

Ad aggravare una situazione già critica è giunta inoltre anche la decisione della Cina di bloccare da gennaio l’importazione di rifiuti plastici provenienti dall’Europa. Un peso da sopportare non indifferente, se si considera che, nel 2016, la Cina ha importato oltre 7 milioni di tonnellate di questi rifiuti, il 70% della produzione mondiale. I flussi di materie che prima andavano all’estero ora restano nel nostro Paese. E anche se mancano gli impianti in qualche modo devono essere smaltiti. Purtroppo c’è chi sceglie ancora come mezzo primario per smaltire i rifiuti proprio il fuoco.

Alberto Azario