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22 gennaio, 2019

Economia circolare, leggi più adeguate per un settore in forte crescita

Si stima che entro il 2030 quasi 4,5 trilioni di dollari verranno da attività riconducibili all'economia circolare. Lecito è, quindi, domandarsi se oggi l’Italia si stia adoperando per cogliere al pieno quest’opportunità presente e futura. Con lo spettro della recessione, il recepimento della direttiva UE sull’economia circolare potrebbe quindi costituire l’opportunità di nuove regole per lo sviluppo del nostro Paese. Partendo dai dati presentati a Davos durante il “World Economic Forum” si evince che dal 1900 al 2015, a fronte di un aumento della popolazione mondiale di 4,5 volte, lo sfruttamento di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte. E con circa 9 miliardi di tonnellate di queste consumate ogni anno, di cui solamente il 9,1% viene riciclato, il passaggio da un’economia lineare ad una circolare è, quindi, sia necessario sia conveniente, specialmente per contrastare il consumo, che è sempre più rapido, di materie prime. Ma non solo poiché una buona gestione del post-consumo (ossia la raccolta e la preparazione al riuso e al riciclo) può creare lavoro, fatturato, occupazione e disponibilità maggiore proprio di materie prime. L’Italia oggi, complice la carenza di materie prime e la crescente ostilità alla realizzazione di discariche e termovalorizzatori, ha sviluppato un un sistema industriale del riciclo che è una vera eccellenza europea. Il nostro Paese può partire, quindi, in una posizione di vantaggio qualora sappia far evolvere le buone performance del riciclo nell'attuale modello di economia lineare in un nuovo modello circolare: 174,8 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno da gestire secondo i dati più aggiornati, con più di 10.500 aziende che lavorano sul campo per un valore di circa 23,5 miliardi.

Gli attuali buchi legislativi rischiano, però, di vanificare lo sforzo di tante persone impegnate nel settore e di limitare appieno lo sfruttamento delle tante potenzialità oggi disponibili. Poco prima di Natale, ad esempio, sotto le pressioni di stampa, degli operatori e delle associazioni ambientaliste, il governo ha deciso di cancellare un emendamento di 57 righe all’interno della Legge di Bilancio 2019, che aveva messo in fibrillazione il settore delle imprese dell’economia circolare. Un settore trasversale, ma in salute e crescita, che oggi in Italia vale circa  88 miliardi di fatturato e produce 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5% del valore aggiunto nazionale (secondo la recente ricerca di Ambiente Italia e Kyoto Club intitolata “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti”). Per fare un paragone: sono cifre analoghe a quelle di tutto il settore energetico italiano o di tutta l’industria tessile. Poco inferiore a quello dell’agricoltura. Il settore impiega, inoltre, oltre 575mila lavoratori mostrandosi sempre più competitivo anche per i giovani in cerca di occupazione e per i profili professionali più specializzati.

Tuttavia è preoccupante l’incapacità della nostra politica di affrontare l’attuale blocco delle autorizzazioni per la cessazione della qualifica di rifiuto. L’impasse deriva dalla sentenza n.1229 del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 che richiama l’applicazione dell’art.184-ter del D.Lgs.152/2006, secondo cui le Regioni non possono autorizzare la cessazione della qualifica di rifiuto per i materiali che derivano dai trattamenti di riciclo dei rifiuti, perché tale competenza è mantenuta dalla norma citata in capo al Ministero dell'Ambiente, il quale dovrebbe provvedere con propri decreti (fatti salvi i casi regolati a livello europeo, limitati a pochissimi flussi). In pratica, senza nuove leggi gli impianti non potranno iniziare a operare e altri ancora resteranno fermi, con ripercussioni a catena sulla raccolta differenziata e sull’accumulo dei rifiuti, scoraggiando anche gli investimenti. Affossare l’economia circolare vorrebbe dire, quindi, chiudere ogni sbocco per la filiera del riciclo rifiuti che si traduce in un danno triplo: economico, ambientale e sanitario. Da una parte il contributo determinante che i consumatori possono dare all'economia circolare è la cura e l'attenzione con cui gestire il conferimento dei materiali e i prodotti a fine vita, tenendo conto che dovranno essere nelle migliori condizioni per essere riparati, riusati o riciclati. Dall’altra però senza le dovute e precise leggi ed attuazioni tale contributo civico importante rischierebbe di perdersi poiché se poi quei rifiuti, correttamente divisi e inviati a riciclo, non hanno un mercato che li acquista ed è in grado di trasformarli in “materie prime seconde” da usare in nuovi prodotti, quella raccolta a che serve? E soprattutto, dove va a finire?

Nei prossimi 20 mesi bisognerà modificare profondamente l'assetto normativo per poter recepire il pacchetto di direttive europee. Se Parlamento e Governo sapranno ascoltare le categorie del settore, si potrà mettere a frutto l’esperienza di questi anni. Certamente serviranno investimenti per rendere concreta la transizione da economia lineare a circolare, il vero problema è, però, ancora l’assenza, a livello governativo, di volontà e capacità per attuare un reale cambiamento di modello economico, non solamente un cambio di nome. Perché il riciclo dei rifiuti, nonostante storture e problemi irrisolti, si conferma ancora e comunque un’eccellenza italiana, anche a livello europeo, con una presenza dati in crescita nel 2017 in quasi tutte le filiere. L’anno scorso, infatti, la differenziata è cresciuta raggiungendo il 55,5% (+3% rispetto al 2016) e il riciclo dei rifiuti urbani, arrivato al 44% (+2% rispetto al 2016).

Un futuro più pulito e salutare è a portata di mano. Non dobbiamo assolutamente gettarlo via.

Alberto Azario