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3 gennaio, 2019

Arriva la conferma dall’UE, un futuro senza plastica ci attende

Secondo un recente studio OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), oggi al mondo solo il 15% della plastica è riciclata, il 25% viene incenerita, il 60% finisce nell’ambiente. Percentuali queste che potrebbero  presto, ci si augura, cambiare in meglio. Nella normativa contro l’inquinamento da plastica l’Europa fa netti passi avanti: Parlamento e Consiglio europeo hanno, infatti, raggiunto un accordo politico provvisorio sulle nuove norme proposte dalla Commissione europea per contrastare i rifiuti plastici alla fonte. L’obiettivo principale, come già detto, sarà di ridurre al minimo il danneggiamento dell’ecosistema, che ad oggi rappresenta un problema molto grave non solo per noi esseri umani, ma soprattutto anche per gli animali, riducendo al minimo la produzione di nuova plastica monouso. Si porrà, quindi, il divieto di commercializzare alcuni prodotti di plastica avendo alternative facili e disponibili, ma soprattutto accessibili, così che questi prodotti verranno esclusi dal mercato. Vengono banditi in questo modo i 10 prodotti in plastica monouso che più si trovano nelle spiagge e nei mari europei (come cotton fioc, posate usa e getta, aste per palloncini, buste, contenitori per alimenti e per bevande), sostituiti finalmente da altri fabbricati con materiali sostenibili per gli stessi scopi. Secondo le nuove regole gli stati europei dovranno, quindi, attuare nuovi piani sia per riciclare il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2025 sia per fare in modo che i produttori di attrezzi da pesca possano garantire che almeno il 50% di tali attrezzi venga raccolto ogni anno. Proprio le reti da pesca abbandonate ed altri attrezzi “fantasma” costituiscono, infatti, causando ingenti danni agli habitat marini, quasi la metà dell’inquinamento plastico complessivo dei nostri oceani. Le aziende produttrici dovranno contribuire, inoltre, alla gestione sostenendo i costi di bonifica dei rifiuti sensibilizzando i cittadini membri per quanto riguarda l’impatto negativo che questi prodotti hanno sull’ambiente e per migliorare la gestione dei rifiuti nel migliore dei modi. Per alcuni prodotti, infine, esisterà un’etichetta ben chiara che indicherà come dovranno essere smaltiti con l’impatto negativo sull’ambiente e se ci sarà presenza di plastica. L’accordo provvisorio raggiunto lo scorso 19 dicembre seguirà il suo iter legislativo e , se non ci saranno rallentamenti, finirà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea che per quanto riguarda gli Stati membri verrà recepita non oltre due anni dopo la sua pubblicazione e approvazione finale.

A European Strategy for Plastics in a Circular Economy è il nome dell’iniziativa europea lanciata a gennaio 2017 e volta a proteggere il nostro ambiente dall’inquinamento da plastica. I rifiuti di plastica costituiscono un problema enorme per il mondo intero e l’UE nel suo complesso con questo testo ha dato una prima prova di vero coraggio nell’affrontarlo, assumendo un ruolo di primo piano a livello mondiale contro i rifiuti di plastica nei mari. Le soluzioni adottate oggi incarnano, inoltre, la naturale continuazione di quel processo  già iniziato e volto a far progredire gradualmente, attraverso una scelta economica e ambientale intelligente, la nostra economia verso un modello più sostenibile e realmente circolare. Se le nuove misure inserite nell’iniziativa europea verranno seguite si aspettano, inoltre, risvolti positivi sia in campo economico sia ambientale: ad esempio si eviterà l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente; si scongiureranno danni ambientali per un costo equivalente a 22 miliardi di euro entro il 2030; e si genereranno risparmi per i consumatori dell’ordine di 6,5 miliardi di euro.

Il passaggio ad una reale e funzionale economia circolare porta con sé l’introduzione di nuove possibilità di innovazione, competitività e creazione di posti di lavoro. Lo dimostrano studi recenti sul tema (come il rapporto annuale di Assobioplastiche) dai quali emerge il profilo di un’industria giovane, ad alto tasso di innovazione. Nel 2017, in Italia, l’industria delle plastiche biodegradabili e compostabili, è stata rappresentata da 240 aziende, con 2.450 addetti dedicati per 73.000 tonnellate di biopolimeri prodotti, ed un notevole fatturato complessivo di circa 545 milioni di euro. Fatturato che, nel quinquennio 2012-2017, è aumentato del 49%, mentre la produzione ha avuto un incremento dell’86%, incredibile, poi, l’aumento delle persone impiegate nel campo salito di oltre il 92% nel quinquennio. Sempre nel 2017, per la prima volta dall’introduzione della legge 28/2012, con 49.500 tonnellate, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, scesi a 42.500 tonnellate dalle 45.000 del 2016. Con questi buoni dati anche le aspettative per il 2018 risultano positive con previsioni che prevedono una crescita complessiva intorno al 15% per la produzione di manufatti compostabili. I produttori italiani, inoltre,  si confermano punto di riferimento per le forniture in tutta Europa, si registra una riduzione della domanda di sacchi per la raccolta dell’umido spesso sostituiti con gli shopper e/o con i sacchetti ultraleggeri, come effetto positivo della legislazione italiana. Fanno ben sperare, poi, per l’evoluzione dell’intero comparto il fermento di un mercato fortemente motivato dalla necessità di ridurre l’inquinamento da plastica di suolo, fiumi e mari, la prossima apertura ai prodotti compostabili di paesi come Spagna e Austria, appena preceduti da Francia e Vallonia, insieme alla capacità di questi manufatti di risolvere i problemi connessi alla valorizzazione della frazione organica. Rilanciare l’economia e l’occupazione attraverso l’economia circolare, l’innovazione e la sostenibilità non è, quindi, una chimera, ma un fatto tangibile e reale.

Alberto Azario