227 Alberto Azario Articoli
14 gennaio, 2019

Tagliare la CO2 e ridurre l’inquinamento abbandonando l’economia lineare

Ogni anno gli esseri umani producono circa due tonnellate di rifiuti domestici e molti più rifiuti industriali pericolosi, elettronici, medici ed edilizi, molti dei quali vengono smaltiti in modo inadeguato. Oltretutto, il problema è destinato a peggiorare. Secondo le stime del rapporto recente “What a Waste 2.0” , la produzione dei rifiuti globali annuali aumenterà del 70% entro il 2050 anche qualora la popolazione mondiale dovesse aumentare di una percentuale inferiore alla metà di questa percentuale. Nella situazione attuale, inoltre, almeno un terzo di tutti i rifiuti a livello globale viene gettato o bruciato all’aperto. Nei paesi a basso reddito, che spendono già tendenzialmente il 20% dei loro budget municipali sulla gestione dei rifiuti, questa cifra può arrivare addirittura fino al 93% con un danno provocato alla salute umana e all’ambiente difficilmente calcolabile.

Ridurre l’inquinamento, però, oggi si può, passando da un’economia lineare, e non più sostenibile, ad una circolare dove i rifiuti vengono rimessi nel ciclo produttivo eliminando il problema delle discariche e diventando nuovi oggetti con un consumo minore di materie prime. Lo stesso modello potrebbe, inoltre, secondo recenti studi sul tema, contribuire a limitare quello che è oggi il maggiore responsabile dell’effetto serra sul nostro pianeta ossia l’anidride carbonica, meglio conosciuta come CO2. La maggiore autorità internazionale sul cambiamento climatico riconosciuta dai governi di tutto il mondo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPPCC) ha individuato la causa dell’aumento della temperatura mondiale proprio nelle sempre più elevate emissioni di gas serra, tra cui la CO2 è la maggiore responsabile. Un aumento che deriva dalla combustione delle fonti fossili carbone, petrolio e gas naturale, ma anche da importanti processi industriali (cementifici, industria siderurgica ecc.) e  con gli Accordi di Parigi, ci siamo ripromessi di contenere nel XXI secolo il surriscaldamento climatico a meno di 2 gradi centigradi, nella migliore delle ipotesi a 1,5 , rispetto all’era pre-industriale. Per raggiungere l’ambizioso risultato si dovrebbe però limitare, o magari “catturare” ed in seguito trasformare per nuovi utilizzi, la CO2 prodotta dagli scarichi degli impianti di produzione di energia e industriali. Una recente soluzione prevede di portarla in siti di raccolta e destinarla allo stoccaggio geologico in campi petroliferi ormai esauriti o in bacini profondi di acqua salata. Questo già oggi avviene in tutto il mondo, ma con forti limitazioni dettate specialmente dai forti investimenti necessari, dagli elevati costi operativi del processo ed, infine, dalla necessità di monitorare continuamente, e permanentemente, i siti di stoccaggio utilizzati. Attraverso la tecnica detta CCS (Carbon Capture and Storage) si stima che oggi nel mondo si stocchino 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (MtCO2/a) e con diversi progetti in corso questa cifra  potrà salire rapidamente fino a 15 tonnellate. Purtroppo, però, trasformare CO2 in qualsiasi cosa è ancora energeticamente molto costoso. Per questo motivo sono state studiate e messe a punto nuove tecniche - le cosiddette CCU: Carbon Capture and Utilization - che mirano a riutilizzare la CO2, imitando il ciclo naturale del carbonio. L’anidride carbonica può essere così utilizzata anche nell’industria alimentare, ad esempio, nella produzione di bibite gassate e simili. Molto diffusa è, inoltre, la Enhanced Oil Recovery utilizzata nell’industria petrolifera: processo con il quale si inietta anidride carbonica nei giacimenti di petrolio per smuovere e, quindi, spingere fuori più velocemente il greggio che ancora vi si trova. La CO2 rimane così  intrappolata permanentemente nel giacimento quando questo si esaurisce. Con la tecnologia attuale i più grandi limiti rimangono, però, gli alti costi energetici della trasformazione di quello che è naturalmente il composto a base di carbonio più stabile in assoluto, motivo per il quale è necessaria molta energia perché possa essere trasformato in qualsiasi altra cosa. Nei benefici di un passaggio ad un’economia circolare, dove non ci sono sprechi e l’utilità delle risorse impiegate è mantenuta e rinnovata nel tempo, la Commissione UE prevede risparmi pari a circa 600 miliardi di euro per le imprese (l’8% del fatturato annuo) e, soprattutto, una riduzione delle emissioni di gas serra pari ad oltre 450 milioni di tonnellate l’anno, dato che conferma ancora una volta l’importanza del nuovo modello di produzione di consumo per donare un contributo formidabile  alla lotta ai cambiamenti climatici.

Senza un rapido taglio dei gas CO2 e degli altri responsabili dell’effetto serra, i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla terra. L’allerta deriva da politici, tecnici, e rappresentanti mondiali i quali precisano, inoltre, che ci rimarrebbero a disposizione solo 20 anni per poter correre ai ripari. Come dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in occasione dell’apertura dell’ultimo COP24 in Polonia “anche se assistiamo a devastanti impatti climatici che causano il caos in tutto il mondo, non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza velocemente, per prevenire un’interruzione climatica irreversibile e catastrofica”. Dal 1990 l’effetto serra è, infatti, aumentato del 41% raggiungendo nell’atmosfera una concentrazione di CO2 pari a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017, livello simile a quello che aveva la nostra Terra tra circa i 3 e i 5 milioni di anni fa. Alla luce di ciò, le istituzioni internazionali potrebbero aiutare i paesi, in particolar modo i paesi a basso reddito, a pianificare e sviluppare dei sistemi di gestione dei processi necessari a limitare la produzione di CO2 all’avanguardia, provvedendo magari anche a fornire i fondi necessari. A guadagnarci potrebbe esserci la nostra società, la nostra economia e non da ultimo il clima (di tutti).

Alberto Azario