AlbertoAzario.it Rss https://www.albertoazario.it/ Alberto Azario - Presidente del consiglio d'Amministrazione Green Holding S.p.A. it-it Thu, 14 Mar 2019 19:06:48 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 albertoazariogh@gmail.com (Alberto Azario ) albertoazariogh@gmail.com (Alberto Azario) Archivio https://www.albertoazario.it/vida/foto/sfondo.jpg AlbertoAzario.it Rss https://www.albertoazario.it/ La corsa ad ostacoli dell’economia circolare: un decalogo per ripartire https://www.albertoazario.it/post/482/1/la-corsa-ad-ostacoli-dell-economia-circolare-un-decalogo-per-ripartire

Troppo spesso nel nostro Paese il quadro legislativo si presenta inadeguato e contraddittorio tant’è vero che oggi l’economia circolare in Italia sembra costretta ad una corsa ad ostacoli normativi, peccato poiché più riciclo vorrebbe dire anche meno rifiuti, meno sprechi, meno emissioni, ed allo stesso tempo, nuovi posti di lavoro e investimenti. Molti sono giunti a questo parere, me compreso, eppure investire sull’economia circolare converrebbe sia al bilancio dello Stato, sia all’ambiente sia alla salute dei cittadini. In occasione del convegno “La corsa ad ostacoli dell’economia circolare in Italia” si è parlato proprio di questo, occasione in cui tra l’altro Legambiente ha presentato un decalogo per sollecitare Governo e Parlamento a fare di più per un settore fondamentale ed imprescindibile per l’economia del Paese. Già due anni fa era avvenuta la denuncia sul fatto che in Italia l’economia circolare fosse incoraggiata a parole ma «ostacolata da una normativa ottusa e miope» per un cambiamento che ancora oggi tarda ad arrivare nonostante il 2018 sia stato l’anno dell’approvazione del pacchetto europeo sull’economia circolare. Tempo è ora di attuare tale disposizioni comunitarie, ma finché ciò avvenga è importante prima eliminare gli ostacoli non tecnologici che nel nostro Paese sono ancora presenti.

I primi quattro punti del decalogo si riferiscono alla definitiva approvazione delle norme sull’End of waste, all’implementazione di ulteriori impianti per il riciclo ed il riuso, all’autosufficienza delle regioni (introducendo una tariffa puntuale e obbligatoria per ridurre e prevenire la produzione dei rifiuti grazie ai sistemi di raccolta domiciliare), ad una nuova eco-tassa sui rifiuti in discarica basata sui quantitativi pro capite di secco residuo smaltito. Del primo punto molto si discute da tempo: il 33% dei rifiuti urbani e speciali (pari a circa 55 milioni di tonnellate, su un totale di 165 milioni, che comprende anche quelli pericolosi) sono in attesa, infatti, dei decreti “End of waste (EOW)” per semplificare il loro riciclo, sottraendoli alla discarica legale o abusiva. Questo è un primo passo da fare che non può più essere rimandato, il riciclo dei rifiuti va, infatti, semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva in discarica, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto. La normativa europea di recente approvazione è dopotutto chiara: entro il 2035 dovrà essere avviato a riciclo almeno il 65% dei rifiuti e conferito un massimo del 10% in discarica, indirizzando così il rimanente 25% a recupero energetico. In Italia non vi è ancora, però, un’adeguata rete impiantistica a supporto di queste operazioni, che richiedono per essere attuate una gerarchia precisa, inoltre la scarsità degli impianti industriali dedicati fa sì che in molti contesti territoriali si assista ancora oggi ad un trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero (emblematico il caso di Roma dove circa 1/3 dei rifiuti vengono portati fuori provincia o regione). Intanto le filiere del recupero sono a rischio, mettendo in pericolo le migliaia di posti di lavoro collegati, fino a palesare in alcuni casi rischi per i servizi di igiene urbana. Un immobilismo che, paradossalmente, incide soprattutto sulla capacità di inseguire uno sviluppo più sostenibile e che ci racconta un Paese immerso nelle contraddizioni e diviso tra il sostegno in politiche green, diffuso tra gli opinion leader, e le reazioni “Nimby” (acronimo di “Not in my back yard” - non nel mio cortile) riservate a questi progetti sul territorio. Nell’era del dissenso di fronte a tutto in cui stiamo vivendo le contestazioni sul tema invece calano, calano proprio perché diminuiscono le opere in cantiere, immagine plastica questa di un Paese fin troppo bloccato. Necessario sarebbe qui, invece, ripartire dalla certezza del diritto, dall’ascolto attivo del territorio e da una politica più coraggiosa che non abbia paura di affrontare e gestire il malcontento, per investire davvero nella modernizzazione e nello sviluppo del Paese. Maggiore senso di responsabilità e confronto aperto sulla comunicazione sarebbe l’unica soluzione per continuare ad andare avanti senza freno a mano tirato.

Ulteriori proposte presentate dall’associazione ambientalista sono quelle legate alla costruzione di un mercato dei prodotti realizzati con le norme relative al Green Public Procurement, nonché l'applicazione obbligatoria dei Criteri ambientali minimi nelle gare d'appalto; al rafforzamento del sistema dei consorzi obbligatori; la garanzia di  controlli maggiori lungo tutta la filiera dei rifiuti, urbani e speciali, per combattere la concorrenza sleale e i traffici illeciti; un ulteriore contrasto alla vendita dei sacchetti fuori legge e l’approvazione in tempi rapidi del disegno di legge Salvamare sulla plastica monouso, ed, infine, l’abbattimento dell’uso della plastica per l’ortofrutta nei supermercati. Si parla qui di “una nuova economia, più sostenibile e a basso impatto ambientale, che proprio in Italia ha trovato un terreno fertile grazie alle tante realtà virtuose presenti sul territorio che, però, lamentano di essere lasciate sole e in forte difficoltà per un quadro legislativo inadeguato e contraddittorio”. Investire sull’economia circolare conviene invece: al bilancio dello Stato perché riduce le importazioni di materie prime, all’ambiente e alla salute dei cittadini. Citando le parole conclusive del Presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani: “L’economia circolare non è solo un modo per uscire dalle tante emergenze rifiuti ancora dislocate in Italia, vuol dire creare investimenti, occupazione ed economia sul territorio, ma bisogna avere il coraggio di andare in questa direzione.”

Alberto Azario

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Thu, 14 Mar 2019 19:06:48 +0000 https://www.albertoazario.it/post/482/1/la-corsa-ad-ostacoli-dell-economia-circolare-un-decalogo-per-ripartire alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Nimby e Nimto bloccano lo sviluppo sostenibile, e l’Italia rimane immobil https://www.albertoazario.it/post/481/1/nimby-e-nimto-bloccano-lo-sviluppo-sostenibile-e-l-italia-rimane-immobil

L’acronimo Nimby (“Not in my back yard”, ossia “non nel mio cortile”), viene utilizzato oggi per descrivere il rifiuto da parte delle comunità locali verso nuove infrastrutture, impianti o mutamenti sociali in un determinato territorio.

Ci si riferisce in questo modo ad un fenomeno attuale ed estremamente ampio, connesso alla difesa di interessi specifici (che possono essere economici, politici, e personali) consolidati contro un interesse generale, che finisce per assumere i connotati di una battaglia ideologica o politica. Politica che oggi è anche uno dei primi attori dinamici di questo fenomeno, non a caso l’altro termine utilizzato è quello di Nimto (“Not in my terms of office” ossia “non durante il mio mandato elettorale”). Un atteggiamento che si può facilmente definire “di comodo” scelto dai governi per non correre rischi. A bloccare la realizzazione di opere infrastrutturali a volte è, quindi, la stessa politica che in situazioni spinose, per non perdere consenso elettorale, preferisce non legiferare.

Due termini inglesi per un fenomeno molto italiano, come “due facce della stessa moneta, correlate l’una all’altra” come ha spiegato anche Alessandro Beulcke, presidente del Nimby Forum. Questa associazione, attraverso l’Osservatorio media permanente, registra tutte le contestazioni che avvengono contro opere di pubblica utilità ed insediamenti industriali in Italia; un lavoro svolto da tredici anni e che nell’ultimo anno preso in esame, il 2017, ha raggiunto il numero più basso di sempre: solo 80 i casi censiti (-31,6% rispetto ai 119 nuovi focolai apparsi nel 2016), che arrivano a 317 contando quelli storici (contro i 359 censiti nel 2016, -11,7%). Ma non si tratta di una buona notizia, anzi. Non ci si lamenta di meno, infatti, perché le opere vengono accettate di più, ci si lamenta di meno semplicemente perché sono molte meno le opere che oggi in Italia vengono messe in cantiere. Finiamo in questo modo ad essere immagine di un Paese profondamente bloccato ed incapace di seguire uno sviluppo più sostenibile. Le imprese dinanzi a un quadro normativo incerto ed a una politica spesso irresponsabile, che preferisce giocare con il consenso anziché governare il territorio, preferiscono così investire altrove. Anche così si spiega l’ingente emorragia di capitali e la fuga di investimenti privati. L’atteggiamento irresponsabile di una classe politica che non ha colore si manifesta quando le amministrazioni locali, invece di accogliere le nuove proposte per studiarle e valutarne la validità si oppongono a priori, consolidando il proprio consenso sociale facendo leva su antiche paure, non sempre fondate. I dati mostrano, infatti, che nella maggioranza assoluta dei casi (51,6%) sono proprio enti pubblici e politica – forti rispettivamente del 26,3% e 25,4% delle contestazioni – a opporsi a impianti e opere pubbliche, seguiti dalla matrice popolare (comitati, etc) con il 34,6% e associazioni ambientaliste (9,6%). Ad aumentare, poi, una certa diffidenza, se non anche una sfiducia totale, nei confronti della politica e delle imprese attive in questo settore ci sono purtroppo anche i frequenti casi di illegalità ed i più recenti episodi di cronaca che hanno riempito i nostri media negli ultimi anni. E così la sindrome Nimby finisce per diventare quasi “istituzionale”. Vale in particolare per alcuni temi ambientali sensibili: trivelle e rifiuti in particolare. Vale per le norme 'end of waste', per gli impianti, per le attività petrolifere offshore.

Nella XIII edizione dell’Osservatorio Nimby Forum, svoltosi a Roma nelle scorse settimane, partendo dal monitoraggio di oltre 1.000 testate, si è mostrato che il comparto industriale più contestato risulta essere quello energetico con il 57,4%, con le opposizioni orientate in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (55 quelli contestati, il 73,3% sul totale del comparto); seguono il settore dei rifiuti (35,9%) e il comparto infrastrutturale (5,9%). Numeri che restituiscono ancora una volta l’immagine di un Italia immersa nelle contraddizioni e divisa tra il sostegno in politiche green, diffuso tra gli opinion leader, e le reazioni “Nimby” riservate a questi progetti su territorio per un Paese che risulta agli ultimi posti al mondo per investimenti in energie rinnovabili, con un calo che ha fatto registrare il -60% solo nel ramo dell’eolico e del fotovoltaico. Mentre, invece, come ha denunciato lo stesso Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente durante il convegno: “Per arrivare a rifiuti zero in discarica o negli inceneritori serve realizzare mille impianti di riciclo e riuso. Non c’è altra soluzione”.

Ma perché avviene tutto questo? Principalmente perché, a mio avviso, esiste una distanza troppo grande ormai tra le classi dirigenti e le istanze popolari. Non è un caso, infatti, che anche le analisi del Nimby Forum sottolineino l’importanza, in termini di accettabilità sociale dei progetti proposti, di un’informazione preventiva e trasparente da parte dei soggetti proponenti, unita al coinvolgimento del territorio a partire dalle prime fasi di progettazione. Una politica seria dovrebbe poi rassicurare la cittadinanza su tutte le verifiche che dovranno essere fatte sul tale progetto, progetto che viene messo in cantiere, infatti, solamente quando riesce ad ottenere tutte le adeguate e preventive autorizzazioni. Il grande assente, in queste dinamiche, è proprio il dialogo con gli enti locali, con i comitati e le associazioni civiche, con le organizzazioni ambientaliste, sia da parte delle aziende, sia da parte dei soggetti istituzionali. Esiste in sintesi un grandissimo problema di comunicazione che ha portato oggi ad una deriva anti-industrialista il nostro Paese.

Alberto Azario

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Thu, 7 Mar 2019 19:18:40 +0000 https://www.albertoazario.it/post/481/1/nimby-e-nimto-bloccano-lo-sviluppo-sostenibile-e-l-italia-rimane-immobil alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Città Smart e a zero rifiuti, ispirata dall’Europa la Cina si appresta a cambiare. https://www.albertoazario.it/post/480/1/citta-smart-e-a-zero-rifiuti-ispirata-dall-europa-la-cina-si-appresta-a-cambiare

Solo pochi anni fa, si parla ormai di luglio 2017, la Cina iniziava a parlare di chiusura delle frontiere alla “spazzatura straniera”. Un divieto di importazione che entrato in vigore alla fine dello stesso anno ha, di fatto, bloccato inizialmente l’import di 24 tipi di rifiuti che, mischiati ad altre materie prime, arrivavano in grandi quantità nel paese asiatico insieme ad altri rifiuti pericolosi che ne impedivano l’effettivo riutilizzo. Si è cominciato con gli stop a plastica, carta e tessuti per allargare la messa al bando anche ai rottami di auto e navi e all’acciaio. Ad oggi, infatti, sono oltre 50 le tipologie di rifiuti che non possono, o non potranno a breve, varcare i confini cinesi e l’obiettivo del Governo è quello di ridurre a zero l’import entro la fine del prossimo anno. Un tentativo questo per Pechino di affrancarsi dal ruolo di discarica del mondo che, pur mettendo in rischio gran parte del business avviato negli anni derivato proprio dai rifiuti stranieri (si parla, citando i dati del 2016, di circa il 56% delle importazioni mondiali per un valore di 3,7 miliardi di dollari), ha cercato di bloccare il degrado ambientale del paese asiatico in un momento in cui cresce l’inquinamento della terra, dei corsi d’acqua e in cui le città sono coperte da una fitta coltre di smog. Una mossa, inoltre che, pur lasciando i Paesi occidentali con un gigantesco problema di smaltimento, ha dato al gigante asiatico la possibilità di costruire una filiera nazionale del riciclo il più possibile su misura. Il blocco cinese, come sappiamo, ha avuto effetti anche su tutta l’economia del riciclo mondiale, con la maggior parte dei paesi europei e del nord America che proprio in Cina hanno inviato per anni il proprio surplus di rifiuti, aprendo però allo stesso tempo nuove discussioni sul problema e portando i vari governi a ripensare a quella economia lineare che ormai non può più continuare ad agire creando rifiuti e non soluzioni per il loro smaltimento, aprendo allo stesso tempo a quella economia circolare che invece promette, ed è l’unica possibilità che oggi abbiamo, di cambiare davvero le cose.

Nonostante la lunga serie di stop alle importazioni imposti dal Governo centrale, dopo i precedenti decenni di rapida industrializzazione e urbanizzazione, i volumi delle discariche cinesi hanno però raggiunto dei picchi insostenibili con stime che parlano di un accumulo di soli rifiuti solidi pari a circa 60-70 miliardi di tonnellate. Così proprio in questi giorni la Cina sta tornando a metter mano alla questione “spazzatura”, divenuta negli ultimi anni un problema non più rimandabile, con il lancio del progetto “Città a zero rifiuti”. Dopo un primo annuncio, in occasione del “World Cities Summit” a Singapore lo scorso luglio, in questi giorni il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese ha, infatti, presentato il documento ufficiale in cui, guardando alle esperienze europee e giapponesi e riadattandole in chiave nazionale, si pone l’obiettivo di creare nuovi centri di economia circolare “made in China” ossia creare sul territorio avanzati modelli di sviluppo e gestione urbana che “promuovano stili di vita ecologici, riducano al minimo la quantità di rifiuti prodotti e rafforzino i programmi di riciclaggio”, utilizzando al meglio le risorse e riducendo i rischi per salute e ambiente. Il governo cinese si appresta così a selezionare 10 città pilota dove implementare entro il 2020 un nuovo sistema di gestione rifiuti. “La costruzione del progetto pilota zero-waste city è di grande importanza per promuovere e approfondire la riforma globale della gestione dei rifiuti solidi urbani”, si legge dalle colonne del sito del ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, “una misura importante per realizzare una civiltà ecologica e per costruire una Cina migliore. Il nostro punta a diventare un programma replicabile per raggiungere il virtuoso obiettivo zero rifiuti”.

Ora con il nuovo progetto si tenterà di studiare misure tali da portare all’ottimizzazione delle selezione dei rifiuti solidi e migliorare la pianificazione urbana anche grazie all’utilizzo di nuovi impianti di trattamento. Inoltre, al fine di migliorare il livello di sviluppo verde urbano, il Governo intende promuovere l’adozione di stili di vita orientati verso un maggiore rispetto dell’ambiente, e diffondere nuove pratiche sia industriali sia di produzione agricola che rispettino le risorse naturali a disposizione. Per promuovere la filiera del riciclo, inoltre, Pechino ha già attuato una serie di progetti tra cui la realizzazione di nuove strutture tecnologiche dedicate alla seconda vita dei prodotti ed a un piano per il recupero delle batterie al litio. Nello specifico si parla di un centinaio di strutture su larga scala dedicate ai rifiuti solidi urbani e a quelli provenienti dall’industria, con un occhio di riguardo per prodotti di largo uso come gli imballaggi, le biciclette e i moduli fotovoltaici. Strutture queste che dovranno promuovere tecnologie, prodotti e metodi di riciclaggio avanzati e le società autorizzate ad aprire laboratori in una di queste nuove basi potranno richiedere finanziamenti governativi speciali. L’obiettivo è facile da intuire: al di là di una rinnovata attenzione ambientale, la nazione è interessata a consolidare la sua posizione nel mercato delle materie prime e prime-seconde, a cominciare da una migliore gestione delle risorse nazionali. Una mossa quasi obbligata, a mio avviso, viste anche le ultime politiche in fatto di rifiuti.

Alberto Azario

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Fri, 1 Mar 2019 11:54:14 +0000 https://www.albertoazario.it/post/480/1/citta-smart-e-a-zero-rifiuti-ispirata-dall-europa-la-cina-si-appresta-a-cambiare alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Edilizia Smart ed economia circolare: un futuro capace di ripensare gli spazi https://www.albertoazario.it/post/479/1/edilizia-smart-ed-economia-circolare-un-futuro-capace-di-ripensare-gli-spazi

L’innovazione bussa alle nostre porte e lo fa attraverso gli appuntamenti mondiali più importanti. Il percorso verso il futuro è iniziato e, pur se non è ancora chiaro come ci arriveremo, strizza l’occhio all’economia circolare ed a un mondo più sostenibile. Il CES, conclusosi da pochi giorni a Las Vegas, pur non spalancando davanti a noi scenari tecnologici rivoluzionari, conferma, però, alcune certezze su quanto stia accadendo nel mondo dell’Hi Tech. Il prossimo futuro vedrà certamente ancora di più questi termini riecheggiare nella vita di ogni giorno: 5G, AI, human-robot, AR, VR, automotive, health, resilienza e security. Molto meno certo è come questi termini entreranno nella nostra vita quotidiana e come cambieranno le nostre abitudini poiché mancano ancora le killer application in grado di rendere presente questo futuro. Ed è qui che si apre una sfida importante per le industrie e anche per il nostro Paese poiché, in questa convergenza e ibridazione di digitale e reale, potrebbe giocare un ruolo importante proprio l’Italia per le sue caratteristiche distintive capaci di farci tornare a partecipare ad una nuova rivoluzione industriale non solo da consumatori ed importatori, ma anche come provider ed esportatori. Presente al CES con 49 startup il nostro Paese è, secondo il sondaggio condotto dalla Consumer technology association (Cta), alla 25esima posizione fra i paesi capaci di creare innovazione, una classifica che (considerando criteri che vanno dalla libertà alla diversità di etnie presenti, dalla banda larga al capitale umano, fino agli investimenti in ricerca e sviluppo) vede l’Estonia sul gradino più alto del podio, seguita da Svizzera, Finlandia, Usa, Singapore e Regno Unito.

Ritornando ai termini sopra citati la rivoluzione del 5G è stata la vera protagonista di questa edizione del Ces, “una promessa molto più grande di qualsiasi cosa abbiamo mai visto con la tecnologia wireless”, come l’ha definito il ceo di Verizon, Hans Vestberg, in un tweet. La strada per arrivare al 5G non è lineare, ci potrebbero essere soluzioni di passaggio prima di arrivare all’applicazione concreta del nuovo protocollo di comunicazione wireless, ed, infine, potrebbe esserci una evoluzione always on che risolva i problemi delle applicazioni evolute in ambienti a maggiore densità. Il 5G dopotutto renderà possibili connessioni continue finora impensabili che faranno perdere centralità allo smartphone distribuendo intelligenza nell’ambiente che circonda l’uomo. La costruzione delle smart cities, delle smart factories, delle smart grid passa da qui.

 

Da Las Vegas a Bolzano, stavolta per il Congresso Internazionale di “Klimahouse” il filo conduttore è ancora una volta il concetto di Smart, per fare chiarezza stavolta sui molteplici significati che il termine assume nel campo dell'edilizia, dalla pianificazione urbana, alla progettazione dell'edificio e dei materiali da costruzione. Il convegno intende fare il punto sui progetti già realizzati, analizzando cosa ha funzionato e cosa è ancora migliorabile con l’obiettivo di spiegare quali esperienze possano essere replicabili su progetti simili in futuro, come ad esempio quella del progetto Europeo Sinfonia (un’iniziativa complessa e ambiziosa che coinvolge Bolzano e la città austriaca di Innsbruck con l’Agenzia CasaClima come partner). La grande mostra che si svolgerà il 23, 24 e 25 gennaio vedrà la partecipazione anche, tra gli altri, di Thomas Rau, architetto visionario dell'economia circolare, Gideon Maasland di MVRDV, uno dei progettisti del rivoluzionario quartiere dell'Amsterdam Valley, che ha visto nascere un bosco verticale rivoluzionario dal punto di vista sia urbanistico sociale sia ambientale, e infine Amanda Sturgeon, che negli Stati Uniti ha lanciato un protocollo di certificazione per le case che si rigenerano da sole.

Edilizia ed economia circolare, quindi, ossia una connessione non scontata, ma fondamentale: per il presente e, sempre di più, per un futuro capace di ripensare gli spazi urbani a partire dal recupero dei materiali. Non solo design, dunque, ma un approccio a tutto tondo capace di influenzare in positivo la qualità e lo stile di vita dei cittadini. L’abitare del futuro non può, infatti, prescindere dal tema della gestione e dello smaltimento dei rifiuti. Una necessità che va ripensata e integrata nella realtà domestica come un passo essenziale nell'ottica di un approccio olistico alla sostenibilità. Ed ecco, dunque, che l’analisi dei dati riguardanti la raccolta differenziata in Italia diventa fondamentale per individuare risorse disponibili e campi di utilizzo per soluzioni innovative, capaci di facilitare il rapporto di ciascun cittadino con le buone pratiche di sostenibilità quotidiana.

Quando si parla del termine Smart nel caso di materiali ci si riferisce ad un prodotto che deve saper contribuire all'efficienza energetica delle costruzioni, avere un’impronta ambientale sostenibile, partecipare e aumentare il comfort interno e garantire un buon rapporto tra costi e benefici. Ne è una particolare prova la “Home That Runs on Dunkin” abitazione di poco più di 25 metri quadrati costruita su un rimorchio per un facile trasporto in Massachusetts alimentata completamente da fondi di caffè riciclati dell’omonima multinazionale. Ennesimo esempio di come l’economia circolare possa essere al centro di progetti sempre più all’avanguardia e originali, in grado di riutilizzare in modo intelligente gli scarti, rendendoli materia prima per produrre energia sostenibile. A fronte di tali considerazioni, architettura e design, da sempre specchi e contenitori dei comportamenti di vita dei cittadini, non possono esimersi dal diventare settori chiave dell’economia circolare. Pena, la mancata buona riuscita di un modello di sviluppo e di gestione a spreco zero. 

Alberto Azario

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Thu, 21 Feb 2019 18:17:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/479/1/edilizia-smart-ed-economia-circolare-un-futuro-capace-di-ripensare-gli-spazi alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
End of Waste, perché non è ancora possibile trasformare i rifiuti in risorse? https://www.albertoazario.it/post/478/1/end-of-waste-perche-non-e-ancora-possibile-trasformare-i-rifiuti-in-risorse

Se ne discute, se ne scrive e se ne legge da mesi, “l’End of Waste” (tradotto in italiano in “Cessazione della qualifica di rifiuto”) allo stato attuale non è ancora stato adeguatamente regolamentato in Italia e anzi, ritirato dal DL Semplificazione solo pochi giorni fa, rischia di bloccare tutti quegli impianti di riciclo che permettono oggi di trasformare i rifiuti in risorsa. Ma di preciso a cosa ci si riferisce con questo termine tecnico così tanto citato ultimamente e perché il governo ha voluto bloccare le autorizzazioni di fatto mettendo in allarme tutte le imprese del settore?

Quando ci riferiamo al termine “End of Waste”, è bene chiarirlo subito, parliamo di un processo di recupero eseguito su un rifiuto, al termine del quale esso perde tale qualifica per acquisire quella di prodotto. Intendiamo, quindi, non il risultato finale, bensì il processo che, concretamente, permette ad un rifiuto di tornare a svolgere un ruolo utile come prodotto. Il termine, come spesso accade in materia ambientale, nasce in ambito europeo, precisamente nel contesto della revisione della normativa dell’Unione Europea sui rifiuti contenuta nella direttiva 2006/12/CE alla quale il Parlamento ed il Consiglio UE hanno provveduto adottando la direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008, ancor oggi conosciuta come “ direttiva quadro in materia di rifiuti”. Quest’ultima direttiva pone al primo posto della scala di priorità delle modalità di gestione dei rifiuti la prevenzione e, immediatamente di seguito, la preparazione per il riutilizzo (come specificato nell’art. 4[4]). Il concetto di cessazione della qualifica di rifiuto si inserisce, pertanto, proprio in queste prospettive, risultando in linea con l’obiettivo manifestato di prevenzione e riutilizzo di cui il processo di recupero che permette ad un rifiuto di tornare ad essere un prodotto fa parte. Ma quando un rifiuto smette di essere tale? A livello pratico, un rifiuto cessa di essere tale quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero e soddisfa le precise condizioni stabilite dall’art. 6 della direttiva quadro (ossia quando è comunemente utilizzato per scopi specifici; quando esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetti; quando la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; quando, infine, l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana). Semplificando per quanto possibile l’argomento si giunge all’ormai nota sentenza n. 1229 del 28 febbraio 2018, con la quale il Consiglio di Stato, richiamando la citata Direttiva quadro sui rifiuti (2008/98/CE), l’art. 6 in particolare, interpreta riservando in via esclusiva allo Stato la possibilità di determinare i criteri di dettaglio che, in assenza di Regolamenti europei, consentono di dimostrare il rispetto delle quattro condizioni indispensabili per la realizzazione dell’end of waste, la cessazione della qualifica di rifiuto o, in altri termini, la generazione di prodotti o di materie prime a seguito di operazioni complete di recupero dei rifiuti di cui all’art. 184-ter del D.L.vo 152/2006. Il risultato è presto detto: quando scadranno le autorizzazioni degli impianti di recupero (con l’eccezione di quelli che beneficiano delle “procedure semplificate di cui all’art. 216 del D.L.vo 152/2006), si avrà, come diretta conseguenza di questa sentenza, un parziale blocco delle attività di recupero di rifiuti.

Nei passati giorni il Governo Italiano ha, però, ritirato dal DL Semplificazione l’emendamento che avrebbe avviato a soluzione il problema del blocco delle autorizzazioni degli impianti di riciclo che permettono di trasformare i rifiuti in risorse e che ora rischiano così di finire in discarica e verso gli inceneritori, lasciando così irrisolto il problema. Così, dopo aver scampato il pericolo rappresentato da un complicatissimo e dannoso, secondo il parere di molti esperti del settore, emendamento, che il Governo aveva presentato in manovra e poi ritirato a seguito dell’azione di sensibilizzazione di Associazioni di categoria, Regioni e mondo ambientalista, siamo di fronte ad un ulteriore blocco legislativo che rischia di distruggere il buono realizzato in questi anni in Italia sul fronte dell’economia circolare, tema che è stato, inoltre, in campagna elettorale e nei mesi passati proprio bandiera di una parte dell’esecutivo ora al Governo. Il settore del riciclo italiano leader a livello europeo e base sulla quale costruire la tanto decantata ‘economia circolare’, aspetta da quasi un anno una piccola e semplice modifica normativa che risolva il problema creatosi con la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio dello scorso anno. L’ultima versione dell’emendamento “end of waste” , contenuto nella legge di bilancio approdata in Senato lo scorso 10 dicembre, pur se da una parte faceva salve le autorizzazioni già rilasciate in base al vecchio decreto ministeriale del 5 febbraio 1998 sul recupero rifiuti, non teneva conto adeguatamente dell’innovazione tecnologica sul riciclo che è maturata negli ultimi venti anni, per questo era stata bocciata da Legambiente, secondo il cui parere anziché incentivare il riciclo dei rifiuti avrebbe, invece, aumentato il flusso in discarica o negli inceneritori. Così, se tale problema non verrà risolto, inevitabilmente si potrebbe arrivare alla chiusura di impianti di riciclo, perdita di posti di lavoro, fuga all’estero di investimenti innovativi e di fatto alla riduzione dei quantitativi di rifiuti riciclati con l’aumento esponenziale dello smaltimento in discarica e negli inceneritori. Questo importante e fondamentale settore virtuoso, sia per l’economia sia per l’ambiente, necessita di ancora più attenzione da parte dei nostri legislatori, l’augurio è che presto si possa definire in maniera saggia e univoca la regolamentazione di quello che è un tema che, per troppo tempo, è stato dibattuto su giornali e tv senza esser giunto ad una adeguata, saggia ed univoca soluzione.

Alberto Azario

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Tue, 12 Feb 2019 17:36:41 +0000 https://www.albertoazario.it/post/478/1/end-of-waste-perche-non-e-ancora-possibile-trasformare-i-rifiuti-in-risorse alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Dall’India alle Bahamas, la lotta all’inquinamento assume dimensioni mondiali https://www.albertoazario.it/post/477/1/dall-india-alle-bahamas-la-lotta-all-inquinamento-assume-dimensioni-mondiali

Le battaglie contro l’inquinamento, contro i cambiamenti climatici e la plastica nei mari del mondo, assumono fortunatamente sempre più dimensioni globali. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) 14 delle 15 città più inquinate del mondo sono indiane e il “Lancet Planetary Health” dice che questa situazione provoca nel Paese ben 1,24 milioni di morti all’anno. Il governo indiano proprio in questi giorni si appresta finalmente ad approvare a tal riguardo l’atteso “programma nazionale per l’aria pulita” , una strategia che, basandosi sull’approccio collaborativo e partecipativo tra ministeri centrali, governi statali ed enti locali, si pone l’obiettivo nazionale di ridurre del 20-30% la concentrazione di PM2,5 e PM10 rispetto al 2017. Dopo una lunga attesa la versione finale dell’NCAP punta così a ridurre i livelli di inquinamento atmosferico in tutto il Paese affrontando una delle sfide più allarmanti dell’urbanizzazione: oggi, infatti, le città occupano solo il 3% della Terra, ma contribuiscono all’82% del PIL e sono responsabili del 78% delle emissioni di biossido di carbonio. Attualmente in India le concentrazioni di particolato sono  10 volte più del limite massimo fissato dalle linee guida dell’OMS per proteggere la salute umana. Gli indiani che vivono nelle metropoli del subcontinente respirano aria tossica e spesso non lo sanno. Ripulire l’aria, quindi, non rappresenta solo enormi risparmi sui costi sanitari ma ha anche grandi benefici per il patrimonio culturale e la produzione di energia rinnovabile. Previsto sarà anche un aumento delle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria in tutta l’India, anche quella rurale, un supporto tecnologico e iniziative di sensibilizzazione e formazione con la creazione di agenzie di certificazione e monitoraggio, equa ripartizione dei fondi e specifici interventi settoriali. Insomma l’India si appresta a cambiare grazie a questo importante piano d’azione quinquennale a medio termine che si interfaccerà con il National action plan on climate change (Napcc) e altre iniziative del governo indiano riguardanti i cambiamenti climatici.

Un altro imperativo categorico per l’ambiente è, però, anche quello legato al riciclo della plastica. Da una stima apparsa di recente sulla rivista “Science Advances” a oggi pare siano stati prodotti circa 8300 milioni di tonnellate di materie plastiche vergini, mentre a partire dal 2015 sono stati generati circa 6300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui appena il 9% circa è stato riciclato, il 12% incenerito e il 79% accumulato nelle discariche o disperso nell’ambiente. Nel nostro Paese questa importante pratica è in aumento, si stima, infatti, che l’Italia arrivi a raccogliere il 50% degli imballaggi entro il 2025. Nel nostro Paese si è così sviluppata nel corso degli anni un’importante industria del riciclo tanto che nell’ultimo decennio i rifiuti in plastica avviati in discarica hanno fatto segnare un -43%, mentre quelli avviati al riciclo hanno registrato un aumento dell’80%. Con la plastica raccolta e reimmessa in produzione, è poi possibile realizzare numerosi oggetti: panchine, imbottiture dei sedili auto, trapunte e tanti altri oggetti. L’Italia si attesta, così, ad essere terza in Europa per percentuali di recupero, posizionandosi tra le prime grandi economie dopo Germania e Spagna. Tra il 2005 ed il 2017, infatti, gli imballaggi avviati al recupero, sono cresciuti in modo esponenziale, con un + 64% portando al Paese un beneficio economico di oltre 2 miliardi di euro per la materia prima non consumata, per la produzione di energia e per il risparmio di emissioni di CO2. Nel resto d’Europa, invece, gli imballaggi in plastica raccolti nel 2016 sono stati 16,7 milioni di tonnellate, più del 60% di tutta quella raccolta. C’è di più: proprio il riciclo, con il 41%, è la prima destinazione, seguita dal recupero energetico (circa il 39%) e la discarica (20%). La modalità di gestione a maggior tasso di crescita in 10 anni è stato proprio il riciclo con un +75%, che aumenterà ancora visti gli obiettivi compresi nel pacchetto europeo sull’economia circolare, il cui target relativo al tasso di riciclo dal 22,5% previsto nel 2008 è stato innalzato al 50% nel 2025 e al 55% al 2030. Sul lungo termine, la strategia dell’UE, è quella di coinvolgere il più possibile le aziende nel realizzare prodotti con materiali nuovi, completamente riutilizzabili e che quindi non generino scarti, o siano molto limitati. In Italia poi il recepimento delle quattro direttive europee dovrebbe comportare anche la modifica dei provvedimenti che ad oggi regolano la materia dei rifiuti e della loro gestione, come il D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (cd. “Codice ambientale”, recante norme, tra le altre, in materia di acque, imballaggi e rifiuti), il D.Lgs. 13 gennaio 2003 n. 36 (attuazione direttiva 1999/31/Ce in materia di discariche di rifiuti); oltre che alle norme specifiche in materia di veicoli fuori uso, pile e Raee. A livello europeo, già dal 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato alcun rifiuto in discarica, ciò a conferma del fatto che è una strada percorribile per tutti gli altri Stati membri. Strada che comporterà minori emissioni, minori impatti su suolo, aria e acque, ed un ritorno positivo in termini di innovazione, minori costi di smaltimento e di depurazione, maggiori livelli occupazionali per le imprese, anche Italiane.

Buone notizie, dunque, per l'ambiente. La strada da fare è ancora molto lunga , ma le ultime iniziative a livello mediatico, istituzionale e volontario fanno ben sperare per un futuro con meno rifiuti possibili. Ne è un ulteriore esempio quello legato all’ex sito industriale delle Bahamas adibito all'estrazione di sabbia in una vera e propria riserva marina. La trasformazione di Ocean Cay MSC Marine Reserve, l'isola delle Bahamas progettata da MSC Crociere per creare una "destinazione sostenibile". Un paradiso naturale, circondato da 64 miglia quadrate di acque protette, che ritorna al suo splendore dopo un intenso lavoro di pulizia dalle tonnellate di rifiuti industriali che ne ingombravano la superficie. Uno dei tanti esempi che ci dicono che cambiare il nostro mondo, con tanta tanta volontà e tantissimo impegno, ancora si può.

Alberto Azario

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Fri, 1 Feb 2019 18:53:01 +0000 https://www.albertoazario.it/post/477/1/dall-india-alle-bahamas-la-lotta-all-inquinamento-assume-dimensioni-mondiali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Economia circolare, leggi più adeguate per un settore in forte crescita https://www.albertoazario.it/post/476/1/economia-circolare-leggi-piu-adeguate-per-un-settore-in-forte-crescita

Si stima che entro il 2030 quasi 4,5 trilioni di dollari verranno da attività riconducibili all'economia circolare. Lecito è, quindi, domandarsi se oggi l’Italia si stia adoperando per cogliere al pieno quest’opportunità presente e futura. Con lo spettro della recessione, il recepimento della direttiva UE sull’economia circolare potrebbe quindi costituire l’opportunità di nuove regole per lo sviluppo del nostro Paese. Partendo dai dati presentati a Davos durante il “World Economic Forum” si evince che dal 1900 al 2015, a fronte di un aumento della popolazione mondiale di 4,5 volte, lo sfruttamento di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte. E con circa 9 miliardi di tonnellate di queste consumate ogni anno, di cui solamente il 9,1% viene riciclato, il passaggio da un’economia lineare ad una circolare è, quindi, sia necessario sia conveniente, specialmente per contrastare il consumo, che è sempre più rapido, di materie prime. Ma non solo poiché una buona gestione del post-consumo (ossia la raccolta e la preparazione al riuso e al riciclo) può creare lavoro, fatturato, occupazione e disponibilità maggiore proprio di materie prime. L’Italia oggi, complice la carenza di materie prime e la crescente ostilità alla realizzazione di discariche e termovalorizzatori, ha sviluppato un un sistema industriale del riciclo che è una vera eccellenza europea. Il nostro Paese può partire, quindi, in una posizione di vantaggio qualora sappia far evolvere le buone performance del riciclo nell'attuale modello di economia lineare in un nuovo modello circolare: 174,8 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno da gestire secondo i dati più aggiornati, con più di 10.500 aziende che lavorano sul campo per un valore di circa 23,5 miliardi.

Gli attuali buchi legislativi rischiano, però, di vanificare lo sforzo di tante persone impegnate nel settore e di limitare appieno lo sfruttamento delle tante potenzialità oggi disponibili. Poco prima di Natale, ad esempio, sotto le pressioni di stampa, degli operatori e delle associazioni ambientaliste, il governo ha deciso di cancellare un emendamento di 57 righe all’interno della Legge di Bilancio 2019, che aveva messo in fibrillazione il settore delle imprese dell’economia circolare. Un settore trasversale, ma in salute e crescita, che oggi in Italia vale circa  88 miliardi di fatturato e produce 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5% del valore aggiunto nazionale (secondo la recente ricerca di Ambiente Italia e Kyoto Club intitolata “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti”). Per fare un paragone: sono cifre analoghe a quelle di tutto il settore energetico italiano o di tutta l’industria tessile. Poco inferiore a quello dell’agricoltura. Il settore impiega, inoltre, oltre 575mila lavoratori mostrandosi sempre più competitivo anche per i giovani in cerca di occupazione e per i profili professionali più specializzati.

Tuttavia è preoccupante l’incapacità della nostra politica di affrontare l’attuale blocco delle autorizzazioni per la cessazione della qualifica di rifiuto. L’impasse deriva dalla sentenza n.1229 del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 che richiama l’applicazione dell’art.184-ter del D.Lgs.152/2006, secondo cui le Regioni non possono autorizzare la cessazione della qualifica di rifiuto per i materiali che derivano dai trattamenti di riciclo dei rifiuti, perché tale competenza è mantenuta dalla norma citata in capo al Ministero dell'Ambiente, il quale dovrebbe provvedere con propri decreti (fatti salvi i casi regolati a livello europeo, limitati a pochissimi flussi). In pratica, senza nuove leggi gli impianti non potranno iniziare a operare e altri ancora resteranno fermi, con ripercussioni a catena sulla raccolta differenziata e sull’accumulo dei rifiuti, scoraggiando anche gli investimenti. Affossare l’economia circolare vorrebbe dire, quindi, chiudere ogni sbocco per la filiera del riciclo rifiuti che si traduce in un danno triplo: economico, ambientale e sanitario. Da una parte il contributo determinante che i consumatori possono dare all'economia circolare è la cura e l'attenzione con cui gestire il conferimento dei materiali e i prodotti a fine vita, tenendo conto che dovranno essere nelle migliori condizioni per essere riparati, riusati o riciclati. Dall’altra però senza le dovute e precise leggi ed attuazioni tale contributo civico importante rischierebbe di perdersi poiché se poi quei rifiuti, correttamente divisi e inviati a riciclo, non hanno un mercato che li acquista ed è in grado di trasformarli in “materie prime seconde” da usare in nuovi prodotti, quella raccolta a che serve? E soprattutto, dove va a finire?

Nei prossimi 20 mesi bisognerà modificare profondamente l'assetto normativo per poter recepire il pacchetto di direttive europee. Se Parlamento e Governo sapranno ascoltare le categorie del settore, si potrà mettere a frutto l’esperienza di questi anni. Certamente serviranno investimenti per rendere concreta la transizione da economia lineare a circolare, il vero problema è, però, ancora l’assenza, a livello governativo, di volontà e capacità per attuare un reale cambiamento di modello economico, non solamente un cambio di nome. Perché il riciclo dei rifiuti, nonostante storture e problemi irrisolti, si conferma ancora e comunque un’eccellenza italiana, anche a livello europeo, con una presenza dati in crescita nel 2017 in quasi tutte le filiere. L’anno scorso, infatti, la differenziata è cresciuta raggiungendo il 55,5% (+3% rispetto al 2016) e il riciclo dei rifiuti urbani, arrivato al 44% (+2% rispetto al 2016).

Un futuro più pulito e salutare è a portata di mano. Non dobbiamo assolutamente gettarlo via.

Alberto Azario

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Tue, 22 Jan 2019 16:24:13 +0000 https://www.albertoazario.it/post/476/1/economia-circolare-leggi-piu-adeguate-per-un-settore-in-forte-crescita alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Tagliare la CO2 e ridurre l’inquinamento abbandonando l’economia lineare https://www.albertoazario.it/post/475/1/tagliare-la-co2-e-ridurre-l-inquinamento-abbandonando-l-economia-lineare

Ogni anno gli esseri umani producono circa due tonnellate di rifiuti domestici e molti più rifiuti industriali pericolosi, elettronici, medici ed edilizi, molti dei quali vengono smaltiti in modo inadeguato. Oltretutto, il problema è destinato a peggiorare. Secondo le stime del rapporto recente “What a Waste 2.0” , la produzione dei rifiuti globali annuali aumenterà del 70% entro il 2050 anche qualora la popolazione mondiale dovesse aumentare di una percentuale inferiore alla metà di questa percentuale. Nella situazione attuale, inoltre, almeno un terzo di tutti i rifiuti a livello globale viene gettato o bruciato all’aperto. Nei paesi a basso reddito, che spendono già tendenzialmente il 20% dei loro budget municipali sulla gestione dei rifiuti, questa cifra può arrivare addirittura fino al 93% con un danno provocato alla salute umana e all’ambiente difficilmente calcolabile.

Ridurre l’inquinamento, però, oggi si può, passando da un’economia lineare, e non più sostenibile, ad una circolare dove i rifiuti vengono rimessi nel ciclo produttivo eliminando il problema delle discariche e diventando nuovi oggetti con un consumo minore di materie prime. Lo stesso modello potrebbe, inoltre, secondo recenti studi sul tema, contribuire a limitare quello che è oggi il maggiore responsabile dell’effetto serra sul nostro pianeta ossia l’anidride carbonica, meglio conosciuta come CO2. La maggiore autorità internazionale sul cambiamento climatico riconosciuta dai governi di tutto il mondo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPPCC) ha individuato la causa dell’aumento della temperatura mondiale proprio nelle sempre più elevate emissioni di gas serra, tra cui la CO2 è la maggiore responsabile. Un aumento che deriva dalla combustione delle fonti fossili carbone, petrolio e gas naturale, ma anche da importanti processi industriali (cementifici, industria siderurgica ecc.) e  con gli Accordi di Parigi, ci siamo ripromessi di contenere nel XXI secolo il surriscaldamento climatico a meno di 2 gradi centigradi, nella migliore delle ipotesi a 1,5 , rispetto all’era pre-industriale. Per raggiungere l’ambizioso risultato si dovrebbe però limitare, o magari “catturare” ed in seguito trasformare per nuovi utilizzi, la CO2 prodotta dagli scarichi degli impianti di produzione di energia e industriali. Una recente soluzione prevede di portarla in siti di raccolta e destinarla allo stoccaggio geologico in campi petroliferi ormai esauriti o in bacini profondi di acqua salata. Questo già oggi avviene in tutto il mondo, ma con forti limitazioni dettate specialmente dai forti investimenti necessari, dagli elevati costi operativi del processo ed, infine, dalla necessità di monitorare continuamente, e permanentemente, i siti di stoccaggio utilizzati. Attraverso la tecnica detta CCS (Carbon Capture and Storage) si stima che oggi nel mondo si stocchino 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (MtCO2/a) e con diversi progetti in corso questa cifra  potrà salire rapidamente fino a 15 tonnellate. Purtroppo, però, trasformare CO2 in qualsiasi cosa è ancora energeticamente molto costoso. Per questo motivo sono state studiate e messe a punto nuove tecniche - le cosiddette CCU: Carbon Capture and Utilization - che mirano a riutilizzare la CO2, imitando il ciclo naturale del carbonio. L’anidride carbonica può essere così utilizzata anche nell’industria alimentare, ad esempio, nella produzione di bibite gassate e simili. Molto diffusa è, inoltre, la Enhanced Oil Recovery utilizzata nell’industria petrolifera: processo con il quale si inietta anidride carbonica nei giacimenti di petrolio per smuovere e, quindi, spingere fuori più velocemente il greggio che ancora vi si trova. La CO2 rimane così  intrappolata permanentemente nel giacimento quando questo si esaurisce. Con la tecnologia attuale i più grandi limiti rimangono, però, gli alti costi energetici della trasformazione di quello che è naturalmente il composto a base di carbonio più stabile in assoluto, motivo per il quale è necessaria molta energia perché possa essere trasformato in qualsiasi altra cosa. Nei benefici di un passaggio ad un’economia circolare, dove non ci sono sprechi e l’utilità delle risorse impiegate è mantenuta e rinnovata nel tempo, la Commissione UE prevede risparmi pari a circa 600 miliardi di euro per le imprese (l’8% del fatturato annuo) e, soprattutto, una riduzione delle emissioni di gas serra pari ad oltre 450 milioni di tonnellate l’anno, dato che conferma ancora una volta l’importanza del nuovo modello di produzione di consumo per donare un contributo formidabile  alla lotta ai cambiamenti climatici.

Senza un rapido taglio dei gas CO2 e degli altri responsabili dell’effetto serra, i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla terra. L’allerta deriva da politici, tecnici, e rappresentanti mondiali i quali precisano, inoltre, che ci rimarrebbero a disposizione solo 20 anni per poter correre ai ripari. Come dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in occasione dell’apertura dell’ultimo COP24 in Polonia “anche se assistiamo a devastanti impatti climatici che causano il caos in tutto il mondo, non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza velocemente, per prevenire un’interruzione climatica irreversibile e catastrofica”. Dal 1990 l’effetto serra è, infatti, aumentato del 41% raggiungendo nell’atmosfera una concentrazione di CO2 pari a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017, livello simile a quello che aveva la nostra Terra tra circa i 3 e i 5 milioni di anni fa. Alla luce di ciò, le istituzioni internazionali potrebbero aiutare i paesi, in particolar modo i paesi a basso reddito, a pianificare e sviluppare dei sistemi di gestione dei processi necessari a limitare la produzione di CO2 all’avanguardia, provvedendo magari anche a fornire i fondi necessari. A guadagnarci potrebbe esserci la nostra società, la nostra economia e non da ultimo il clima (di tutti).

Alberto Azario

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Mon, 14 Jan 2019 17:45:25 +0000 https://www.albertoazario.it/post/475/1/tagliare-la-co2-e-ridurre-l-inquinamento-abbandonando-l-economia-lineare alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Arriva la conferma dall’UE, un futuro senza plastica ci attende https://www.albertoazario.it/post/474/1/arriva-la-conferma-dall-ue-un-futuro-senza-plastica-ci-attende

Secondo un recente studio OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), oggi al mondo solo il 15% della plastica è riciclata, il 25% viene incenerita, il 60% finisce nell’ambiente. Percentuali queste che potrebbero  presto, ci si augura, cambiare in meglio. Nella normativa contro l’inquinamento da plastica l’Europa fa netti passi avanti: Parlamento e Consiglio europeo hanno, infatti, raggiunto un accordo politico provvisorio sulle nuove norme proposte dalla Commissione europea per contrastare i rifiuti plastici alla fonte. L’obiettivo principale, come già detto, sarà di ridurre al minimo il danneggiamento dell’ecosistema, che ad oggi rappresenta un problema molto grave non solo per noi esseri umani, ma soprattutto anche per gli animali, riducendo al minimo la produzione di nuova plastica monouso. Si porrà, quindi, il divieto di commercializzare alcuni prodotti di plastica avendo alternative facili e disponibili, ma soprattutto accessibili, così che questi prodotti verranno esclusi dal mercato. Vengono banditi in questo modo i 10 prodotti in plastica monouso che più si trovano nelle spiagge e nei mari europei (come cotton fioc, posate usa e getta, aste per palloncini, buste, contenitori per alimenti e per bevande), sostituiti finalmente da altri fabbricati con materiali sostenibili per gli stessi scopi. Secondo le nuove regole gli stati europei dovranno, quindi, attuare nuovi piani sia per riciclare il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2025 sia per fare in modo che i produttori di attrezzi da pesca possano garantire che almeno il 50% di tali attrezzi venga raccolto ogni anno. Proprio le reti da pesca abbandonate ed altri attrezzi “fantasma” costituiscono, infatti, causando ingenti danni agli habitat marini, quasi la metà dell’inquinamento plastico complessivo dei nostri oceani. Le aziende produttrici dovranno contribuire, inoltre, alla gestione sostenendo i costi di bonifica dei rifiuti sensibilizzando i cittadini membri per quanto riguarda l’impatto negativo che questi prodotti hanno sull’ambiente e per migliorare la gestione dei rifiuti nel migliore dei modi. Per alcuni prodotti, infine, esisterà un’etichetta ben chiara che indicherà come dovranno essere smaltiti con l’impatto negativo sull’ambiente e se ci sarà presenza di plastica. L’accordo provvisorio raggiunto lo scorso 19 dicembre seguirà il suo iter legislativo e , se non ci saranno rallentamenti, finirà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea che per quanto riguarda gli Stati membri verrà recepita non oltre due anni dopo la sua pubblicazione e approvazione finale.

A European Strategy for Plastics in a Circular Economy è il nome dell’iniziativa europea lanciata a gennaio 2017 e volta a proteggere il nostro ambiente dall’inquinamento da plastica. I rifiuti di plastica costituiscono un problema enorme per il mondo intero e l’UE nel suo complesso con questo testo ha dato una prima prova di vero coraggio nell’affrontarlo, assumendo un ruolo di primo piano a livello mondiale contro i rifiuti di plastica nei mari. Le soluzioni adottate oggi incarnano, inoltre, la naturale continuazione di quel processo  già iniziato e volto a far progredire gradualmente, attraverso una scelta economica e ambientale intelligente, la nostra economia verso un modello più sostenibile e realmente circolare. Se le nuove misure inserite nell’iniziativa europea verranno seguite si aspettano, inoltre, risvolti positivi sia in campo economico sia ambientale: ad esempio si eviterà l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente; si scongiureranno danni ambientali per un costo equivalente a 22 miliardi di euro entro il 2030; e si genereranno risparmi per i consumatori dell’ordine di 6,5 miliardi di euro.

Il passaggio ad una reale e funzionale economia circolare porta con sé l’introduzione di nuove possibilità di innovazione, competitività e creazione di posti di lavoro. Lo dimostrano studi recenti sul tema (come il rapporto annuale di Assobioplastiche) dai quali emerge il profilo di un’industria giovane, ad alto tasso di innovazione. Nel 2017, in Italia, l’industria delle plastiche biodegradabili e compostabili, è stata rappresentata da 240 aziende, con 2.450 addetti dedicati per 73.000 tonnellate di biopolimeri prodotti, ed un notevole fatturato complessivo di circa 545 milioni di euro. Fatturato che, nel quinquennio 2012-2017, è aumentato del 49%, mentre la produzione ha avuto un incremento dell’86%, incredibile, poi, l’aumento delle persone impiegate nel campo salito di oltre il 92% nel quinquennio. Sempre nel 2017, per la prima volta dall’introduzione della legge 28/2012, con 49.500 tonnellate, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, scesi a 42.500 tonnellate dalle 45.000 del 2016. Con questi buoni dati anche le aspettative per il 2018 risultano positive con previsioni che prevedono una crescita complessiva intorno al 15% per la produzione di manufatti compostabili. I produttori italiani, inoltre,  si confermano punto di riferimento per le forniture in tutta Europa, si registra una riduzione della domanda di sacchi per la raccolta dell’umido spesso sostituiti con gli shopper e/o con i sacchetti ultraleggeri, come effetto positivo della legislazione italiana. Fanno ben sperare, poi, per l’evoluzione dell’intero comparto il fermento di un mercato fortemente motivato dalla necessità di ridurre l’inquinamento da plastica di suolo, fiumi e mari, la prossima apertura ai prodotti compostabili di paesi come Spagna e Austria, appena preceduti da Francia e Vallonia, insieme alla capacità di questi manufatti di risolvere i problemi connessi alla valorizzazione della frazione organica. Rilanciare l’economia e l’occupazione attraverso l’economia circolare, l’innovazione e la sostenibilità non è, quindi, una chimera, ma un fatto tangibile e reale.

Alberto Azario

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Thu, 3 Jan 2019 16:49:09 +0000 https://www.albertoazario.it/post/474/1/arriva-la-conferma-dall-ue-un-futuro-senza-plastica-ci-attende alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Sistri, per un sistema che va in pensione se ne presenta uno nuovo migliore? https://www.albertoazario.it/post/473/1/sistri-per-un-sistema-che-va-in-pensione-se-ne-presenta-uno-nuovo-migliore

Il vecchio sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti nato, per iniziativa del ministero dell’Ambiente, con l’obiettivo di digitalizzare il meccanismo di tracciamento dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani della Regione Campania sta per andare in pensione. Nato nel 2009 su iniziativa del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il “SISTRI” è entrato in vigore ufficialmente nel 2014 con l’obiettivo di digitalizzare tutti quegli adempimenti documentali cartacei basati sul MUD (Modello unico di dichiarazione ambientale), sul Registro di carico e scarico dei rifiuti e sul FIR, il Formulario di identificazione dei rifiuti (FIR). Un sistema che però non è mai partito davvero, sia per i continui rinvii, sia per un contributo annuale mai apprezzato da imprese e trasportatori volto a garantirne un corretto funzionamento. Così, dopo anni di malfunzionamenti, partenze a singhiozzo e polemiche, tale sistema sarà sostituito da uno nuovo, è direttamente il Ministro dell’Ambiente Costa a darne l’annuncio durante un’intervista televisiva. Secondo il Ministro, infatti, il sistema di controllo ambientale dei rifiuti va totalmente ripensato: “Non si tratta di migliorarlo – ha dichiarato Costa – ma di mandarlo in pensione. Entro la prossima primavera entrerà in funzione un nuovo sistema di tracciabilità dei 140 milioni di tonnellate di rifiuti speciali che si movimentano in Italia.” Il vecchio sistema si basava principalmente su due dispositivi: una black box, che veniva montata sui mezzi per il trasporto dei rifiuti in modo da tracciarne il percorso, e una token USB che permetteva l’identificazione e la firma elettronica. Il nuovo sistema si baserà, invece, sulle ultime tecnologie GPS e di rilevamento satellitare per mettere in rete i dati di tutti i mezzi adibiti al traffico dei rifiuti, superando il doppio binario cartaceo/digitale ed il registro di carico e scarico, digitalizzando allo stesso tempo l'intera tracciabilità dei rifiuti ed i documenti fiscali. Per fare questo, il ministro ha annunciato la costituzione di una commissione di esperti per la semplificazione ambientale, al cui tavolo si porranno anche gli imprenditori che si occupano di ambiente e gestione rifiuti.

La macchina amministrativa sembra stavolta andare avanti, con una nota tecnica proprio il dicastero dell’ambiente, lo scorso 21 settembre, ha informato della pubblicazione sul sito www.sistri.it di ben otto guide su: gestione rifiuti respinti; mini-raccolta; trasporto inter-modale; trasporto trans-frontaliero; destinatari dei rifiuti; produttori di rifiuti; regione Campania; trasportatori. Inoltre, sempre nel sito, è possibile reperire, tra l’altro, la normativa di riferimento e la raccolta delle FAQ, con le relative risposte/indicazioni fornite dal Ministero.

Inserendosi nell’insieme dell’azione politica economica che da molti anni lo Stato Italiano e le Regioni stanno portando avanti in materia di semplificazione normativa e maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione, con l’obbiettivo di ridurre gli oneri amministrativi gravanti sulle imprese sui cittadini, il Sistri è gestito dall’Arma dei Carabinieri mediante il controllo e la gestione dei processi e dei flussi di informazioni in esso contenuti. Lo scopo del sistema è di controllare in modo più puntuale la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, con particolare attenzione con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche. La lotta alla illegalità nel settore dei rifiuti speciali costituisce, infatti, una priorità del Governo per contrastare il proliferare di azioni e comportamenti non conformi alle regole esistenti e, in particolare, per mettere ordine a un sistema di rilevazione dei dati che sappia facilitare, tra l’altro, i compiti affidati alle autorità di controllo. Il SISTRI dovrebbe costituire quindi, nelle intenzioni dei nostri legislatori, uno strumento ottimale di una nuova strategia volta proprio a garantire un maggior controllo della movimentazione dei rifiuti speciali con vantaggi molteplici in termini di legalità, prevenzione, trasparenza, efficienza, semplificazione normativa, modernizzazione.

Il 1 gennaio 2019 (previsto dall’art. 12 del d.l. 244/2016) è il termine ultimo, non avendo avuto l’avallo dal Decreto Mille-proroghe per uno slittamento sospensivo al 2020, a decorrere dal quale il Sistri diventerà pienamente operativo e con esso entrerà anche in vigore il relativo regime sanzionatorio in caso di violazione o inadempimento degli obblighi derivanti dal sistema di tracciabilità. Al momento, il Sistri è una forma di controllo, obbligatoria per chi tratta rifiuti pericolosi e per le aziende con più di dieci dipendenti, le maxi sanzioni saranno dovute per la mancata oppure sbagliata tenuta, quindi, appurata irregolarità del registro cronologico e delle schede Sistri. Motivo per cui la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media impresa (CNA) che già versa un contributo pari a circa 200 milioni di euro per la gestione dei rifiuti speciali mostra tutte le sue perplessità per un sistema digitale che al momento risulta essere già molto gravoso ed ampiamente sotto utilizzato per grossi problemi di funzionamento, invitando il Governo almeno a prorogare l’azione operativa del Sistri al 2020 per adeguarsi totalmente al nuovo regime. Ci si augura che, almeno questa volta, questo nuovo sistema, un cosiddetto SISTRI 2.0, possa funzionare correttamente dal momento che, proprio una corretta e funzionale gestione dei rifiuti, può portare vantaggi sia in termini di riduzione del danno ambientale, sia di eliminazione di illegalità e di forme di concorrenza sleale tra imprese.

Alberto Azario

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Wed, 28 Nov 2018 17:13:39 +0000 https://www.albertoazario.it/post/473/1/sistri-per-un-sistema-che-va-in-pensione-se-ne-presenta-uno-nuovo-migliore alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La rivoluzione 4.0 sulla raccolta rifiuti: tecnologia a servizio dell’ambiente https://www.albertoazario.it/post/472/1/la-rivoluzione-40-sulla-raccolta-rifiuti-tecnologia-a-servizio-dell-ambiente

Efficienza, sostenibilità e riciclaggio sono le parole d’ordine della rivoluzione digitale in atto nel settore della raccolta dei rifiuti. In numerosi Paesi europei, e pure in alcune zone d’Italia si sta diffondendo l’installazione di ecocompattatori e cassonetti intelligenti dove conferire lattine e bottiglie di plastica ed ottenere in cambio buoni spesa, anche i singoli utenti possono così cominciare a guadagnare grazie alla raccolta differenziata. Un progetto semplice quanto vantaggioso, il fatto di ottenere infatti un buono spesa in cambio del conferimento di determinati materiali può rappresentare un incentivo importante per evitare che si presentino episodi nei quali il senso civico viene totalmente dimenticato, mi riferisco ovviamente ai numerosi abbandoni di rifiuti che troppo spesso siamo costretti a vedere nelle strade delle nostre città o in luoghi trasformati ingiustamente in discariche abusive a cielo aperto. Alcuni di questi servizi, ma in futuro potrebbero essere molti di più, si trovano nelle vicinanze dei grandi supermercati, eco-point dove il cittadino dopo aver inserito i rifiuti da riciclare (solitamente plastica e vetro) ottengono sia un buono sconto sia dei punti bonus da utilizzare per acquisti successivi presso diversi esercenti che hanno sottoscritto l’iniziativa. Far funzionare la raccolta differenziata può così portare effetti tangibili anche all’economia e ai piccoli esercenti che si trovano così a promuovere le loro attività attraverso questo metodo. All’estero il progetto è realtà da almeno 20 anni, un’occasione per incentivare la raccolta differenziata e, al contempo, un sistema in grado di ribaltare il concetto di rifiuto da costo a risorsa consentendo ai cittadini di risparmiare sulla spesa.

Anche i comuni cassonetti si apprestano a sfruttare l’innovazione tecnologica e a diventare smart, ne è un primo caso quelli della zona Lingotto di Torino. Isole ecologiche informatizzate e telecontrollate che presentano una svolta rispetto al tradizionale riciclo “porta a porta” dal momento che possono essere collocati sul suolo pubblico invece che dentro i condomini, dotati di serratura elettronica con sistema di identificazione dei conferimenti grazie ad una smart card associata ad ogni singolo domicilio. Per utilizzare il cassonetto intelligente l’utente deve, infatti, strisciare nell’apposita fessura la Carta regionale dei servizi (tessera sanitaria) quindi selezionare il tipo di rifiuto che intende conferire, inserendolo successivamente all’interno dello sportello dedicato che si aprirà automaticamente. L’ecoisole, dotate anche di sistema antintrusione, una volta piene avvisano in maniera automatica gli operatori del servizio di nettezza urbana per il loro svuotamento. Tra i maggiori vantaggi del nuovo sistema si presenterebbe certamente il superamento dei limiti territoriali e logistici ed una maggiore responsabilizzazione degli utenti a fronte di una minore occupazione della proprietà privata.

I nuovi cassonetti sono stati ideati, questa volta in forma sperimentale a Milano, anche per accogliere al loro interno rifiuti elettrici ed elettronici, i cosiddetti RAEE, che proprio in questi giorni hanno subito particolari cambiamenti di conferimento a seguito della nuova normativa. A partire dal 15 agosto, infatti, è entrato in vigore l’Open Scope, ovvero l’ampliamento delle categorie di prodotti a cui si applicherà la normativa sui RAEE. Si tratta di un cambio di paradigma, contenuto nel D.Lgs 49 del 2014, che include nel comparto dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche oggetti prima esclusi come chiavette USB o fusibili. La misura riguarda tutte le apparecchiature elettriche per le quali la legge non prevede un’esplicita esclusione e, secondo le previsioni, dovrebbe portare al raddoppio dei rifiuti da gestire nel comparto. Un progetto quello milanese che vuole non solamente incrementare la raccolta dei RAEE in città, ma anche incentivare la diffusione di una sempre maggiore cultura ecologica: cellulari, telecomandi, tablet non più funzionanti sono i rifiuti elettronici più difficili da intercettare a tal punto che solamente poco più del 20% segue un corretto percorso di raccolta e recupero. Eppure sono prodotti riciclabili fino a oltre il 90% del loro peso. L’idea dell’ecoisola tecnologica offre così ai cittadini una possibilità in più per conferirli in modo corretto. Pur vero è che non basta l’impegno delle Istituzioni né l’uso delle nuove tecnologie, anche se ovviamente diventa sempre più fondamentale, se poi da parte della cittadinanza non c’è un impegno preciso ed una sensibilità forte alle tematiche ambientali.

Solo in Irlanda invece, per ora, cominciano a farsi piede i primi cassonetti per i rifiuti autocompattanti, alimentati ad energia solare e connessi alla rete. Il pannello solare serve ad alimentare una batteria interna che fornisce l’alimentazione a tutto il compattatore e si attiva, solo quando due sensori avvertono che i rifiuti hanno raggiunto un certo livello, esercitando una forza di 5,3 kN ed aumentando così la capacità effettiva del contenitore ad un minimo di 606 litri equivalenti, da sei a otto volte più dello spazio fisico dei vecchi cassonetti non compattati. Un successo sorprendente fin dal 2014, data di inizio della sperimentazione, che ha visto la capacità di raccolta del sistema aumentata da circa 45.000 ad oltre 250.000 litri (a fronte di 500 cassonetti tradizionali sostituiti con 421 del nuovo tipo) e una riduzione del 75% dei costi di flotta e del 60% del personale.

Quelle fino a qui descritte sono solo alcune delle evoluzioni tecnologiche che si apprestano a rendere ancor più evidente la rivoluzione digitale della raccolta rifiuti, senza dubbio uno degli ambiti più sfidanti in termini di efficienza e sostenibilità. Nuove ed inedite opportunità di sviluppo si stanno, infatti, affacciando sul mercato, soprattutto rispetto al riciclaggio, e gli operatori sembrano sempre più decisi ad accaparrarsi ogni singolo vantaggio. O almeno questo è quanto esce fuori dallo studio intitolato The Impact of Digital Transformation on the Waste Recycling Industry, realizzato da Frost&Sullivan. Il mercato globale della gestione smart di carta, vetro, plastica e degli altri scarti delle nostre vite quotidiane, secondo gli analisti, è infatti destinato a toccare numeri importanti nel prossimo triennio. Una nicchia di mercato sempre più grande, mossa in particolare modo da IoT ed economia circolare, che genererà entro il 2020 qualcosa come 3,6 miliardi di dollari di ricavi. Dalla tracciabilità dei dati sui rifiuti, ai cassonetti intelligenti ed allo smistamento robotizzato, la rivoluzione 4.0 sulla raccolta rifiuti è in avvio già adesso. 

Alberto Azario

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Tue, 20 Nov 2018 17:12:33 +0000 https://www.albertoazario.it/post/472/1/la-rivoluzione-40-sulla-raccolta-rifiuti-tecnologia-a-servizio-dell-ambiente alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La lotta alla plastica, dall’Europa al Giappone, non conosce confini nazionali https://www.albertoazario.it/post/471/1/la-lotta-alla-plastica-dall-europa-al-giappone-non-conosce-confini-nazionali

Il divieto al consumo nell’Unione europea di alcuni prodotti in plastica monouso è stato ufficialmente approvato dall’Europarlamento. E così dopo aver messo al bando i sacchetti di plastica nel 2015, la Commissione Europea continua a perseguire il sogno di un’Europa libera dai rifiuti plastici. Ora, se tale normativa diventerà definitiva, la vendita all'interno del blocco comunitario di articoli in plastica monouso (come ad esempio posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini, sacchetti in plastica leggera, articoli di plastica ossi-degradabili, contenitori per fast-food in polistirolo espanso) sarà vietata a partire dal 2021. Tali rifiuti sono gli stessi che, anche da soli, costituiscono circa il 70% dei rifiuti marini. La legge si inserisce così nell’ambizioso piano della Comunità europea per ridurre l’inquinamento marino prodotto dai paesi dell’Unione. Un problema che affligge oggi tutti i mari, gli oceani ed i corsi d’acqua del mondo.

Ora l’augurio è che, come auspica anche Greenpeace attraverso i suoi canali ufficiali, i Governi Nazionali possano portare avanti il lavoro iniziato in ambito europeo per dare un taglio definitivo all’usa e getta anche nei singoli Paesi. Sempre ai vari paesi UE spetterà ridurre il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative (scatole monouso per hamburger e panini e i contenitori alimentari per frutta e verdura, dessert o gelati) del 25% entro il 2025. Tutti prodotti che in futuro dovranno essere fabbricati solo con materiali sostenibili, facilmente disponibili ed economicamente accessibili. Per quanto riguarda altri oggetti sempre in plastica e molto utilizzati, come contenitori per cibo e bevande, la legge propone di limitarne l’uso fino a quando non sarà trovata una valida alternativa. Inoltre, sugli imballaggi di questi prodotti dovrà esserci una etichetta che segnala l’impatto negativo che hanno sull’ambiente. Ciascun Paese dovrà, inoltre, creare campagne di sensibilizzazione ed i produttori di tali materiali dovranno etichettare in modo chiaro i loro prodotti e fornire spiegazioni esaustive riguardo il loro smaltimento. Verranno, in aggiunta, offerti degli incentivi economici a quei produttori che decideranno di usare materiale sostenibile. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno, invece, essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025. La “guerra” alla plastica includerà anche quei mozziconi di sigarette che contengono plastica, la cui quantità nei rifiuti va ridotta del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030, con i produttori di tabacco chiamati a farsi carico dei costi di trattamento e raccolta, compreso il trasporto. Discorso simile vale per i produttori di attrezzi da pesca contenenti plastica, che dovranno contribuire al raggiungimento di un obiettivo di riciclaggio fissato in almeno il 15% entro il 2025. Infine almeno il 50% degli attrezzi da pesca contenenti plastica, sia che siano smarriti o abbandonati, dovranno essere raccolti ogni anno .

Lo scorso 4 luglio erano già entrate in vigore quattro nuove direttive UE studiate al fine di promuovere i principi dell’economia circolare ed intensificare l’uso delle energie rinnovabili, il cosiddetto pacchetto “Circular Economy”. L’ambizioso pacchetto di misure, voluto fortemente dalla Commissione europea, è stato adottato per aiutare le imprese e i consumatori europei a compiere quella transizione necessaria verso un’economia circolare, in cui le risorse siano utilizzate in modo più sostenibile. Solo utilizzando, infatti, al massimo tutte le materie prime, i prodotti e i rifiuti si potrà ricavarne il massimo valore, favorendo i risparmi energetici e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. In sostanza, le azioni proposte contribuiranno a "chiudere il cerchio" del ciclo di vita dei prodotti, incrementando il riciclaggio e il riutilizzo e arrecando vantaggi sia all’ambiente che all’economia. Le nuove direttive UE avviano così quella svolta verso un’economia circolare tante volte discussa, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti; rifiuti che, finalmente, si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Una sfida che può apparire senz’altro ardua e ambiziosa, tuttavia gestire in maniera sostenibile il ciclo dei rifiuti risulta essere una scelta improrogabile per garantire risparmi futuri in termini ambientali ed economici.

Dall’Europa al Giappone, la lotta alla plastica non conosce, fortunatamente, confini nazionali. Per la prima volta nella sua storia, infatti, il Governo giapponese ha comunicato dei target specifici sui limiti dell’utilizzo di questo importante ma inquinante prodotto, ordinando una riduzione del 25% entro il 2030 e l’obbligo per le attività commerciali di far pagare l’uso delle buste. Lo scorso giugno il governo di Tokyo era stato fortemente criticato al termine del G7 in Canada per essersi rifiutato di aderire al trattato per il controllo dell’inquinamento della plastica negli oceani. Decisione critica per un Paese che ha il consumo pro-capite di plastica più elevato al mondo dopo gli Stati Uniti. Sembra però ora che si voglia superare e rivalutare il target numerico del trattato di giugno. E così, in base alla bozza del governo presentata al Consiglio nazionale per il monitoraggio dell'Ambiente, oltre alle nuove norme sul riciclo dei prodotti in plastica, verranno aggiunte 2 milioni di tonnellate all'anno di biomasse vegetali entro il 2030 - per accelerare il ritorno della CO2 in atmosfera, un livello di 50 volte superiore ai valori attuali. Entro il 2035 inoltre verrà attuato un piano per il riciclo o il riutilizzo del 100% dei contenitori di plastica tramite il loro incenerimento per lo sviluppo di energia termica.

Smaltire in discarica i rifiuti non ha più alcun senso, infatti, in un’ottica che persegue l’idea di creare un’economia circolare, oltre a costituire un rischio d’inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria. Riuso, riciclo e recupero sono oggi le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformino da problema in risorsa.

Alberto Azario

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Thu, 15 Nov 2018 17:17:36 +0000 https://www.albertoazario.it/post/471/1/la-lotta-alla-plastica-dall-europa-al-giappone-non-conosce-confini-nazionali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Microplastiche, un nemico invisibile della nostra salute entra a tavola con noi https://www.albertoazario.it/post/470/1/microplastiche-un-nemico-invisibile-della-nostra-salute-entra-a-tavola-con-noi

La ritroviamo ovunque, nei mari, nei fiumi, sulle cime delle montagne, o nelle campagne che ancora qualcuno afferma che siano incontaminate e, senza accorgercene, la mangiamo e la beviamo. Il pericolo in questo caso ha un nome preciso, anche se è da poco tempo che ricercatori ed analisti se ne occupano, sto parlando della “microplastica” ossia quelle particelle solide insolubili in acqua di dimensioni convenzionalmente comprese tra i 5 millimetri e 330 micrometri il cui rischio reale è ancora in gran parte sconosciuto. Insidiosa ancor più della sorella maggiore da cui deriva proprio perché non possiamo scorgerla ad occhio nudo e quindi non siamo in grado di scansarla. Le microplastiche, oltre che per dimensione, possono essere classificate anche in base alla loro formazione e alla loro composizione, troviamo qui due categorie precise: la primaria, ovvero quella prodotta direttamente dall'uomo, e la secondaria, cioè quella delle particelle che derivano dalla frammentazione di rifiuti o fibre plastiche più grandi già presenti nell’ambiente. Nella quasi totalità delle particelle ritrovate, le fonti originarie di quelle secondarie sono i prodotti utilizzati dall’uomo come bottiglie, bicchieri, piatti e posate di plastica, reti da pesca, pellicole e contenitori di cibo. In base a quanto riportato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) nel 2017, neppure l'Italia è esente dall'inquinamento da microplastiche: il Mediterraneo è, infatti, uno dei mari più inquinati al mondo, tant’è che vi si concentra il 7% delle particelle di plastica a livello globale. Dati confermati anche dai campionamenti effettuati da Greenpeace nell'estate del 2017, secondo cui il livello di microplastiche presente nelle acque marine superficiali italiane è paragonabile a quello dei vortici oceanici nel Nord Pacifico. 

Non esistono oggi risposte univoche o facili riguardo al pericolo che questa “invasione” delle microplastiche possa portare oggi alla nostra salute poiché la catena di questa contaminazione appare molto lunga ed estremamente complessa. Ogni essere umano, senza saperlo e senza rendersene conto, produce ogni giorno grandi quantità di particelle plastiche. Lavare una sola maglietta sintetica in lavatrice, ad esempio, può produrre 1.900 microplastiche, ma sono tantissime le attività umane che rilasciano nell’ambiente quantitativi di particelle piuttosto elevati: lo scrub facciale, l'uso di alcuni shampoo e saponi, l'uso dell’eyeliner, della crema solare, di detergenti esfolianti, ma anche di dentifricio e spazzolino, ad esempio.

Sono ormai anni che nelle analisi microscopiche che vengono eseguite dai diversi laboratori di ricerca, praticamente in ogni cosa venga analizzata, se ne trova in quantità. Quantità impressionanti sono state trovate nella carne dei pesci, nel sale marino, nelle acque di ogni tipo, persino, con alti valori, nel nostro miele italiano. Inevitabile, quindi, che una più recente ed attenta ricerca svolta su diverse marche di drink abbia portato alla luce che praticamente nessuno dei vari brand esaminati fosse immune a questo invisibile residuo di quelli che sono i polimeri oggi di maggiore uso: polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide, polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato. Uno studio condotto dall’associazione no profit Orb Media, i cui dati sono stati pubblicati dal Guardian, ha riscontrato la contaminazione di microplastiche nell’acqua di rubinetto dei Paesi di tutto il mondo. Con valori, indicati in mmp/l (microparticelle di plastica per litro) che variano nelle acque minerali in bottiglia da 3,72 mp/l a 2,27 mp/l a valori da 0,91 mp/l a 9,24 mp/l nel caso dell’acqua di rubinetto di paesi come la Germania nel primo risultato e gli Usa nel secondo. Per realizzare tale misurazione è stato utilizzato un metodo che fa uso del cosiddetto “Nile Red” un colorante che, legandosi preferenzialmente ai materiali polimerici rispetto a quelli organici, riesce a consentire il rilevamento rapido e la quantificazione delle microplastiche grazie alle sue caratteristiche di assorbimento, di selettività e proprietà fluorescenti. Seppur contestato da alcuni, tale metodo rimane però oggi uno dei più evoluti tra quelli disponibili, sufficiente da solo ad identificare una particella di natura polimerica senza la necessità di ulteriori analisi spettroscopiche (riducendo così il tempo necessario per analizzare un campione ambientale).

Senza voler fare classifiche tra quali marche siano più contaminate di altre, le ultime analisi nascono invece con l’intento di aprire una discussione sul tema e fotografare un fenomeno come quello della contaminazione da microplastiche in un settore industriale ancora non monitorato, come quello dei soft drink. In comune, infatti, le bottiglie messe sotto esame avevano solamente il fatto di essere ovviamente tutte in plastica. Tipologie diverse di prodotto o brand non hanno però cambiato di molto il risultato finale di questa analisi: la microplastica a tavola è così servita. Pur con le differenze del caso e dei vari brand presi in esame, si tratta comunque di una presenza sgradita che, dunque, non dovrebbe trovarsi in nessun contenitore per alimenti o bevande oggi in commercio. L’unica certezza adesso è che tutti, produttori in primis, una volta giunti a conoscenza del problema, debbano agire attivamente per evitare di continuare ad avvelenare tutto ciò che ci troviamo attorno.

Alberto Azario

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Mon, 5 Nov 2018 17:58:41 +0000 https://www.albertoazario.it/post/470/1/microplastiche-un-nemico-invisibile-della-nostra-salute-entra-a-tavola-con-noi alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Cittadini attivi per un’Italia libera da rifiuti ed inquinamento https://www.albertoazario.it/post/469/1/cittadini-attivi-per-un-italia-libera-da-rifiuti-ed-inquinamento

Siti di informazione e testate giornalistiche nazionali ci rivelano sempre più spesso quali sono i gravi problemi che il nostro Paese deve affrontare ogni giorno riguardo al tema dei rifiuti, dalle nostre città d’arte piene di immondizia alle discariche spesso non legali che vengono alla luce grazie ai controlli delle nostre forze dell’ordine. Di fronte a tante notizie negative vorrei, però, soffermarmi proprio su quegli eventi che ci dicono e confermano a gran voce che la voglia di cambiare è tanta e che i cittadini un’  Italia più pulita e libera da plastica ed altri inquinanti la vogliono veramente. Più di 3.200 persone hanno aderito, ad esempio, durante l’estate alla campagna “Plastic Radar”, iniziativa di Greenpeace che ha coinvolto in prima persona tutti gli amanti del mare su Whatsapp, per segnalare l’inquinamento da plastica su spiagge, fondali e mari italiani. Le tante segnalazioni hanno così portato a trovare sulle nostre coste un totale di 6.800 rifiuti in plastica, il 90% dei quali usa e getta e riconducibili in gran parte alle grandi multinazionali. Le segnalazioni fotografiche pervenute, infatti, sono state analizzate per far luce non solo sulla tipologia di rifiuto in plastica, ma anche per individuare i marchi e le aziende produttrici. Da qui il monito verso le grandi aziende, da una parte per porsi il problema del riciclo di tutta la plastica che loro stesse immettono sul mercato, dall’altra per far sì che inizino a pensare a delle alternative alla plastica usa e getta da offrire ai consumatori, poiché “Sebbene la presenza di rifiuti in plastica lungo i litorali italiani sia molto spesso imputabile a uno scorretto comportamento individuale, le multinazionali degli alimenti e delle bevande devono assumersi le proprie responsabilità di fronte ad una contaminazione sempre più grave”.

A fine settembre, precisamente dal 28 al 30, si è svolta poi in tutta Italia l’iniziativa di Legambiente “Puliamo il Mondo”, non solo una grande iniziativa per liberare il nostro territorio dal degrado, ma anche un’occasione per costruire relazioni di comunità che tengano nel tempo, per rafforzare il senso dell’accoglienza, per sfumare il concetto di diversità ormai usato come bandiera d’intolleranza. Con l’obiettivo di ricostruire, non in un giorno ma ogni giorno, il dialogo per un mondo migliore. Tanti piccoli gesti per la tutela e la valorizzazione dei beni comuni, attraverso azioni di cittadinanza attiva, per promuovere la vivibilità e la bellezza dei luoghi, ma anche per offrire un'occasione di integrazione sono stati portati avanti da molte associazioni che hanno aderito alla campagna con modalità differenti, ognuno in base alla propria missione. Nel 2017, 4 mila aree del Paese sono state pulite da oltre 600 mila volontari, quest’anno il successo dell’evento è stato ancora più grande.

“Credo sia arrivato il momento, lavorando insieme, di rendere più omogeneo , secondo alcune linee di indirizzo, il percorso da fare; di migliorare e semplificare il controllo, introducendo un sistema che preveda premialità e penali; di rendere omogenea, nell'ottica della semplificazione, la governance del sistema consorzi, che invece soffre attualmente la propria disomogeneità queste le parole del Ministro dell’Ambiente durante l’inaugurazione degli Stati Generali dei Consorzi dei riciclatori a Roma. L’augurio è, infatti, che si incrementi la raccolta differenziata, ma anche la quantità di rifiuti riciclati, così da incentivare il percorso virtuoso di passaggio ad un modello di economia circolare. Bisogna ora far crescere così la coscienza ambientale e di partecipazione trovando insieme, parlo di cittadini ed amministrazioni, le migliori soluzioni possibili. Progetti che partono da una nuova visione ecologica e riuso dei rifiuti sono in studio in diverse parti del mondo: il progetto israeliano “Homebiogas”, ad esempio, offrirebbe la possibilità di installare compostiere domestiche low cost in maniera tale che, secondo i ricercatori, da un kg di spazzatura si possa ottenere un’ora di cottura ai fornelli. L’elenco dei rifiuti che possono essere trattati tramite la bio-digestione è particolarmente esteso, produrre così energia direttamente in casa grazie ai rifiuti potrebbe diventare presto una realtà consolidata in futuro. Consideriamo, inoltre, che i rifiuti umidi rappresentano circa il 30% dell'immondizia che viene prodotta dalle famiglie. Grazie al lavoro di due siciliani tale tecnologia, in funzione già da diversi anni, potrebbe arrivare anche nel nostro Paese. Di dimensioni contenute (circa 1 metro x 2 metri x 1,5 metri), il mini bio-digestore è composto da un imbuto per l’inserimento della materia organica, un recipiente da 1.200 litri contenente acqua e i microorganismi, un vano espandibile per la raccolta del biogas, una valvola con filtro per l’erogazione del biogas e un rubinetto per il fertilizzante. Semplice ed intuitivo è poi anche il funzionamento del tutto: dopo aver versato la materia organica all’interno dell’unità, i microrganismi iniziano il processo di bio-digestione in modo autonomo, rilasciando il biogas che viene indirizzato alla valvola di distribuzione, il gas prodotto viene poi immagazzinato nel vano a pressione (massimo 700 L al giorno) e tutto l’eccesso viene rilasciato in atmosfera tramite una valvola di sfogo. Molteplici sono poi gli utilizzi poiché il biogas può essere utilizzato sia negli impianti di cogenerazione sia trattato come carburante per veicoli. Considerando, inoltre, la grave emergenza presente ormai da anni in Italia, un progetto di tale portata potrebbe costituire anche un tassello determinante nell’ottica di un cambio di passo tanto atteso sul fronte dei rifiuti: “La fermentazione dei rifiuti solidi organici è una trasformazione dall’economia dei rifiuti che diventerà risorsa economica per la collettività”.

Alberto Azario

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Fri, 2 Nov 2018 16:49:53 +0000 https://www.albertoazario.it/post/469/1/cittadini-attivi-per-un-italia-libera-da-rifiuti-ed-inquinamento alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti come risorsa: quando differenziata e termovalorizzatori fanno la differenza https://www.albertoazario.it/post/468/1/rifiuti-come-risorsa-quando-differenziata-e-termovalorizzatori-fanno-la-differenza

Secondo il rapporto “What a Waste 2.0 : A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050” della Banca mondiale, entro quella data produrremo il 70% di rifiuti solidi in più rispetto ad oggi. La denuncia ci fa comprendere che, in mancanza di un modello economico volto ad incentivare il riuso ed il riciclo, rischiamo di passare dai 2,01 miliardi di tonnellate del 2016, ai 3,14 miliardi nel 2050 con danni inimmaginabili per la salute dell’uomo e del nostro pianeta. Se non raccolti e gestiti correttamente, questi rifiuti rischiano di compromettere lo stato di salute di interi ecosistemi per migliaia di anni; se consideriamo ad esempio gli oceani, i dati sono drammatici con almeno il 90% dei rifiuti marini costituito da plastica. Secondo il Rapporto qui preso in esame, fondamentale sarà migliorare l’intera gestione della filiera dei rifiuti, ripensarla in un’ottica di economia circolare, in cui i prodotti sono progettati per essere riciclati e riutilizzati. Importante è dotare oggi i Paesi di impianti sufficienti ed adeguati a trattare i rifiuti perché non siano un problema, un’emergenza, ma una risorsa. “What a Waste 2.0” evidenzia, inoltre, che nei Paesi a basso reddito la gestione dei rifiuti è trascurata; infatti solo il 4% della produzione viene avviato a riciclo, una differenza abissale se consideriamo che nei Paesi ad alto reddito, più di un terzo dei rifiuti viene recuperato attraverso il riciclaggio e il compostaggio. Una situazione delicata che va affrontata con una pianificazione ad ampio raggio e su rigorose basi scientifiche: le soluzioni esistono, bisogna solo renderle attuabili e facilmente riproducibili ed accessibili. In nessun Paese europeo, infatti, il rifiuto è considerato un problema e se facciamo prevalere il buon senso, anche a livello di decisori, e utilizziamo le tecnologie a disposizione, anche in Italia non lo sarà più.

Discorso che forse al Nord Italia già fanno dal momento che, per trovare l’ultima volta in cui si è parlato di “emergenza rifiuti” nella città di Milano dobbiamo riandare con la memoria al 1995. Una crisi che in poche settimane riversò nelle strade di Milano più di ventimila tonnellate di rifiuti a causa del blocco della discarica di Cerro Maggiore (nel Milanese). Da allora nel capoluogo lombardo, ormai una delle capitali europee più visitate per affari e turismo, quella tremenda frase, troppo volte sentita sui media per molte altre zone d’Italia, non ha praticamente più un significato. Anzi, Milano è diventata addirittura un modello nel mondo, ad esempio, per la raccolta differenziata. Nel 2017 sono state raccolte oltre 670mila tonnellate di rifiuti, circa 2.200 al giorno. Di queste 362.331 tonnellate (pari al 59,6% del totale) sono state avviate a recupero di materia, attraverso appunto la raccolta differenziata. In particolare, con la differenziata nel 2017 sono state smaltite 77.900 tonnellate di carta e cartone, 44.615 tonnellate di plastica e metalli, 65.501 di vetro, 141.281 tonnellate di organico e, infine, altre 33.034 tonnellate di "frazioni differenziate”. Milano sulla pulizia della città insiste da sempre e diverse sono state le soluzioni che negli anni sono state introdotte per migliorare la situazione. Per esempio, sono state create le cosiddette 'reciclerie' dove i cittadini possono portare i rifiuti che abitualmente non riescono a smaltire a livello domestico, come per esempio i mobili o gli elettrodomestici guasti, servizio fornito anche a livello domiciliare per chi ha difficoltà a spostare grandi oggetti da casa. Con un sguardo aggiuntivo all’innovazione tecnologica, da poco inoltre è iniziato il posizionamento in città dei primi cestini intelligenti (8.000 entro la fine del 2018), sviluppati con Cefriel - Politecnico di Milano. Gli “smart bins” sono una soluzione tecnologica che ha il fine di monitorare con continuità lo stato di riempimento dei contenitori dislocati sul territorio. Il merito di tutto questo va però, oltre che alle amministrazioni che si sono susseguite nel tempo, ovviamente anche al senso civico dei milanesi che cercano di rispettare le regole del decoro e del vivere insieme. Il modello Milano viene così studiato anche in altre parti del mondo, come a New York dall’amministrazione comunale di Bill De Blasio, per essere esportato nella sua efficienza e funzionalità grazie ad un modello che si basa sulla gestione integrata dell’intera catena dei rifiuti, dalla raccolta al trattamento, dal recupero di materia alla produzione di energia. Oltre alla differenziata, ed ai grandi numeri di rifiuti che interessa, la parte che non può essere nuovamente portata a nuova vita viene, infatti, utilizzata per produrre energia. Tali rifiuti finiscono infatti in impianti di termovalorizzazione in grado di trattare oltre 500 mila tonnellate all’anno cogenerando energia elettrica, utile per far fronte al consumo energetico annuo di circa 130mila famiglie, e calore per il teleriscaldamento, sufficiente a riscaldare oltre 30mila famiglie producendo acqua calda che viene convogliata in pressione, attraverso tubature sotterranee, alle abitazioni.

Dalla cittadina italiana al cielo, l’utilizzo dei rifiuti per produrre energia è una pratica studiata da tempo, ma la notizia del primo volo commerciale alimentato da rifiuti riciclati è notizia fresca di giornata. Nel Regno Unito, un volo della Virgin Atlantic ha, infatti, volato da Orlando a Gatwick alimentato da una miscela di carburante fatta da una parte di normale carburante per jet e da una parte di etanolo prodotto dai gas di scarico. Un composto che potrebbe sostituire i normali propellenti fino ad un 50% almeno secondo le attuali tecnologie e conoscenze e ridurre le emissioni di gas serra del 65% rispetto al petrolio convenzionale. Questo è stato solo il primo volo, ma qualunque nuova strategia per cambiare rotta e considerare sempre di più i rifiuti come risorsa è ben accetta.

Alberto Azario

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Mon, 29 Oct 2018 19:07:15 +0000 https://www.albertoazario.it/post/468/1/rifiuti-come-risorsa-quando-differenziata-e-termovalorizzatori-fanno-la-differenza alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Protezione dell’ambiente e corsi d’acqua puliti per prevenire i disastri naturali https://www.albertoazario.it/post/467/1/protezione-dell-ambiente-e-corsi-d-acqua-puliti-per-prevenire-i-disastri-naturali

Due video in Spagna solo pochi giorni fa hanno fatto scattare la protesta della popolazione nella provincia di Almerìa. Video che mostrano i letti dei fiumi asciutti che iniziano a fluire di nuovo a seguito delle forti piogge delle settimane scorse, fiumi che ahimè risultano letteralmente invasi da plastica e rifiuti. La colpa, secondo gli ecologisti spagnoli, sarebbe da attribuire agli agricoltori locali che, proprio in quella zona, producono enormi quantità di frutta e verdura e, per massimizzare i loro guadagni, utilizzano le “plasticos” ossia serre di plastica (da qui deriva il nome “il mare di plastica” con cui viene chiamata quella particolare zona di Spagna), serre che illegalmente, ed incivilmente aggiungo, sono state lasciate nei letti dei fiumi asciutti vicino alle fattorie. E che ora, con l’aumento del livello dell’acqua fluviale, troviamo dirigersi verso il mare. Forse lo dimentichiamo, ma invece proprio dai fiumi in buona salute derivano benefici nascosti contro i disastri naturali.

In un periodo in cui inondazioni e siccità devastano comunità e paesi in tutto il mondo, la conferma di tale affermazione ci viene direttamente dal Rapporto Valuing Rivers presentato a Stoccolma al World Water Week. Il nuovo rapporto del WWF sottolinea, infatti, la capacità che hanno i fiumi, quando sono in buono stato di salute, di mitigare i possibili disastri naturali: tutti  benefici nascosti che potremmo perdere se si continua a sottovalutare e trascurare il vero valore dei corsi d’acqua. Sottovalutare questi benefici può diventare una minaccia per le economie e lo sviluppo sostenibile andando a danneggiare in conclusione l’intero ecosistema in cui viviamo. Importanti benefici cruciali sono oggi messi a rischio: dalla pesca d'acqua dolce alla protezione naturale dalle inondazioni per le città o la capacità dei delta di proteggere le coste dall'innalzamento dei mari grazie all’accumulo di sedimenti provenienti dai fiumi. “Se non vogliamo indebolire le economie e mancare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, dobbiamo trasformare subito il nostro modo di valutare e gestire i fiumi” ha affermato Stuart Orr, WWF Freshwater Practice Lead durante la presentazione del Rapporto. Considerati da molti solo fonte primaria di acqua ed energia, il valore dei fiumi merita, invece, di essere conosciuto e pubblicizzato. Il Rapporto del WWF descrive il ruolo centrale che i fiumi hanno in molte culture e religioni e l'ampia gamma di benefici che derivano da fiumi sani, in particolare quelli con un flusso libero da sbarramenti: 2 miliardi di persone contano sulla presenza dei fiumi per l'approvvigionamento di acqua potabile; 500 milioni di persone vivono sui delta che mantengono il loro stato grazie ai sedimenti trascinati a valle dai fiumi; il 25 per cento della produzione alimentare mondiale dipende dall'irrigazione dai fiumi. Ogni anno vengono pescate almeno 12 milioni di tonnellate di pesci d'acqua dolce, cifra che si traduce in cibo e mezzi di sussistenza per decine di milioni di persone. Benefici diretti quindi per centinaia di milioni di persone, ma che, nonostante questo, sono ancora troppo trascurati e con una priorità bassa nelle agende dei nostri decisori politici, almeno fino a quando un fiume scompare o provoca qualche vittima. Eppure i soldi, se parliamo nello specifico dell’Italia, dati alla mano ci sarebbero, non sappiamo però spenderli a dovere.

Secondo il dato che emerge dall’Ecorendiconto dello Stato, documento preparato dalla Ragioneria generale per fare il punto sugli investimenti pubblici a tutela dell’ambiente, nel 2017 l’Italia ha impegnato per la protezione dell’ambiente e gestione delle risorse naturali solo lo 0,7% della spesa primaria complessiva del bilancio, pari ad appena 4,7 miliardi di euro. L’ulteriore beffa è che, però, l’esborso reale è stato solo della metà. Per difendere aria, acqua, terra e risorse energetiche insomma l’Italia non sa spendere, poiché come si è visto: avere soldi a disposizione non ne garantisce un reale utilizzo. Sfruttare a pieno le risorse è un’operazione complessa, tanto è vero che nel 2017 ci si è dovuti accontentare di una capacità di spesa pari al 55,4% del totale finanziato: 2,6 miliardi di euro, appunto. Più precisamente per la protezione del suolo e delle acque di superficie e del sottosuolo sono stati effettuati pagamenti per 740 milioni di euro, il 28,66% del totale delle spese realizzate. Per la difesa della biodiversità e del paesaggio ci si è fermati a 411 milioni di euro (15,94%). Sempre più di quanto sia stato speso nell’intero anno per un tema caldo come la “gestione dei rifiuti“: pagamenti per 364 milioni di euro, il 14,1% del totale. Le attività di protezione, la gestione delle acque reflue e la gestione delle acque interne hanno pesato rispettivamente per l’11,5%, il 5,55% e il 4,75%. Per gli altri capitoli di spesa sono stati sborsati spiccioli, nonostante alcune voci siano state vere priorità nell’agenda politica. Ad esempio per la “protezione dell’aria e del clima” sono stati emessi pagamenti per appena 60 milioni di euro, il 2,34% del totale. Pochissimo, sebbene ci fossero molti fondi disponibili. Ciò che non è stato utilizzato delle somme impegnate andrà a rimpolpare lo stesso capitolo di spesa nell’esercizio successivo – ovvero, il 2018 in corso. Saldate le spese inaspettate (circa 170 milioni di euro), per l’ambiente ci si ritroverà da gestire 1,9 miliardi congelati nel 2017. In sostanza, l’Italia si trascina da anni un tesoretto di risorse stanziate, contabilizzate e mai sfruttate. Dati che risultano difficili da spiegare. Chi ha gestito i cordoni della borsa, insomma, ha preferito accantonare gran parte delle risorse destinate per il singolo segmento. Ci auguriamo che con il prossimo anno questi soldi messi da parte possano essere utilizzati effettivamente per migliorare il nostro Paese, magari partendo proprio dai quei corsi d’acqua tanto importanti per prevenire eventuali disastri naturali e proteggere il nostro ambiente e la nostra vita.

Alberto Azario

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Thu, 25 Oct 2018 17:40:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/467/1/protezione-dell-ambiente-e-corsi-d-acqua-puliti-per-prevenire-i-disastri-naturali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Plastica: da contenitore a nuova vita attraverso innovazione e tecnologia. https://www.albertoazario.it/post/466/1/plastica-da-contenitore-a-nuova-vita-attraverso-innovazione-e-tecnologia

I cittadini europei generano annualmente qualcosa come circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questa cifra meno del 30% viene raccolta per essere riciclata. Una parte viene esportata per essere smaltita da paesi terzi mentre il resto va in discarica, viene incenerito oppure, nel peggiore dei casi, non viene raccolto e finisce per disperdersi nell'ambiente, inquinando soprattutto foreste, spiagge, fiumi e mari. Rifiuti di ogni forma, genere, dimensione, colore che continuano a invadere le spiagge e i mari italiani e non risparmiano, ad esempio, aree di pregio come quelle dell’Arcipelago Toscano e del Santuario Internazionale dei Mammiferi Marini o del Cilento citando i dati di Legambiente sulla situazione proprio delle spiagge italiane che ci riportano il preoccupante panorama di un Paese con circa “undici rifiuti ogni metro lineare di spiagge, per la quasi totalità rappresentati da plastica (ben il 93% del totale).

Non sorprende, quindi, davanti a certi dati che anche il parlamento europeo abbia iniziato una vera e propria battaglia verso questo utile materiale, nonché quasi indistruttibile e inquinante, chiedendo che entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica vengano resi riciclabili e che l’utilizzo della plastica monouso e della microplastica venga ridotto. Quando mi riferisco a quest’ultimo macro gruppo ovviamente parlo di particelle molto piccole di materiale plastico che misurano generalmente meno di 5 millimetri,( il cui utilizzo è già vietato in alcuni paese dell’UE,) che possono essere generate involontariamente in seguito al deterioramento di pezzi di plastica più grandi, oppure essere fabbricate e aggiunte intenzionalmente a determinati prodotti. Così giovedì 14 settembre il Parlamento europeo ha approvato una relazione che accoglie positivamente la proposta della Commissione europea, e propone inoltre una serie di misure per proteggere ulteriormente l’ambiente e allo stesso tempo per aumentare la fiducia dei consumatori, come quella di obbligare i produttori a contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti di plastica. Per accrescere la fiducia dei consumatori il Parlamento ha proposto, inoltre, anche l'introduzione di requisiti sul contenuto riciclato minimo di alcuni prodotti di plastica e di standard di qualità per le materie plastiche riciclate. “Fino ad ora abbiamo esternalizzato la gestione dei rifiuti di plastica a paesi come la Cina, ma la Cina ha recentemente deciso di vietare tutte le importazioni di rifiuti plastici UE, dobbiamo, quindi, agire ora, dobbiamo innovare e dobbiamo investire", ha affermato il relatore Mark Demesmaeker (ECR, BE).

Innovare ed investire. Queste potrebbero essere le parole chiave per trasformare un problema in una risorsa. Il sogno degli ecologisti è sempre stato quello di reimpiegare i materiali di scarto per produrre nuovi oggetti, riducendo la quantità di rifiuti prodotta e costruendo un mondo più verde. Sogno che forse potrebbe avverarsi documentandosi sui tanti progetti in giro per il mondo riguardanti questo importante materiale.

In Olanda i designer Foteini Setaki e Panos Sakkas dello studio The New Raw hanno creato un modo per trasformare i rifiuti riciclati in panchine attraverso l’uso della stampa 3D. Base di partenza sono le confezioni di plastica che vengono raccolte, triturate in pezzi, lavate e preparate ad essere introdotte come “inchiostro” in una stampante tridimensionale. Il prodotto finale è quello di una panchina, che fa oggi bella mostra di sé ad Amsterdam, dall’emblematico nome in codice: XXX. Riciclabile al 100% e pesante 53 kg, simbolicamente la quantità di plastica prodotta da una coppia di cittadini olandesi ogni anno. Caratterizzata, inoltre, dal fatto che per rimanere in equilibrio deve essere usata nello stesso momento da almeno due persone. Lo stesso equilibrio che si va a creare quando, in un perfetto caso di economia circolare, anche gli scarti assumono valore e tornano ad essere funzionali in un modo tutto nuovo. Nei Paesi Bassi, invece, la plastica raccolta nei fiumi, per una volta ha fatto una fine diversa rispetto a quella di inquinare e basta, infatti, è stata trasformata in uno spazio pubblico per tutti i cittadini, un piccolo parco galleggiante. Il progetto finale dai 140 metri quadri iniziali, arriverà ad un totale di 1500 metri quadri di oasi galleggiante sul fiume da cui i rifiuti stessi sono stati recuperati, composta di blocchi singoli modulari di 2 metri per lato che si possono unire tra loro in un sistema a “nido d’ape” andando a creare piccoli giardini, habitat per la flora e la fauna selvatica o aree ristoro con panchine e sedute dove i cittadini si possono fermare per fare una pausa e due chiacchiere. Quello qui presentato è solo un piccolo progetto che sicuramente non risolverà il problema dell’inquinamento dei mari, ma che si propone di arginare il problema, creando una soluzione innovativa, eco-sostenibile, e che faccia bene all’ambiente. Se è vero che ormai la plastica riempie i nostri corsi d’acqua, è altrettanto vero e fondamentale che recuperare i rifiuti nei fiumi, prima che arrivino in mare aperto, è molto più facile che catturarli dopo, quando entrano nel mare e con il tempo diventano microplastiche invasive e letali.

Citando una frase detta durante l’assemblea del Parlamento UE citata ad inizio testo: “La Risoluzione non è un appello contro la plastica, ma un appello per un’economia circolare della plastica riciclata”. In tutto questo, a mio avviso, innovazione ed investimenti, offrendo soluzioni nuove, possono fare la differenza.

Alberto Azario

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Mon, 22 Oct 2018 17:54:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/466/1/plastica-da-contenitore-a-nuova-vita-attraverso-innovazione-e-tecnologia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Carta: gli italiani sono primi in Europa per riciclo e l’economia ringrazia https://www.albertoazario.it/post/465/1/carta-gli-italiani-sono-primi-in-europa-per-riciclo-e-l-economia-ringrazia

In Italia si riciclano ogni minuti 10 tonnellate di macero di carta e cartone. Numeri elevati che ci permettono di eccellere in Europa e di far salire il nostro Paese ai primi posti in questa buona pratica. Ed, inoltre, quando poi il sistema del riciclo funziona adeguatamente, a beneficiarne non è solo l’ambiente, ma anche l’economia tutta grazie alle nuove posizioni lavorative ed alle opportunità che l’industria del riciclo può creare. I dati ci dicono, infatti, che oggi la raccolta differenziata della carta conviene: nel 2017, ad esempio, Comieco (Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica) ha erogato 110 milioni di euro alle quasi 5.500 amministrazioni comunali in convenzione che hanno raccolto 1,4 milioni di tonnellate del prezioso materiale, con un incremento dell’8% rispetto al 2016. Segnali positivi arrivano di conseguenza anche dall’intera industria cartaria, che sta aprendo tre impianti (due già operativi e uno in avviamento) che utilizzeranno 1,2 tonnellate di materiale riciclato con l’obiettivo di migliorare ulteriormente la qualità della raccolta differenziata della carta, per eliminare già alla fonte eventuali presenze estranee. Ritornando ai numeri, nel 2017, con un incremento dell’1,6% rispetto all’anno precedente, la media italiana per il recupero ed il riciclo degli imballaggi a base cellulosica si era attestata a circa 54 chilogrammi a persona con Emilia Romagna e Trentino Alto Adige in testa, grazie alla raccolta di 80 kg pro capite, e Calabria e Sicilia in ultima posizione rispettivamente con 33 e 22 kg (a fronte c’è da dirlo, però, di un incremento del 6% rispetto all’anno precedente). Proprio in Sicilia , però, si è formato un club di “ecocampioni del riciclo” composto da 22 Comuni che hanno raggiunto il 50% della raccolta differenziata sui rifiuti prodotti e, per quanto riguarda la carta, sono arrivati a una raccolta di 40 kg pro capite dimostrando che, quindi, le condizioni per far bene anche in questo campo ci sono. In Sicilia, infatti, la raccolta nei Comuni medio-piccoli è più che soddisfacente, sono i capoluoghi ad abbassare la media. Quello che dovrebbe aumentare, ora, è l’impegno dei cittadini e degli amministratori siciliani e calabresi per favorire il decollo della raccolta differenziata in queste due regioni anche attraverso la creazione di un modello di sviluppo che metta in connessione la parte pubblica e la parte privata finalizzata a realizzare un servizio di qualità ed efficienza, che venga percepito come un meccanismo virtuoso per portare effetti benefici a tutti. Anche un cambio di prospettiva riguardo la differenziata potrebbe, forse, accelerare la corretta utilizzazione della stessa: passando dalle sanzioni per chi butta i rifiuti nel cassonetto sbagliato a premi per chi, invece, sa differenziare nel modo più corretto.

Imballaggi e oggetti in carta e cartone differenziati correttamente dai cittadini vengono poi raccolti dal gestore del servizio di raccolta del Comune e portati in piattaforma, selezionati e lavorati. Una volta resi idonei ad essere reintrodotti nei cicli produttivi, vengono così trasferiti in cartiera dove, grazie al riciclo, diventano carta e cartone pronti per essere utilizzati per nuovi prodotti nelle cartotecniche. Le fasi di questo riciclo sono tante e complesse, ma al contempo i vantaggi sono davvero molti, soprattutto a livello economico e ambientale. Basti pensare che oggi per produrre 1 tonnellata di carta si usano 24 metri cubi di acqua; nel 1970 ne occorrevano 100. L’industria cartaria italiana risulta, quindi, sostenibile e costantemente impegnata nella ricerca tecnologica dedicata alla tutela dell’ambiente nonché fondamentale per la nostra economia, ma soprattutto per il nostro pianeta e per l’inquinamento ambientale che viene azzerato da tale riciclo.

Riguardo allo scenario delle esportazioni da gennaio 2018, ossia quando la Cina, che da sola assorbiva il 76% dell'export europeo composto da macero con diversi gradi di qualità, ha chiuso le frontiere a tutta la carta con impurità superiori allo 0,5%, tutto è nettamente cambiato con un aumento a dismisura dei materiali a base cellulosa disponibili sui mercati comunitari ed un crollo dei prezzi generali. L’Italia, che per metà vendeva alla Cina quasi un terzo di carta e cartone da riciclare con qualità più elevata, si è ritrovata così a ridefinire nuovi sbocchi: oggi per l'export italiano crescono così i mercati di Indonesia, Thailandia, Vietnam ed India. Di pari passo si prevede che, entro il 2019, in Europa la capacità produttiva dell'industria cartaria aumenterà di 5,4 milioni di tonnellate, di cui 4,6 legati alla produzione del cartone basata quasi totalmente su fibre rigenerate. Il nostro Paese (secondo solo alla Germania per la totale capacità produttiva) ha investito negli ultimi dieci anni più della media dell'industria manifatturiera in termini di percentuale di fatturato spinto fortemente dalla crescita del mercato delle consegne a domicilio che, trainando l’industria degli imballaggi, ha aperto prospettive di altre riqualificazioni e nuovi stabilimenti. Alla fine potremo così ritrovarci a veder crescere le nostre esportazioni di prodotto finito, anziché di carta da riciclare: secondo gli ultimi dati Assocarta, infatti, nel 2017 la produzione ha superato i 9 milioni di tonnellate (il 2% in più rispetto al 2016), con una crescita della domanda estera di quasi il 3%. Allo stesso tempo in soli 12 mesi le quotazioni del macero sono crollate del 60% (27,5 euro a tonnellata contro i 92,5 di agosto 2017), gli ultimi dati, però, ci confermano che la caduta dei prezzi ha subito uno stop. Attendiamo ora solo un recupero del mercato.

Non sono per il nostro Paese lontani i target fissati entro il 2020 dall’Unione europea pari a 3,5 milioni di tonnellate di carta raccolta con la differenziata. Per raggiungere l’obiettivo bisognerebbe arrivare a 240 mila tonnellate in più, nulla di impossibile quindi. Nel 2035 il punto di arrivo già fissato dall’Ue è un tasso di riciclo dell’85% degli imballaggi cellulosici. Oggi in Italia siamo a quasi l’80%, il che vorrebbe dire che vengono riciclati quattro imballaggi su cinque. Il traguardo non sembra poi così lontano.

Alberto Azario

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Mon, 15 Oct 2018 12:23:17 +0000 https://www.albertoazario.it/post/465/1/carta-gli-italiani-sono-primi-in-europa-per-riciclo-e-l-economia-ringrazia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, sono aperte le iscrizioni. https://www.albertoazario.it/post/464/1/settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti-sono-aperte-le-iscrizioni

Con il motto “il miglior rifiuto è quello non prodotto!” dal 17 al 25 Novembre 2018 si svolgerà la decima edizione della “European Week for Waste Reduction (in Italia meglio conosciuta come “SERR” ossia Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti), una campagna di comunicazione ambientale che si pone l’obiettivo primario di sensibilizzare quanti più attori possibili sulle strategie e sulle politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’Unione Europea e che gli Stati membri sono chiamati ad attuare, promuovendo e premiando, inoltre, azioni concrete e creative che hanno come obiettivo la riduzione effettiva dei rifiuti. La tutela del patrimonio ambientale inizia, infatti, dai singoli gesti quotidiani e dall’impegno dell’intera comunità.

Nata nell’ambito del programma LIFE+ della Commissione europea, l’edizione di quest’anno si focalizzerà soprattutto sulla prevenzione e la gestione dei rifiuti pericolosi dal momento che, secondo i dati della EEA (Agenzia Europea dell’Ambiente), ciascun cittadino europeo genera 200 kg di rifiuti pericolosi all’anno: parliamo di 100 milioni di tonnellate, e un quinto di questi sono prodotti in casa. E purtroppo, ancora oggi, gran parte delle persone ignora che sostanze pericolose si possano trovare, in piccole o grandi quantità, in molti prodotti di utilizzo quotidiano come i cosmetici, le batterie, le vernici, le lampadine e in generale i RAEE, ovvero i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Questi rifiuti rappresentano più di altri un rischio per l’ambiente e la salute umana. Per questo diventa importantissimo eliminare o quantomeno ridurre più possibile la quantità di sostanze pericolose presenti in questi prodotti, sia quelli utilizzati dall’industria nei propri processi, sia quelli con cui entriamo in contatto come consumatori. La particolarità dell’evento settimanale è inoltre quella che ciascun oggetto, sia esso individuale o collettivo, può unirsi alla campagna attraverso delle cosiddette “azioni”. L’Italia, seguendo il crescente successo dell’iniziativa europea, lo scorso anno si è riconfermata tra le nazioni top in Europa grazie al numero di 4.422 azioni. Quelle di quest’anno dovranno ispirarsi, come già detto, alla prevenzione della produzione dei rifiuti che al loro interno contengono proprietà dannose per l’ambiente e per la salute degli individui e degli animali, quali sostanze esplosive, infiammabili e/o tossiche. Rifiuti particolari che, seppur correttamente conferiti, devono subire un processo di trattamento diverso rispetto agli altri. 

Coinvolgere il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, il mondo della scuola e quello delle imprese e singoli cittadini, a proporre azioni volte a prevenire, ridurre o riciclare correttamente i rifiuti è, ancora una volta, l’obiettivo da seguire su ispirazione del principio delle 3R:

Ridurre: Questo tema riguarda le attività volte a sensibilizzare sull’urgenza di ridurre la quantità di rifiuti che produciamo, dando consigli per evitare o ridurre la produzione di rifiuti a monte. Esso copre anche azioni volte a modificare il comportamento dei consumatori, promuovendo l’inclusione degli aspetti di sostenibilità nelle varie decisioni di acquisto.

Riusare: Questo tema riguarda le attività destinate a ricordare ai partecipanti che i prodotti possono avere una seconda vita, a promuovere la riparazione o il riutilizzo dei prodotti invece dell’acquisto di nuovi e a incoraggiare la donazione di prodotti di cui non si ha più bisogno.

Riciclare: Questo tema riguarda le attività progettate per aiutare le persone a migliorare il loro comportamento rispetto alla raccolta differenziata spiegando ad esempio come chiudere il ciclo delle risorse materiali, incoraggiando le persone a gettare i loro rifiuti nel contenitore appropriato o organizzando delle visite agli impianti per la selezione e per il riciclo.

«Quest’anno la SERR è arrivata al decimo anno, dieci anni di azioni per prevenire i rifiuti che hanno coinvolto tutta l’Europa in un progetto straordinario di partecipazione. L’Italia si è sempre distinta, il numero di azioni dal basso dei suoi Project Developer è stato quasi sempre il più alto, a dimostrazione della grande attenzione al tema e della grande volontà di contribuire alla salvaguardia del pianeta. Anche quest’anno tutti possono partecipare, in forma associata o singola, per portare un messaggio concreto a chi ci circonda sperando che dal basso arrivi a chi definisce le regole. Il decennale sarà anche una festa che stiamo organizzando insieme al Comitato Promotore nazionale, oltre che un momento di lancio e riflessione per il futuro del progetto. Per i dettagli appuntamento alla conferenza stampa di Ecomondo e nel frattempo aderite alla SERR e mandateci le vostre proposte di azione» ha dichiarato Emanuela Rosio, presidente di Aica (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale). Ulteriori informazioni sulle precedenti edizioni sono disponibili sul sito italiano della SERR, www.menorifiuti.org mentre per partecipare attivamente ci si potrà iscrivere attraverso il sito www.ewwr.eu, registrando la propria azione a partire da sabato 1 settembre fino a mercoledì 31 ottobre.

Alberto Azario

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Thu, 11 Oct 2018 20:30:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/464/1/settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti-sono-aperte-le-iscrizioni alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti di marca, ossia quando lo scarto rinasce come prodotto. https://www.albertoazario.it/post/463/1/rifiuti-di-marca-ossia-quando-lo-scarto-rinasce-come-prodotto

Nonostante le molte campagne di riduzione, riutilizzo e riciclo, il volume totale dei rifiuti solidi prodotti annualmente in tutte le aree urbane europee dovrebbe aumentare entro il 2020 di un ulteriore 45% così da raggiungere la cifra record di 4,4 miliardi di tonnellate. Rifiuti solidi di cui meno della metà viene raccolta e smaltita se confrontiamo i dati con quelli anche di altri paesi extra-europei. Ma non solo, squilibrata è inoltre la percentuale con cui tali rifiuti vengono creati in tutto il mondo: dal Nord America che, con appena il 5% della popolazione mondiale, produce il 30% dei rifiuti del Mondo, all’Africa che invece con il 13% delle persone, è responsabile solo del 3% dei rifiuti solidi urbani mondiali. Ad oggi la gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) è attualmente valutata a livello mondiale a oltre 300 miliardi di dollari di entrate e sta crescendo rapidamente. Il mercato si è evoluto, anche se quasi nessuno offre ancora l’intero spettro, tra cui compostaggio, riciclaggio, incenerimento, trattamento biologico e/o gassificazione: ogni fornitore sembra offrire, infatti, soluzioni uniche. Il riciclaggio di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche sembra, secondo le riviste del settore, oggi l’unico che funzioni, essendo applicato nel 93,2% dei casi mentre lo smaltimento dei rifiuti biologici rappresenta invece appena il 6,8%. Una situazione questa che non solo non potrà durare a lungo ma che necessità un continuo ripensamento e presa di coscienza da parte di tutti noi affinché il problema dei rifiuti smetta di essere un problema e diventi invece un’opportunità. E di opportunità già se ne vedono molte.

Ne è un esempio l’americana “TerraCycle” che lavorando con più di 45.000 tra scuole, aziende, gruppi civici e palestre in America, raccoglie vari tipi di rifiuti e crea prodotti e materiali che sostituiscono altri prodotti realizzati con materiali vergini. Un modello di business che va oltre il semplice riciclo e la creazione di prodotti di valore a partire dai rifiuti: si crea qui un brand di valore con i rifiuti utilizzando gli stessi con un marchio. Nascono così prodotti che raccontano al consumatore chi è stato l’ideatore delle materie prime da cui viene il prodotto finale. Ad esempio i sacchetti di succhi di frutta di Capri Sun vengono trasformati in sacchetti per la tote bag; i sacchetti di trucioli usati di Frito Lay vengono riciclati in lattine per la spazzatura e raffreddatori per bevande. Il rifiuto assume così nuova vita sotto forma di prodotto di marca. Sviluppate da scarti alimentari e plastica, si stanno diffondendo anche nella moda le fibre ecologiche. Innovazione e ricerca hanno così permesso di sviluppare e introdurre sul mercato tessuti “green” come, ad esempio, il “Bionic Yarn”: ecologico e resistente, lanciato nel 2009 ed utilizzato anche dai grandi marchi della moda per creare capi denim, tute e borse. Creato da due giovani di New York il tessuto di plastica riciclata nasce grazie all’utilizzo di bottiglie di plastica che vengono prima raccolte, poi fuse insieme ed, infine, divise in fibre creando quello che viene chiamato “Yarn-core” che in seguito viene distribuito in due tipologie: una di questa crea un filato morbido ed elegante grazie all’unione della plastica riciclata con fibre sintetiche o tessili naturali; l’altra composta di sola plastica riciclata, scaldata e filata insieme. Filati, oltre che dalla plastica, nascono anche dagli scarti alimentari, come nel caso di “Orange Fiber” un filato nato dagli agrumi da cui, nel processo di produzione, viene estratta la cellulosa (da ciò che rimane delle arance utilizzate per produrre succhi e profumi per ambienti) ed in seguito trasformata in filo per creare abiti. Dal 2014, anno di nascita dell’azienda, sono nati così speciali tessuti composti da acetato di agrumi siciliani e seta che offrono un modo tutto nuovo di smaltire quegli scarti vegetali che invece spesso vanno buttati. Non solo agrumi comunque ma anche soia distillata e raffinata che viene estratta sotto forma di liquido nel caso della Soybean Protein Fiber, una fibra tessile derivante dalla soia post-oliatura. Un liquido che, sottoposto a polimerazzazione, modifica la sua struttura e viene in seguito cotto per produrre filato creando un materiale che viene in seguito tagliato e termoformato. Gli scarti che derivano dalla produzione della fibra vengono utilizzati poi come mangime, mentre il tessuto ottenuto risulta morbido, permeabile all’aria e all’umidità. Nasce invece dal mais la “Corn Fiber”, un materiale ecologico ottenuto tramite alcune lavorazioni di mais, amidi e legumi che porta alla formazione di un acido poliattico ossia un polimero in grado di essere utilizzato per la creazione di tessuti resistenti all’umidità, al calore e con un alto grado di traspirabilità. Ma sopratutto per la sua particolare capacità di isolante finisce per essere utilizzato in campo edile, nei cappotti, negli intercapedini interni e nei solai.

Processi differenti che puntano però allo stesso obiettivo ossia quello di rendere il rifiuto, ed in questi casi si parla proprio di quei rifiuti biologici che così poco vengono oggi riciclati, un’opportunità, trasformandolo attraverso ricerca ed innovazione, e grazie anche ad una nuova consapevolezza ecologica, in prodotti nuovi ed unici pronti ad essere commercializzati. Del rifiuto biologico, dopotutto, nulla si butta.

Alberto Azario

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Fri, 28 Sep 2018 16:58:13 +0000 https://www.albertoazario.it/post/463/1/rifiuti-di-marca-ossia-quando-lo-scarto-rinasce-come-prodotto alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Gestione dei rifiuti: negli Emirati raddoppio del business in 5 anni https://www.albertoazario.it/post/462/1/gestione-dei-rifiuti-negli-emirati-raddoppio-del-business-in-5-anni

Iprogetti legati all’ambiente negli Emirati Arabi Uniti hanno un mercato potenziale stimato dal governo federale in 100 miliardi di dollari nel 2020. Con una quota importante e in rapida crescita nel settore dei rifiuti solidi urbani di cui gli Emirati sono tra i maggiori produttori pro-capite al mondo. Nel solo Emirato di Sharjah, pioniere nella raccolta differenziata, riciclo e trasformazione in energia dei rifiuti, l’economia “verde” varrà oltre 300 milioni di dollari tra due anni dagli attuali 260 milioni.

Le imprese straniere hanno fiutato il business in un’industria non ancora matura e grazie a esperienza ultra decennale e tecnologie d’avanguardia lavorano in joint venture con le aziende locali. Di recente la belga Besix, in consorzio con la svizzera Hitachi Zosen Inova, ha vinto un appalto municipale a Dubai per un impianto di riciclo che trasformerà a regime 5mila tonnellate di rifiuti soldi al giorno in energia. L’italiana Ambienthesis ha appena chiuso una partnership con Beeah, società ambientale di Sharjah.

Zero rifiuti in discarica

«Secondo la Banca mondiale, gli Emirati Arabi Uniti producono circa 2,2 chili di rifiuti solidi urbani a persona al giorno. La società ambientale leader, Beeah, raccoglie circa 3 milioni di tonnellate l’anno. È un settore in crescita veloce» dice Abdalla Alshamsi, console generale degli Eau a Milano. Lo sviluppo accelerato in corso negli Emirati (economico, urbano e demografico) produce molti “scarti” e ha posto sfide significative perché l’obiettivo finale è quello dell’agenda Vision 2021 secondo la quale il 75% di tutti i rifiuti degli Eau dovrebbe essere dirottato dalle discariche entro il 2021 e il 27% del fabbisogno energetico coperto da fonti pulite. «Per questo alle aziende italiane - spiega Alshamsi - si presentano molte opportunità. Un settore importante è l’e-waste di cui gli Eau producono circa 100mila tonnellate l’anno». Del resto, aggiunge, «la trasformazione dei rifiuti in energia è relativamente nuova per gli Emirati e dunque l’attività di gestione integrata dei rifiuti ha raggiunto un tasso di crescita annuale dell’8,5 per cento».

I player

Tanti i player presenti sul mercato, ricorda il diplomatico: «Dalle società governative, come Tadweer, e semi-governative come Beeah a quelle locali: Imdaad, Dulsco, Trashco, Tanzifco e Blue oltre alle aziende internazionali quali Averda, Suez, Veolia. Ma nonostante la folta presenza, un report di Frost&Sullivan prevede che il mercato potenziale dei rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni». Ci saranno da gestire soprattutto i rifuti speciali. «Mentre finora i rifiuti nei Paesi del Golfo sono arrivati per lo più dal settore delle costruzioni - si legge nel report di Frost&Sullivan Research - oggi si assiste alla crescita impetuosa di rifiuti elettornici, scarti industriali pericolosi e materiali biomedicali per i quali c’è bisogno di trattamenti rispettosi dell’ambiente con capacità aggiuntive rispetto a quelle disponibili».

Gli investimenti

Per raggiungere gli obiettivi, fissati al 2021 e al 2030 (per lo zero waste) gli Emirati hanno bisogno di investire in strutture per il trattamento, in particolare di materiali speciali e rifiuti industriali. «La nostra azienda è stata creata nel 2007 per raggiungere gli obiettivi di crescita sostenibile che l’Emirato si è dato e i progressi sono stati rilevanti - dice il presidente di Beeah, Salim bin Mohamed Al Owais - in meno di un decennio abbiamo triplicato il tasso dei rifiuti che non vengono inviati in discarica e ora siamo al 76 per cento, la quota in questo momento pià alta in tutto il Medio Oriente che mette Sharjah sulla strada di raggiungere gli obiettivi scritti nel programma degli Eau “Vision 2021”». Questo processo è stato possibile, prosegue il manager, perché la società ha creato impianti specializzati per tipologia di rifiuti. Per esempio il sito che ricicla la plastica, uno dei più grandi nell’area; quello per penumatici, l’impianto per auto e metalli. In rampa di lancio ci sono siti per processare il legno, recuperare gli oli esausti e la plastica Pet. La società ha piani di espansione nei Paesi Mena: «Ora forniamo servizi anche ad alcuni siti di Dubai - riassume il presidente - abbiamo iniziato operazioni ad Abu Dhabi e aperto un ufficio a Riad e stiamo esplorando le opportunità in Oman e Bahrain».

Nuove leggi

«È un settore in fermento - conferma Gianpaolo Bruno, direttore dell’Ice a Dubai - la sensibilità per la gestione integrata dei rifiuti è in forte aumento anche se ancora un’alta percentuale di questi rifiuti finisce in discarica. A maggio di quest’anno il governo federale ha varato la prima legislazione tra tutti i Paesi del Golfo che dà forma all’ambizione di gestire fuori dalla discarica fino al 75% dei rifiuti solidi generati nel Paese». Le industrie sono state coinvolte nello sforzo con nuove direttive per la riduzione di alcune tipologie di rifiuti. «Gli italiani hanno molte competenze in questo campo - conclude Bruno - grazie a imprese che propongono soluzioni tecnologiche innovative. Nel medio-lungo periodo si apriranno molte occasioni di business. Ma c’è bisogno di fare sistema».

 

Articolo Originale su ilsole24ore.com a firma Roberta Miraglia

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Tue, 18 Sep 2018 17:16:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/462/1/gestione-dei-rifiuti-negli-emirati-raddoppio-del-business-in-5-anni alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Tilos, dove l’autosufficienza energetica da fonti rinnovabili diventa realtà. https://www.albertoazario.it/post/461/1/tilos-dove-l-autosufficienza-energetica-da-fonti-rinnovabili-diventa-realta

Piscopi, nascosta nel Dodecaneso ellenico, ai più conosciuta come Tilos, sarà la prima isola, non solo europea, ma probabilmente mondiale, a raggiungere la totale autosufficienza energetica. Grazie ad un progetto europeo, avviato diversi mesi fa, l’isoletta greca riuscirà, probabilmente già a partire dal 2019, ad alimentare il suo intero territorio esclusivamente da fonti rinnovabili. L’isola, che si estende sul mar Egeo per circa 63 km quadrati, è famosa per la sua ricchissima biodiversità, proprio per questo si configura nella quasi totalità come una riserva naturale a cielo aperto, ospitando al suo interno circa 150 specie di uccelli e più di 650 tipi diversi di piante. Diversa dalla famosa movida di Santorini e Mykonos, Tilos diventerà così l’area geografica più sostenibile del Mediterraneo; pronta ad incentivare un turismo “lento” che, basandosi specialmente su verde, tranquillità e ambiente incontaminato, incrementa il numero di popolazione residente sull’isola dai 535 residenti ai quasi 3000, turisti estivi inclusi. Oltre che per le acque cristalline e per la caratteristica forma che ricorda quella di un cavalluccio marino, Tilos è ultimamente salita all’attenzione dei media proprio per la decisione di dare una svolta totale al proprio mix energetico. Fino a poco tempo fa, infatti, l’energia elettrica richiesta dall’isola per i suoi fabbisogni derivava totalmente da un oleodotto sottomarino che la collegava alla vicina isola di Kos. Un metodo che, specie nei momenti di maggior picco di turisti, era affetto da numerosi black-out energetici che costringevano alcune aziende, alberghi e ristoranti ad affidarsi agli inquinanti generatori diesel. La struttura con il tempo ha, inoltre, richiesto sempre più manutenzione fino ad arrivare al momento in cui l’unica possibilità sarebbe stata quella di sostituirla in toto. È stato questo il momento della svolta, ossia quello di staccarsi dalla dipendenza fossile e di invertire la rotta energetica puntando all’autosufficienza sfruttando le normali risorse messe a disposizione gratuitamente, ed a impatto zero, dalla natura.

Quando poi la commissione europea ha scelto, come vincitrice di un bando per l’energia sostenibile nella categoria “Isole dell’energia” la piccola isola greca , finanziando l'opera per l’80 per cento (11 milioni di euro su un costo totale di 13,7 milioni), il progetto pilota, ossia la trasformazione “green” della zona, è cominciata a diventare realtà. Il bando europeo qui citato nasce all’interno di ‘Horizon 2020’, il programma da oltre 200milioni di euro, per l’innovazione e la ricerca, avviato nel 2014 e con termine, appunto, nel 2020 che coinvolge 13 partner da 7 paesi, inclusa l’Italia, sotto la guida dell’Università del Pireo. Il progetto TILOS (Technology Innovation for the Local Scale) ha così inviato un messaggio forte al resto dei paesi europei: “gli schemi alternativi a livello comunitario che promuovono l’immagazzinamento energetico stanno diventando una realtà vitale e un modo per affrontare la sicurezza energetica delle isole”. Ora l’obiettivo futuro sarà quello di estendere tale esperimento anche ad altre isolette d’Europa dalle caratteristiche simili per dimensioni e flusso turistico promuovendo l’autosufficienza energetica grazie alle rinnovabili. Esse sono le candidate ideali per questo genere di impiantistica relativamente all'accumulo elettrico, poiché le soluzioni innovative che prevedono alternative ai carburanti fossili permettono di aggirare i problemi di isolamento, elevato costo del kWh e dipendenza da obsoleti e inquinanti generatori diesel.

“L’intero sistema che abbiamo finora installato e quello a cui stiamo lavorando possono fornire una potenza di quasi 1000 kilowatt: 800 dall’energia eolica e 160 dall’energia solare. Così si potrebbero coprire le esigenze di corrente elettrica dell’isola anche nel picco della stagione turistica in agosto”, ha spiegato John Kaldellis, dell’Università del Pireo. Cuore del progetto non è tanto la realizzazione di un grande impianto solare, realizzato a pochi chilometri dal parco eolico dell’isola di Tilos, quanto la costruzione di due accumulatori, tra l’altro prodotti in Italia, al sodiocloruro di nikel (insensibili alla temperatura esterna e per questo resistenti al caldo e al freddo, ma soprattutto in grado di funzionare, anche parzialmente, a seconda della disponibilità dell’energia rinnovabile), in grado di sfruttare rispettivamente l’energia prodotta (solare ed eolica), immagazzinandola e distribuendola all’interno dell’isola grazie ad una micro rete intelligente “stand alone”, ossia autonoma e capace di alimentare le utenze senza sprechi. Il nuovo impianto permetterà così di immagazzinare e conservare anche l’energia in eccesso prodotta ad esempio nelle giornate ventose o a forte insolazione, per essere sfruttata nei periodi in cui la richiesta è più alta. Il tutto verrà poi regolato con contatori intelligenti nelle case ed una stazione centrale smart, chiamata SCADA, che sarà in grado di gestire il trasferimento energetico in base alle reali esigenze, calibrando produzione e domanda energetica. Una politica, forse a tratti visionaria, quella di Tilos ma che vuole essere già da oggi una promessa per le generazioni future affinché le loro vite non siano più un giorno alimentate da combustibili fossili o all'insegna dei cambiamenti climatici, ma da fonti pulite, locali e sostenibili di energia. Se tutto funzionerà per il meglio ed i test ora in corso sull’impianto avranno buon fine, quella dell’estate 2019 potrebbe essere la prima per Tilos, in cui i suoi abitanti ed i suoi ospiti vivranno utilizzando solo energia rinnovabile.

Alberto Azario

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Mon, 10 Sep 2018 17:39:10 +0000 https://www.albertoazario.it/post/461/1/tilos-dove-l-autosufficienza-energetica-da-fonti-rinnovabili-diventa-realta alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Operazione spiaggia pulita, ossia quando anche l’economia premia l’ambiente https://www.albertoazario.it/post/460/1/operazione-spiaggia-pulita-ossia-quando-anche-l-economia-premia-l-ambiente

É notizia di qualche giorno fa il progetto di Raffaele, 23 anni, che ha deciso di girare per le spiagge della sua Ischia per parlare dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Nulla di strano a parte il fatto che la particolare barca utilizzata per questo viaggio sia stata totalmente costruita assemblando le bottiglie di plastica utilizzate dal giovane videomaker durante l’anno passato. Seicento bottiglie, conservate una per una per raccontare al mondo che la plastica è una minaccia. Un progetto semplice, quanto originale, per farci ragionare su quanta plastica consumiamo. E comprendere che la logica dei rifiuti zero non è un’opportunità, ma quasi un obbligo.

Stimare il valore reale delle nostre risorse ambientali al fine di promuovere cambiamenti favorevoli per l’ambiente senza sovraccaricare la crescita economica è uno dei puzzle più impegnativi e complessi da risolvere oggi. Ci aveva provato nel 1981 il presidente americano Ronald Reagan quando, attraverso un’ordinanza esecutiva, alle diverse agenzie federali ordinò la valutazione dei costi e benefici di ogni futura proposta di governo di un certo livello, e, nella maggior parte dei casi, di adottarla solo se i benefici per la società avessero superato le spese. L’analisi costi-benefici ebbe molto successo e fu utilizzata anche dalle amministrazioni successive nonostante porti ad analizzare benefici non “prezzati” in un tipico ambito di mercato. Mai prima si era pensato quanto fosse importante garantire ai cittadini acqua potabile più sana o minori esposizioni ad agenti inquinanti. Ed invece i risultati di queste analisi ci hanno dato un chiaro esempio di quanto importante sia, anche per l’economia oltre che per l’ambiente, mantenere un buon rapporto con la Terra: le attività all’aria aperta, per il Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti, sono valutate, infatti, 373 miliardi di dollari annui per l’economia. Il 2% del prodotto interno lordo, più dell’agricoltura e dell’industria estrattiva e delle materie prime, quasi il contributo economico della difesa.

Insomma in un ambiente più salubre i cittadini ed i turisti in generale sono più propensi a viaggiare, spendere ed effettuare attività. Non sorprende quindi che oggi in Italia le strade delle nostre città d’arte o le periferie colme di rifiuti possano portare un danno incalcolabile all’immagine del nostro Paese. Vedere poi gli stessi turisti fotografare con i loro smartphone questi cumuli di rifiuti lascia a noi l’amaro in bocca ed a loro il ricordo di un Paese bello come il nostro ma, troppo spesso, tremendamente trascurato da amministrazioni, incuria e mancanza di senso civile.

Di tutti quei milioni di persone che si dirigono fuori città in estate, sia in giornata verso un lago nei dintorni, sia per fare un viaggio lungo un mese, immagino che nessuno di loro vorrebbe trovarsi in una spiaggia cosparsa di aghi di siringhe, bottiglie di plastica e reti da pesca abbandonate. Pulire i rifiuti marini è però costoso, e difficile per le comunità recuperare i costi, specialmente per ciò che riguarda le spiagge libere con accesso gratuito. Da recenti ricerche per stimare l’aumento della spesa in termini di viaggi e tempo impiegato dalle persone per evitare spazzatura e rifiuti si evince che i visitatori di queste spiagge sarebbero stati d’accordo nel sostenere costi aggiuntivi maggiori a fronte di trovarsi in spiagge più pulite. Molti amministratori e comunità locali proprio da stime come questa calcolano quanto denaro questo tipo di attività aggiunge alle economie locali tramite le rimesse dirette, e così i villeggianti pagano i redditi dei lavoratori coinvolti prenotando le loro stanze d’albergo, e la stessa spesa finanzia anche gli investimenti locali tramite le tasse pagate dagli alberghi stessi. Ci si trova in un circolo dove ogni parte è collegata a quella successiva ed ovviamente l’ambiente è uno degli aspetti che più deve essere considerato. Le decisioni sulle destinazioni ricreative fanno così vedere il valore che le persone attribuiscono all’ambiente in sé: più servizi e più opportunità vengono offerte e più si è disposti a spostarsi anche per molti km in cerca della location migliore. Se ad esempio un’alta percentuale di batteri pericolosi ha fatto chiudere una spiaggia che si stava pensando di visitare, sicuramente ci si sposterà fino ad una spiaggia più lontana, ma con il mare pulito. Nel caso invece di disastri ambientali su vasta scala, come fu quello nel Golfo del Messico nel 2010 per la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon di British Petroleum, molti turisti si sono trovati probabilmente a cancellare in toto le loro vacanze. Un evento di questo tipo ha così causato un calo del 9% nei viaggi verso la Florida nordoccidentale, causando una perdita economica totale da $ 252 milioni a $ 332 milioni in tutta la Florida e negli immediati dintorni. Prima di questi eventi era normale pensare che l’ambiente fosse a disposizione dei concessionari delle spiagge, o magari delle aziende impegnate nel recupero di combustibili fossili, tanto per citarne qualcuno. Ed invece è chiaro ormai che l’ambiente è un bene troppo grande per essere di qualcuno. Dare un prezzo alle risorse naturali oggi ha incoraggiato anche gli stessi amministratori a riconoscere la finitezza del capitale naturale ed una stima di tale valore rende possibile usare il potere dei mercati per progettare politiche e regole che avvantaggino tutti proprio perché l’ambiente è di tutti, e la sua salvaguardia deve essere una delle nostre priorità. Non solo perché si presenta come un bene anche economico ma soprattutto perché è il mondo in cui viviamo.

Alberto Azario

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Mon, 3 Sep 2018 16:59:10 +0000 https://www.albertoazario.it/post/460/1/operazione-spiaggia-pulita-ossia-quando-anche-l-economia-premia-l-ambiente alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
TARI sempre più costosa, nonostante la crescita della differenziata https://www.albertoazario.it/post/459/1/tari-sempre-piu-costosa-nonostante-la-crescita-della-differenziata

Secondo i più recenti dati Istat sulla raccolta differenziata risulta che ogni italiano nel 2016 ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti (496,7 Kg, +2,2% sul 2015) e ora ne differenzia oltre la metà, il 52,5% del totale in crescita di 5 punti percentuali sul 2015. I livelli più alti di produzione dei rifiuti si trovano in Emilia Romagna e Toscana, mentre Molise e Basilicata sono le regioni in cui se ne producono di meno. Per quanto riguarda poi carta e cartone, con quasi 3,3 milioni di tonnellate di materiale cellulosico raccolto dai Comuni (+52.600 tonnellate rispetto all'anno precedente) e un pro-capite che supera i 54 kg/abitante, la raccolta differenziata in Italia nel 2017 è cresciuta del 1,6% rispetto al 2016. Risultati importanti che confermano il trend di incremento degli ultimi anni e che testimoniano come la raccolta differenziata sia ormai un'abitudine consolidata di senso civico. Oggi, seppur con un pianeta in grave pericolo, un popolo sempre più vasto sostiene l’ambientalismo e moltissime sono le buone pratiche positive da valorizzare. A spingere il positivo risultato annuale è stato il Sud Italia con un +6,1%; a livello di raccolta pro-capite, l'Abruzzo ha confermato le performance migliori dell’area, mentre il Centro Italia è cresciuto dell'1,6% grazie soprattutto alle performance della già virtuosa Toscana. La stima per il 2017 è, invece, che “l’85% delle famiglie effettui con regolarità la raccolta differenziata della plastica (39,7% nel 1998), il 74,6% dell'alluminio (27,8%), l'84,8% della carta (46,9%) e l'84,1% del vetro (52,6%)”.

Ma quasi 7 famiglie su 10 ritengono che il costo della raccolta dei rifiuti sia ancora troppo elevato. A fronte di un maggior uso della differenziata, e quindi di un minor numero di rifiuti da conferire in discarica, gli ultimi dati di Confcommercio ci dicono, infatti, che la TARI “pagata da cittadini e imprese è sempre più alta e in continua crescita: nel 2017 è arrivata, nel complesso, a 9,3 miliardi di euro con un aumento di oltre il 70% negli ultimi sette anni, nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti”. Costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese che derivano, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, nonché da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi.

Il presupposto per il pagamento della TARI, tanto per essere precisi, è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. La nuova tassa sui rifiuti prevede, quindi, che la somma da versare al Comune sia dovuta dagli inquilini, indipendentemente se proprietari o affittuari. Inoltre, in caso di pluralità di possessori o di detentori, essi sono tenuti in solido all'adempimento dell'unica obbligazione tributaria. In caso di detenzione temporanea di durata non superiore a 6 mesi nel corso dello stesso anno solare, la TARI è dovuta soltanto dal possessore dei locali e delle aree a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione o superficie. Nel caso invece di locali in multiproprietà e di centri commerciali integrati, il soggetto che gestisce i servizi comuni è responsabile del versamento della Tari dovuta per i locali e le aree scoperte di uso comune e per i locali e le aree scoperte in uso esclusivo ai singoli possessori o detentori, fermi restando nei confronti di questi ultimi gli altri obblighi o diritti derivanti dal rapporto tributario riguardante i locali e le aree in uso esclusivo. Non è dovuto, invece, il pagamento della TARI nel caso in cui un immobile sia chiuso, privo di arredi e senza utenze allacciate (acqua, gas, elettricità) poiché in questo modo risulta in obiettive condizioni di non utilizzabilità. Allo stesso modo l’attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione idrica, elettrica, calore, gas, telefonica costituirebbe presunzione semplice dell’occupazione o conduzione dell’immobile e la conseguente attitudine alla produzione di rifiuti, mentre l’applicazione della tassa deve ritenersi esclusa per gli immobili inutilizzati nell’ipotesi in cui gli stessi siano privi di arredi e di allacciamento ai servizi di rete.

A fronte, come già detto, di una distorta applicazione dei regolamenti da parte delle amministrazioni locali e di conseguenza a costi eccessivi ed ingiustificati per cittadini ed imprese, non sorprende più di tanto scoprire che, questa volta grazie ad un’analisi di Crif Ratings condotta sui bilanci dei comuni italiani sui mancati incassi su base pro capite relativi alla tassa rifiuti del 2016, proprio la TARI sia oggi la tassa più evasa d’Italia. A livello nazionale, infatti, sempre secondo il report, ogni anno mancherebbe all’appello circa il 20% dei corrispettivi dovuti: un ammanco pari a 1,8 miliardi di euro nel 2016 per le casse degli enti locali (nel triennio 2014-2016 si è attestato mediamente intorno ad 1,7mld annui). Un grave problema per le amministrazioni comunali che hanno già spedito nelle case i bollettini per la prima tranche della Tari e che, ormai da anni, sono costrette a coprire il buco relativo al mancato incasso rastrellando risorse in origine messe a bilancio per altri servizi, spesso, purtroppo, dovendo risparmiare anche sulla manutenzione cittadina.

Per limitare tale problema, oltre a limitare il continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi anche quando non necessariamente necessari da parte dei comuni, sarebbe a mio avviso urgente impostare una profonda revisione dell’intero sistema rifiuti che possa focalizzarsi sul principio europeo del ‘chi inquina paga’ tenendo inoltre conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni. Considerato che negli ultimi sette anni la sola TARI è cresciuta di quasi quattro miliardi, per liberare le imprese dal peso delle inefficienze locali di gestione, e non porre i cittadini a pagare più di quanto dovuto, servono obbligatoriamente meno costi e meno burocrazia.

Alberto Azario

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Wed, 29 Aug 2018 10:49:38 +0000 https://www.albertoazario.it/post/459/1/tari-sempre-piu-costosa-nonostante-la-crescita-della-differenziata alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Desertificazione, problema non solo globale ma anche italiano. https://www.albertoazario.it/post/458/1/desertificazione-problema-non-solo-globale-ma-anche-italiano

Da quanto è stato diffuso dalle Nazioni Unite entro i prossimi anni almeno 50 milioni di persone sarebbero a rischio di sfollamento a causa di uno dei più grandi problemi ambientali che più mettono a rischio il nostro Pianeta: la desertificazione. Anche per questa ragione, simbolicamente, è stata istituita una Giornata mondiale per analizzare il tema e proporre soluzioni reali, che ogni anno cade nella giornata del 17 giugno. La desertificazione, tanto per chiarire meglio il termine, è il costante degrado degli ecosistemi a causa delle attività umane - tra cui l'agricoltura non sostenibile, l'estrazione mineraria, i pascoli per l’allevamento intensivo e la bonifica dei terreni - e dei cambiamenti climatici. Un problema gravissimo che potrebbe portare, già nel 2025, un miliardo ed 800 milioni di persone a vivere in condizioni di assoluta scarsità d’acqua. Per arginare il problema nel 1994 è stata istituita la Convenzione delle Nazioni unite contro la desertificazione (UNCCD), un accordo internazionale legalmente vincolante che collega ambiente e sviluppo alla gestione sostenibile del territorio. Anche se il degrado del territorio è un problema globale, avviene localmente e richiede, infatti, soluzioni locali. I paesi che hanno sottoscritto l’accordo si impegnano a mantenere e ripristinare la produttività del suolo al fine di mitigare gli effetti della siccità nelle zone aride in cui si trovano alcuni degli ecosistemi e dei popoli più vulnerabili. La Convenzione appena citata basa la sua azione principalmente su tre pilastri: i sistemi di allarme rapido (utili per agire prontamente al presentarsi del problema e prima che sia già troppo tardi); la valutazione del rischio (in cui si analizza la possibile mancanza di pioggia su paesaggio e società); l’applicazione di misure di mitigazione del rischio di siccità (come ad esempio lo sviluppo di schemi di irrigazione sostenibili per colture e allevamenti di bestiame o acqua che potrebbe stimolare il riciclo e il riutilizzo della risorsa idrica). Secondo l’Onu è, però, indispensabile oggi anche un cambiamento nelle nostre pratiche di uso del suolo attraverso l’agricoltura sostenibile e l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Senza una soluzione a lungo termine, la desertificazione e il degrado del territorio non solo influenzeranno l’approvvigionamento alimentare, ma causeranno un aumento delle migrazioni e minacceranno la stabilità di molte nazioni”, ha ammonito il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

La desertificazione è una minaccia per le terre aride e semi-aride delle aree più povere del Pianeta, che sono anche le più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma sono più di 110 i paesi potenzialmente a rischio di desertificazione. La desertificazione colpisce l’8% del territorio dell’Unione europea, in particolare nell’Europa meridionale, orientale e centrale. Regioni che, con circa 14 milioni di ettari colpiti, mostrano un’elevata sensibilità alla desertificazione. Anche l’Italia è stata inclusa nei paesi potenzialmente soggetti a fenomeni di desertificazione, tanto che il tema è pienamente trattato nella Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico in via di completamento. Di fronte ad una minaccia sempre più reale così ha commentato il neo ministro dell’Ambiente: “Un quinto del nostro Paese è a rischio desertificazione: sicuramente il Sud Italia è particolarmente vulnerabile, ma ormai anche il Centro è coinvolto. Siamo in piena emergenza […] Non è possibile pensare a una politica di contrasto contro il depauperamento del nostro territorio senza interrogarci complessivamente sulle strategie globali, come Paese Italia e anche nel resto d’Europa”. Inoltre, secondo i dati del Centro Euro-mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, “entro fine secolo in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi: si prevede un’estremizzazione del nostro clima, con fortissime precipitazioni e periodi di aridità”. Bisogna, quindi, agire subito, anche in Italia, con interventi mirati e prima che sia troppo tardi, attuando una riflessione sistemica sulle azioni da intraprendere che consenta di interrogarci non solo sul depauperamento del nostro territorio, ma anche di assumere una visione globale focalizzandosi, inoltre, su uno dei problemi più gravi nel nostro Paese, ossia l’eccessivo sfruttamento dell’acqua. Ad oggi, infatti, si sta utilizzando il 30% delle risorse disponibili mentre l’obiettivo europeo ci indica una soglia del 20%.

Il rapporto Global Risks pubblicato da World Economic Form classifica la crisi idrica come il rischio maggiore nel prossimo decennio per il nostro Pianeta e ha posto tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile grande attenzione al tema dell’acqua. Ma cosa si può realmente fare per limitare il problema della desertificazione? Sicuramente si deve agire prontamente ed in diversi modi, in primis garantendo una migliore gestione delle risorse idriche già esistenti (risparmio, raccolta dell'acqua piovana, dissalazione o uso diretto dell'acqua di mare per le piante), infine arricchendo e fertilizzando il terreno con particolari tipi di semina, nonché puntando al rimboschimento e alla rigenerazione degli alberi nelle zone a rischio. In Israele, ad esempio, per ripristinare il Mare di Galilea, noto anche come Lago di Tiberiade, (la più grande riserva naturale di acqua dolce del Paese situata a 200 metri sotto il livello del mare e a 28 miglia dalla costa), è in progetto l’immissione di oltre 100 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata all’anno entro il 2022 per scongiurare il grave problema di siccità che ha portato il livello d’acqua dai 400 milioni di metri cubi all’anno di dieci anni fa all’irrisoria cifra di 30-40 metri cubi all’anno odierna. Un’operazione sicuramente innovativa e coraggiosa per riportare l’equilibrio in uno dei bacini d’acqua che più hanno subito la siccità in questi ultimi anni.

I cambiamenti climatici, generati anche questi dalle attività dell’uomo, hanno un ruolo determinante nell’intensificarsi dello stress idrico del pianeta. Mentre i boschi di tutto il pianeta si stanno riducendo i deserti sono in continua espansione ed ogni anno circa sei milioni di ettari di terreno subiscono il processo di desertificazione. La desertificazione rappresenta una delle minacce più gravi cui l’intero pianeta deve far fronte, dal cibo che mangiamo, ai vestiti che indossiamo, fino alle case in cui viviamo, tutto deriva dalle risorse del territorio, in grave pericolo a causa del degrado del suolo.

Alberto Azario

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Sat, 25 Aug 2018 18:00:18 +0000 https://www.albertoazario.it/post/458/1/desertificazione-problema-non-solo-globale-ma-anche-italiano alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Decreto “Terra dei fuochi” : il Governo legifera su ambiente e rifiuti. https://www.albertoazario.it/post/457/1/decreto-terra-dei-fuochi-il-governo-legifera-su-ambiente-e-rifiuti

A seguito dei tanti ed estesi roghi avvenuti in questi anni, e specialmente in queste settimane, su tutto il territorio italiano, lunedì 2 luglio “è passato finalmente il decreto legge Terra dei fuochi”. Ad annunciarlo il nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa tramite una diretta Facebook. La novità principale di tale decreto è il passaggio dal ministero dell’Agricoltura a quello dell’Ambiente della competenza sulle bonifiche delle discariche abusive, sulla tutela idrogeologica e sull'economia circolare per, secondo le parole del ministro, “dare la possibilità di iniziare un percorso per tutto il territorio nazionale”.

Quella che è entrata nell’immaginario collettivo come Terra dei Fuochi, la “Terra Mala”, terra cattiva tra le province di Caserta e Napoli famosa per i milioni di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente e interrati nel suo territorio, è stata uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese. Campi nomadi autorizzati sui cumuli di immondizia, colonne di fumo nero, discariche illegali aperte come enormi voragini, bambini ammalati, uomini e donne costretti a convivere con il veleno ogni giorno; questa terra vittima del business miliardario che ha legato l’imprenditoria del Nord alla camorra e alla politica campana ha segnato per sempre la vita di tanti italiani che in quella terra ci sono nati e vogliono continuare a viverci ancora oggi. L’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del gennaio 2016 ci dà comunque un’idea di quanto complicata sia la situazione: nella zona della Terra dei Fuochi l’incidenza dei tumori negli uomini è superiore dell’11% e nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale. La “Terra Mala” è oggi così una terra tormentata da un inquinamento visibile e invisibile, che spesso è una condanna a morte, ma è anche il racconto di chi ha scelto caparbiamente di non abbandonare quel territorio. Le istituzioni e le leggi oggi hanno un dovere preciso, agire per permettere di bonificare quei territori e ridare la speranza a chi in quelle terre ha deciso di viverci comunque e nonostante tutto. E non è un caso che la presentazione del Decreto-legge sia avvenuta, oltre che sui social, nell’undicesima edizione del Festival dell’Impegno Civile a Casa don Diana (vittima di camorra nel 1994) nell’ambito del Don Diana day, luogo naturale per la presentazione di un provvedimento che nasce dalla denuncia e dalla resistenza del popolo campano che non ha mai smesso di denunciare i traffici dei rifiuti e di chiedere l’avvio delle bonifiche da molto tempo promesse, ma non ancora partite. Territori che per primi hanno intuito che il problema ambientale è di carattere nazionale e sicuramente non circoscritto a singole province o regioni. Bisogna infatti guardare alla Terra dei fuochi con particolare attenzione, anche e sopratutto perché tale fenomeno dalla Campania si sta esportando velocemente anche nel resto d’Italia specialmente al Nord come testimoniano i recenti dati della Commissione d’inchiesta sull’Eco-mafia.

Sono troppi sicuramente i quasi 300 incendi avvenuti in questi ultimi tre anni nei siti di stoccaggio dei rifiuti in tutta Italia. L’intenzione del Governo è ora quella di considerare anche questi luoghi come siti sensibili, cioè siti che possano entrare nel piano coordinato di controllo del territorio, gestito da ogni prefettura con l’ausilio di tutte le forze dell’ordine, per un sovrappiù di controllo preventivo, in maniera tale che si possa “avere un’ulteriore garanzia preventiva per il cittadino e per l’imprenditore che può subire un eventuale danno”. Oltre agli interventi sulla cosiddetta Terra dei fuochi, passano al ministero dell’Ambiente anche le competenze sul dissesto idrogeologico e i relativi fondi sulla tutela del territorio. Dal Governo sembra che tali soldi ci siano, sopratutto fondi UE utilizzabili a fronte della presentazione di progetti credibili: priorità alle discariche orfane, ovvero quelle in cui non è stato individuato colui che ha inquinato. Nelle pieghe del bilancio il ministero avrebbe già recuperato i primi 20 milioni di euro messi a disposizione per la Terra dei Fuochi in Campania, con l’obiettivo di iniziare con provvedimenti tecnici e studi per arrivare alla messa in sicurezza definitiva e permanente, in sintesi queste zone non potranno più inquinare, né rilasciare veleni. Il Ministro Costa non ha usato inoltre, durante la presentazione del Decreto, mezzi termini: “Chiedo che la legge sugli eco delitti del 2015 venga tagliandata. Chiedo il Daspo ambientale: chi ha inquinato se ne vada dalle nostre terre. Chiedo che anche alcuni reati ambientali (per esempio illecita gestione dei rifiuti e traffico non organizzato dei rifiuti), che oggi sono dei reati contravvenzionali, diventino delitti, con una misura afflittiva più consistente. E chiedo una terza cosa: che il sistema di confisca applicato ai mafiosi venga applicato anche agli eco-mafiosi, che per me non sono solamente coloro che sono associati a un clan, ma sono coloro che hanno inquinato le nostre terre”.

Vale la pena precisare che il decreto “si riferisce a tutte le terre dei fuochi che attraversano il Paese, non solo quelle della Campania, ma tutte quelle che possono emergere o che già ci sono”. Il decreto “Terre dei fuochi” estenderà così gli strumenti usati in Campania a tutte le aree caratterizzate da rifiuti interrati, inquinamento del sottosuolo e delle falde acquifere e roghi tossici. Inoltre per la prima volta si è parlato di economia circolare all’interno della nostra legislazione e anche questo sarà di competenza del ministero dell’Ambiente. Un nuovo sistema economico che consente di immaginare “un nuovo sistema di fare impresa ambientale, dando agli imprenditori la garanzia di poter procedere bene e al cittadino la garanzia che quello che è un prodotto sano, che gli imballaggi verranno visti con uno sguardo diverso, che il prodotto verrà reimpiegato, che le materie prime seconde potranno essere una risorsa” sarà quindi più possibile in futuro. Bisognerà però saper rimuovere adeguatamente gli ostacoli burocratici presenti ed agevolare la nascita di un nuovo paradigma economico.

Alberto Azario

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Mon, 20 Aug 2018 07:23:46 +0000 https://www.albertoazario.it/post/457/1/decreto-terra-dei-fuochi-il-governo-legifera-su-ambiente-e-rifiuti alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La -Terra Mala- dalla Campania si sposta al Nord Italia https://www.albertoazario.it/post/455/1/la-terra-mala-dalla-campania-si-sposta-al-nord-italia

Entrata nell’immaginario collettivo come Terra dei Fuochi, la “Terra Mala”, terra cattiva tra le province di Caserta e Napoli famosa per i milioni di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente e interrati nel suo territorio non si limita ad esistere solamente nei territori Campani. Recenti inchieste ci rivelano, infatti, che uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese, con dinamiche simili, si sta “presentando” anche in altri regioni italiane: dal Friuli Venezia Giulia fino al Piemonte, passando per la Lombardia, sempre più spesso si verificano roghi di immondizia, tanto che il fenomeno ha i contorni di una vera e propria “terra dei fuochi del Nord”. Dello scempio del territorio campano, probabilmente iniziato alla fine degli anni ’80 quando venne stipulato un diabolico patto tra politici, camorristi, mafiosi e servizi deviati per sotterrare milioni di tonnellate di rifiuti tossici, si è cominciato a parlarne nel febbraio 1991 quando, per caso, un camionista proveniente da Cuneo venne colpito da alcune gocce di un liquido corrosivo che portava nel suo mezzo all’interno di 571 fusti di rifiuti tossici pronti ad essere riversati nella campagne di Sant’Anastasia, a Nord di Napoli. Oggi scopriamo che l’incidenza dei tumori in quel territorio, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del gennaio 2016, negli uomini è superiore dell’11% e nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale: sono state riscontrate, inoltre, patologie precise che possono colpire ogni fascia d’età. Dati che non possono lasciare indifferenti ne sottovalutati sopratutto ora che il fenomeno si sta spostando anche al Nord Italia.

C’è puzza di bruciato dietro l’escalation di incendi sospetti che ormai da anni divampano in centinaia di impianti di gestione dei rifiuti da Nord a Sud. Sullo smaltimento dei rifiuti speciali, quelli più pericolosi per la salute, è probabilmente in corso un’autentica guerra: negli ultimi tre anni, specialmente al nord (Lombardia in testa) ma anche nel resto della penisola, più di 250 impianti di trattamento, stoccaggio o deposito dei rifiuti speciali hanno preso fuoco, mandando in fumo macchinari e in circolo veleni di ogni sorta. Il fenomeno ha interessato tutta la filiera del rifiuto, dal prelievo allo stoccaggio, dal trattamento al riciclo e riutilizzo, ma a colpire è il fatto che solo il 10% dei roghi è avvenuto nelle discariche e ben il 90% in impianti di selezione, trattamento e stoccaggio. In particolare quelli medio piccoli, meno soggetti ai controlli, di più agile autorizzazione, ma in grado di accogliere grandi quantità di rifiuti che, se accumulati e incendiati, possono dare luogo a roghi della durata di settimane. Per giunta il 40% degli incendi è avvenuto nelle regioni settentrionali: quattro roghi su dieci sono stati registrati al Nord e nell’ultimo anno in Lombardia è divampato un incendio al mese. Dai dati raccolti (tra Arpa - l’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale, procure della Repubblica e Vigili del fuoco) e su cui la commissione bicamerale di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti (giornalisticamente nota come commissione “Ecomafie”) ha svolto approfondimenti si contano in regione 33 episodi, la maggioranza dei quali distribuiti nelle province di Milano (8), Brescia (7) e Pavia (6). Roberto Pennisi, magistrato della Dna, sul punto è stato esplicito: “Bruciare è la migliore scorciatoia, quando vuoi guadagnare di più”. Così i siti di stoccaggio vengono riempiti di materiale. Poi scoppia invariabilmente un incendio e tutto finisce in fumo. Velenosissimo, tanto da far evacuare di volta in volta centinaia, anche migliaia di residenti nell’area interessata dal rogo di turno.

Il flusso dei rifiuti, che una volta venivano spediti dal Nord al Sud del Paese, ha registrato un’inversione, dovuta alla presenza al nord di strutture di smaltimento migliori: 2.700 in Lombardia e 1.500 in Veneto ad esempio. Cosa che porta molti impianti ad avere un carico eccessivo di rifiuti, ben oltre il limite consentito per un certo deposito. Spediti nei siti di destinazione finale spesso questi rifiuti non vengono gestiti in modo corretto, saltano le regolari tappe di smaltimento intermedie, e finiscono abbandonati o bruciati senza subire i corretti trattamenti previsti dalla legge. Nasce così una zona grigia di illeciti e non rispetto delle norme che trova ragione in presenza di un ciclo dei rifiuti che non funziona e che non ha impianti funzionanti sufficienti. Perché se tra le motivazioni degli incendi può esserci la cattiva gestione dei rifiuti negli impianti, è altrettanto vero che gran parte di questi roghi è di natura dolosa. Alcuni stabilimenti potrebbero, infatti, stoccare anche materiali per i quali non sono autorizzati, come i rifiuti pericolosi o rifiuti derivanti dal traffico illegale. Chi non ha le carte in regola, insomma, potrebbe essere tentato dal fuoco. E così, in una filiera sempre più in sofferenza, trovano spazio iniziative illegali ed eco-mafie: i rifiuti sono stipati in capannoni abbandonati - sempre più numerosi a causa della crisi economica - e lì poi vengono lasciati o incendiati, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche come la diossina. Come fa notare la Commissione: “Il fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento dei rifiuti […] sposta necessariamente l’attenzione di tutti i soggetti attivi nella difesa della legalità ambientale dal tema “classico” della combustione illecita di rifiuti […] al tema dell’interdipendenza tra eventi incendiari e mancata corretta chiusura del ciclo dei rifiuti”.

Ad aggravare una situazione già critica è giunta inoltre anche la decisione della Cina di bloccare da gennaio l’importazione di rifiuti plastici provenienti dall’Europa. Un peso da sopportare non indifferente, se si considera che, nel 2016, la Cina ha importato oltre 7 milioni di tonnellate di questi rifiuti, il 70% della produzione mondiale. I flussi di materie che prima andavano all’estero ora restano nel nostro Paese. E anche se mancano gli impianti in qualche modo devono essere smaltiti. Purtroppo c’è chi sceglie ancora come mezzo primario per smaltire i rifiuti proprio il fuoco.

Alberto Azario

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Wed, 8 Aug 2018 18:34:30 +0000 https://www.albertoazario.it/post/455/1/la-terra-mala-dalla-campania-si-sposta-al-nord-italia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La lotta delle istituzioni contro i rifiuti, dalle telecamere alle nuove norme UE https://www.albertoazario.it/post/454/1/la-lotta-delle-istituzioni-contro-i-rifiuti-dalle-telecamere-alle-nuove-norme-ue

Chi lascia divani, chi abbandona sedie, chi materassi appoggiati al muro. Il malcostume di alcuni cittadini non smette di esistere ne di stupire, con il rischio che i cassonetti diventino presto delle discariche a cielo aperto. L’usanza di lasciare rifiuti ingombranti infatti sui marciapiedi vicino ai punti di raccolta dell’immondizia è una pratica che praticamente ognuno di noi ha visto, purtroppo, almeno una volta nella sua vita. Anche quando ci sono servizi funzionanti per risolvere questo problema, ed ormai è in ogni cittadina così grazie sia a zone di conferimento rifiuti ingombranti sia a numeri verdi dei comuni che addirittura, previo appuntamento, giungono a casa a ritirare tali beni da conferire in discarica e/o riciclare; tale forma di inciviltà continua, in alcuni casi, ad esistere. La tecnologia ci viene ora in soccorso per arginare e superare questo problema: contro i rifiuti selvaggi arrivano le cosiddette “fototrappole”. Le amministrazioni comunali si stanno munendo infatti di telecamere nascoste nei pressi dei cestini della spazzatura presenti in città come deterrente nei confronti di quei cittadini che, in modo particolare nei mesi estivi, abbandonano in modo incontrollato i propri rifiuti in aree pubbliche, ai lati delle strade o nelle campagne, generando non solo un problema di sostenibilità economica per le casse comunali nel dover commissionare continui servizi di raccolta straordinaria ma anche e soprattutto di decoro urbano e di civiltà. Lotta ai rifiuti ingombranti che si unisce in questo caso anche a quella di colpire coloro i quali scambiano i singoli cestini per discariche pubbliche abbandonando, ad esempio, sacchetti con rifiuti di ogni tipo, compresa la frazione umida, in molti casi scarti domestici lasciati da chi non attua la raccolta differenziata. Le telecamere, opportunamente nascoste, scattano immagini nel momento in cui rilevano movimenti, immagini che restano a disposizione della Polizia locale alcuni giorni e che permettono di vedere chi abbandona i rifiuti. Subito dopo scattano le verifiche da parte della Polizia e dell’Ufficio Ambiente del Comune e, una volta risaliti ai diretti responsabili delle violazioni, le sanzioni le quali possono essere pecuniarie o anche di rilevanza penale (con segnalazioni inoltre anche all’Ufficio Tributi per verificare se tali soggetti siano in regola con il pagamento della Tari ossia la tassa sulla raccolta dei rifiuti). Eppure basterebbe un po di senso civico in più per evitare alla nascita questi comportamenti, ed una nuova concezione del rifiuto come risorsa e non più solamente come oggetto da dimenticare in discarica o ancora peggio in mezzo ad una strada. Forse con il passare del tempo questi concetti verranno meglio assimilati da cittadini ed amministrazioni e nuove norme potranno aiutare a produrre meno rifiuti e, quando ciò non è possibile, ad aumentare in modo sostanziale il riciclaggio dei rifiuti urbani e dei rifiuti d’imballaggio.

 

Intanto a partire dal 4 luglio sono entrate in vigore quattro nuove direttive UE, di cui avevo già parlato qualche settimana fa, studiate al fine di promuovere i principi dell’economia circolare ed intensificare l’uso delle energie rinnovabili. Il Pacchetto “Circular Economy” comprende tra le Direttive dell’Unione Europea, del Parlamento Europeo e del Consiglio, la direttiva 2018/849, la direttiva 2018/850, la direttiva 2018/852 e la direttiva 2018/851. L’ambizioso pacchetto di misure sull’economia circolare, voluto fortemente dalla Commisssione europea, è stato adottato per aiutare le imprese e i consumatori europei a compiere quella transizione necessaria verso un’economia circolare, in cui le risorse siano utilizzate in modo più sostenibile. Solo utilizzando, infatti, al massimo tutte le materie prime, i prodotti e i rifiuti si potrà ricavarne il massimo valore, favorendo i risparmi energetici e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. In sostanza, le azioni proposte contribuiranno a "chiudere il cerchio" del ciclo di vita dei prodotti, incrementando il riciclaggio e il riutilizzo e arrecando vantaggi sia all’ambiente che all’economia. Le nuove norme adottate in questi giorni rappresentano la normativa in materia di rifiuti più moderna al mondo, un campo in cui l’UE sta dando l’esempio che altri dovrebbero imitare. L’inasprimento delle norme per il calcolo delle percentuali di riciclaggio aiuterà, inoltre, a monitorare meglio i progressi realmente compiuti nella realizzazione dell’economia circolare. I componenti biologici e tecnici di un prodotto creato con quest’ottica sono progettati, infatti, col presupposto di adattarsi all’interno di un ciclo dei materiali, progettato per lo smontaggio e la riproposizione. Smaltire in discarica i rifiuti non ha alcun senso in un’economia circolare, oltre a costituire un rischio d’inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria. Entro il 2035 i rifiuti urbani smaltiti in discarica dovranno essere così essere ridotti, fino a costituire al massimo il 10% del totale dei rifiuti urbani prodotti.

Riuso, riciclo e recupero sono oggi le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformino da problema in risorsa. Studi effettuati sull’argomento promettono infatti come, solo in Europa, l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, può dare una spinta al PIL di circa 7 punti percentuali addizionali. Karmenu Vella, Commissario per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, ha dichiarato: “L’approvazione definitiva delle nuove norme dell’Unione sui rifiuti da parte del Consiglio segna un momento importante per l’economia circolare nel nostro continente. I nuovi obiettivi di riciclaggio e smaltimento in discarica tracciano un percorso credibile e ambizioso per una migliore gestione dei rifiuti in Europa. Nostro compito principale è ora garantire che le promesse sancite in questo pacchetto legislativo siano concretizzate. La Commissione intende fare il possibile perché la nuova legislazione dia risultati sul campo.”

Alberto Azario

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Wed, 1 Aug 2018 17:23:35 +0000 https://www.albertoazario.it/post/454/1/la-lotta-delle-istituzioni-contro-i-rifiuti-dalle-telecamere-alle-nuove-norme-ue alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ocean Sampling Day, un check-up completo per la salute dei nostri oceani https://www.albertoazario.it/post/453/1/ocean-sampling-day-un-check-up-completo-per-la-salute-dei-nostri-oceani

Dalle coste del Pacifico a quelle dell’Atlantico, in più di 200 siti differenti, il 21 giugno, solstizio d’estate, sono stati raccolti diversi campioni di acqua in tutto il mondo per dare una fotografia globale della salute dei nostri oceani. L’Ocean Sampling Day (OSD) è nato su iniziativa del progetto Micro B3 (Marine Microbial Biodiversity, Bioinformatics, Biotechnology) guidato da Frank Oliver Glöckner, della tedesca Jacobs University Bremen, e finanziato dall'Unione Europea per sviluppare approcci innovativi per studiare la biodiversità marina. Obiettivo del grande test globale è quello di cercare gli inquinanti, come sostanze chimiche e microplastiche, e di analizzare la composizione delle acque per ottenere informazioni su biodiversità marina e impatto dei cambiamenti climatici.

Quest’anno toccherà all’Istituto di biologia marina di Creta (IMBCC) analizzare i vari campioni raccolti nel mondo e realizzare un sunto finale e globale in grado di darci dati importanti su quella che è la situazione ambientale oceanica odierna. Particolare attenzione, anche questa volta, sarà riservata ai batteri, che, oltre a determinare la balneabilità delle acque, hanno la particolarità di evolversi rapidamente per adattarsi ai mutamenti (e sono uno dei problemi emergenti collegati ai cambiamenti climatici), studiarli quindi permetterà di ricavare informazioni essenziali sull’ambiente circostante. Inoltre, per la prima volta, oltre all’analisi delle informazioni di base sulle caratteristiche delle acque si analizzeranno anche organismi più grandi come il plancton. L’analisi della biodiversità dei microrganismi marini sarà possibile con metodi innovativi di sequenziamento genetico massivo di tutto il DNA presente nei campioni. Ad inizio anno è stato infatti messo a punto, grazie alla spedizione internazionale “Tara Oceans” (svoltasi tra il 2009 ed il 2013 e guidata dal laboratorio europeo di biologia molecolare - EMBL), il più grande atlante del DNA degli oceani: comprendente circa 100 milioni di geni appartenenti a decine di migliaia di specie presenti nel plancton. Geni che in gran parte si attivano in maniera diversa a seconda della temperatura dell'acqua o della concentrazione dei nutrienti e che potrebbero diventare la base per ricerche sulla biologia e l’evoluzione nonché fornire nuove molecole interessanti per mettere a punto, ad esempio, nuovi farmaci e biocarburanti.

Tutti i 150 gruppi coinvolti nel progetto sono stati invitati a postare foto e notizie su Twitter con l’hashtags #osd2018, #oceansamplingday and #myosd. Anche l’Italia ha voluto dare il suo contributo raccogliendo campioni di acqua nel Golfo di Napoli, al largo di Ancona e nel golfo di Trieste. C’è grande curiosità ed in parte apprensione per i risultati di tali test, i primi risultati ad esempio sui campioni rilevati ad Ancona hanno già tristemente svelato che il 25-30% dei pesci e invertebrati analizzati nel mar Tirreno conteneva micro-particelle di plastica, percentuale simile a quella riscontrata nell’Adriatico. La presenza di microplastica è stata documentata in organismi marini appartenenti a specie diverse e con differenti abitudini alimentari, dalle planctoniche agli invertebrati, fino ai predatori. Proprio in queste ore, ad esempio, è stata soccorsa una tartaruga Caretta caretta del peso di oltre 90 kg ed una lunghezza complessiva di 1,5 metri nella acque a largo di Torre Faro nello stretto di Messina ritrovata con plastica nello stomaco e conseguente difficoltà nell’immersione. La plastica che inquina i mari e finisce all'interno di pesci e invertebrati rischia indubbiamente di entrare coì anche nella catena alimentare fino all’uomo. Il problema maggiore è inoltre la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche, particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall'uomo, con rischi per la salute ancora sconosciuti.

Il problema della salute degli oceani purtroppo però non si limita unicamente all’inquinamento da plastica ma anche alla perdita degli habitat naturali a causa delle attività dell’uomo come, ad esempio, la pesca a strascico che ara i fondali, sradica le praterie sommerse, distrugge i coralli ed in conclusione estirpa la vita degli abissi. La sfida per il futuro quindi è anche recuperare questi spazi sommersi e restaurare quegli habitat distrutti, come si farebbe con una cittadina distrutta dopo un terremoto.

Sempre legati alla salute degli oceani, i risultati pubblicati dal dossier Mare Monstrum 2018 di Legambiente (basato sul lavoro delle Forze dell'ordine e delle Capitanerie di porto) ci forniscono un’ulteriore fotografia della condizione del mare e delle coste del nostro Paese ed i dati non sono incoraggianti: nel 2017 sono state 17 mila le infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all'anno precedente dell’8,5%. I reati più contestati sono quelli legati all'inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori malfunzionanti o assenti, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Seguono con il 27,7% la pesca illegale, quindi il cemento abusivo, con il 19,5%, e infine le infrazioni al codice della navigazione della nautica da diporto, che valgono il 17,1%.

L’evento globale dell’Ocean Sampling Day vuole essere così un invito ad essere più rispettosi dell’oceano, oltre che un modo per capire dove le specie marine sono a rischio e hanno bisogno di maggiore protezione. Con la plastica arrivata ormai fino in Antartide, come hanno dimostrato importanti video di denuncia, un check-up completo della salute dei nostri oceani è quindi oggi fondamentale.

Alberto Azario

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Wed, 25 Jul 2018 19:53:49 +0000 https://www.albertoazario.it/post/453/1/ocean-sampling-day-un-check-up-completo-per-la-salute-dei-nostri-oceani alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti pericolosi: tra incendi e nuova legislazione, inizia la calda estate italiana. https://www.albertoazario.it/post/452/1/rifiuti-pericolosi-tra-incendi-e-nuova-legislazione-inizia-la-calda-estate-italiana

In fiamme cassonetti colmi di rifiuti e montagne di buste d’immondizia che raggiungono le carreggiate stradali a Cerignola in provincia di Foggia, in fiamme rifiuti plastici ed elettronici nello stabilimento di Vitaliano in provincia di Napoli, in fiamme l’impianto per lo smaltimento di rifiuti di Caorso in provincia di Piacenza, stessa sorte per il parco regionale naturale «Fiume Ofanto» in Puglia, ricettacolo di rifiuti (che, con le piene del fiume, finiscono in mare e da qui sulle spiagge e sugli arenili), cimitero di copertoni abbandonati e luogo dove le coltivazioni abusive (soprattutto tendoni di uva) sorgono in barba a qualunque normativa di tutela ambientale. Casi diversi in cui l'ennesimo rogo, che riguarda anche gli impianti di stoccaggio e riciclo dei rifiuti, porta il numero di questi episodi a quasi 300 in due anni in tutta Italia. Un numero impressionante che non può essere considerato casuale. In tutti questi casi le cause dei roghi sono ancora sconosciute, si è parlato di autocombustione a volte, e di incendi dolosi in molti altri episodi. La preoccupazione ogni volta è la stessa però: il rischio per la salute dei residenti vicini alle zone interessate e quello dei lavoratori che hanno operato per spegnere tali incendi, specie quando hanno interessato attività di stoccaggio e trattamento di rifiuti speciali. E quando un’azienda che si occupa di smaltimento di rifiuti, o una discarica abusiva, vanno in fiamme il pericolo di disastro ambientale è sempre da prendere in considerazione. Attraverso il monitoraggio dell’aria e delle aree, e zone limitrofe, interessate si cercano così risposte alle crescenti preoccupazioni derivate dai roghi. In particolare in questi casi si attivano le rilevazioni previste che solitamente riguardano: IPA e diossine, ossidi di azoto e di zolfo, polveri, sostanze organiche volatili, ammoniaca, acido cloridrico. A titolo precauzionale, inoltre, dalle autorità viene sempre consigliato alla popolazione di tenere le finestre chiuse fino a nuova indicazione. Quello che è certo è che, come spesso succede in estate in Italia, la triste stagione degli incendi, con un notevole incremento stagionale rispetto alla media annuale di questi casi, è anche questa volta iniziata.

E quando, come nel caso scoperto in questi giorni, rifiuti pericolosi, detriti da demolizione e costruzione, mattonelle e pneumatici fuori uso sono finiti, dopo essere stati prelevati da due aree adibite a discariche abusive, ad essere parte fondante del sottofondo stradale per l’ampliamento della corsia di decelerazione per l’immissione in un’area di servizio sulla Nola – Villa Literno (arteria simbolo del degrado ambientale che taglia in due le province di Caserta e Napoli attraversando tutti i comuni della cosiddetta “Terra dei Fuochi”) ci rendiamo conto sia che l’ambiente viene ancora una volta deturpato e svilito, sia che il concetto di economia circolare, e quindi dei rifiuti visti come risorse, è stato probabilmente completamente frainteso.

Mi riallaccio al tema dei rifiuti pericolosi per informarvi che è diventata definitivamente legge anche in Italia la nuova classificazione europea dei rifiuti. Come nella migliore tradizione italiana anche l’estate di quest’anno è stata foriera di novità importanti sulla gestione rifiuti. Si tratta del nuovo regolamento che era entrato in vigore nel giugno 2015 per poi decadere in favore di una legge nazionale, la n.116 dell’11 agosto 2014. A partire dal 05 luglio 2018 verrà così applicata la nuova classificazione dei rifiuti relativamente alla caratteristica di pericolo HP14 o dell’«Ecotossico». Il Regolamento (UE) 2017/997 del Consiglio dell'8 giugno 2017 ha, infatti, modificato l'allegato III della direttiva 2008/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio. Senza entrare troppo in argomenti di natura tecnica, compito che sarebbe più adatto ad un chimico, posso affermare che, d’ora in poi, le valutazioni rispetto alla caratteristica HP14 saranno più restrittive. In caso di dubbio, quindi, il rifiuto va ora classificato come pericoloso: in questo modo si evitano i test di verifica, ma salgono i costi di smaltimento. Di conseguenza molti rifiuti, che oggi non sono da classificare come pericolosi, potrebbero esserlo a partire dal 5 luglio 2018. Pertanto, flussi di rifiuti importanti, sia quantitativamente sia economicamente , rischiano di subire un drastico rallentamento (o blocco) dovuto al cambio di classificazione sconvolgendo bruscamente equilibri consolidati, compromettendo le possibilità di recupero possibili in molti casi, svuotando così di senso quella “economia circolare” tanto (giustamente) auspicata. Si imporranno, inoltre, requisiti diversi per la loro gestione, variazioni nei costi e la necessità di verificare ed adeguare rapporti di prova, valutazioni, certificazioni e quant’altro. L'invito è, dunque, alla massima attenzione: gli adeguamenti al CLP (ossia il regolamento 1272/2008 su cui si basa la classificazione dei rifiuti) vanno approfonditi con cautela, accertando le ricadute sulle situazioni specifiche. Per fare fronte all’attuale evoluzione normativa laboratori e consulenti dovranno sia sensibilizzare le aziende che non dispongono delle giuste competenze tecniche, sia sostenerle nell'inevitabile processo di adeguamento. In questo caso per adeguarsi alla nuova normativa, è importante saperlo, sarà sufficiente, però, limitarsi a riportare nella registrazione di scarico del rifiuto che ha subito la riclassificazione, l’eventuale nuova codifica attribuita grazie alla riscontrata caratteristica HP14, e riportare nello spazio dedicato alle annotazioni la dicitura del tipo: “Riclassificazione del rifiuto ai sensi del Regolamento 8 giugno 2017, n. 997/2017/Ue”.

Il primo passo da compiere per una corretta gestione dei rifiuti è rappresentato, a mio avviso, proprio dalla loro esatta classificazione. Tale classificazione è, dunque, un passaggio indispensabile e fondamentale i cui effetti si ripercuotono su tutte le fasi successive della gestione dei rifiuti, ivi compresi gli adempimenti amministrativi che devono essere espletati in tema di contabilità e tracciabilità dei rifiuti (registri di carico/scarico, formulari, MUD e SISTRI).

Persino la Cina, dove la metà dei rifiuti in tutto il Paese viene trattata dai produttori senza supervisione alcuna, proprio in questi giorni l’ha capito: «senza un controllo appropriato, i rifiuti pericolosi sono una bomba in grado di esplodere in ogni momento».

Alberto Azario

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Fri, 20 Jul 2018 18:00:08 +0000 https://www.albertoazario.it/post/452/1/rifiuti-pericolosi-tra-incendi-e-nuova-legislazione-inizia-la-calda-estate-italiana alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti, bonifiche e reati ambientali: la ricetta di Azario di Green Holding https://www.albertoazario.it/post/456/1/rifiuti-bonifiche-e-reati-ambientali-la-ricetta-di-azario-di-green-holding

Nell’audizione dello scorso 10 luglio in Senato il Ministro dell’Ambiente ha annunciato interventi normativi per accelerare i procedimenti di bonifica dei siti di interesse nazionale. È da molto tempo che se ne parla, alcuni interventi sono stati effettuati ma questi siti sono poco meno di quaranta. Ne parliamo con l'Ingegner Alberto Azario, Presidente di Green Holding S.p.A., uno dei principali operatori italiani integrati nel settore nella gestione dei rifiuti urbani ed industriali e leader nelle bonifiche ambientali.

Parliamo quindi delle bonifiche in generale e dei siti di interesse nazionale, cosa si potrebbe richiedere a livello normativo per incentivare il ripristino ambientale?

Premesso che è ovviamente una buona notizia che si ragioni a livello governativo per promuovere gli interventi di bonifica e accelerarne l’esecuzione, per aumentare la possibilità che vengano realizzate delle bonifiche sicuramente andrebbe contrastato il consumo del suolo, favorendo fortemente dal punto di vista fiscale, e più in generale con incentivi finanziari, il recupero di insediamenti industriali non più operativi e terreni inquinati per nuovi impieghi commerciali, residenziali o da dedicarsi alla produzione di energie rinnovabili, su cui l’Italia ha precisi obbiettivi da rispettare. Le bonifiche costano molto, in assenza di forti incentivi e di restrizioni al consumo del suolo, la scelta di costruire su prato verde è sempre vincente, ahimè a danno del nostro bel paese!Sui siti di interesse nazionale, viste le dimensioni e gli impegni finanziari necessari, andrebbe favorita la costituzione di partnership tra privato e pubblico.Non solo, andrebbe adottato un approccio pragmatico per gli obbiettivi di risanamento ambientale “puntando al buono e non all’ottimo”, in caso contrario certe bonifiche, peraltro estremamente necessarie, possono essere così impegnative sul piano finanziario da non poter mai essere realizzate.

Quanto rallenta ed incide la burocrazia in Italia?

Certamente andrebbero semplificati gli adempimenti autorizzativi riducendone assolutamente la tempistica e il numero di enti coinvolti.Un percorso alternativo potrebbe essere quello di eseguire la caratterizzazione a cura del proprietario senza validazione spostando alla certificazione finale la verifica da parte degli enti, eventualmente più approfondita.Tornando all’intervento in senato del 10 luglio scorso è molto positivo, in termini di favorire l’economia circolare, che il Ministro dell’Ambiente abbia parlato anche della necessità di affrontare e dare una soluzione al tema del cosiddetto end of waste.

Anche dal punto di vista dei reati ambientali cosa si potrebbe fare per aumentare l’efficacia del sistema?

La normativa andrebbe rivista con approccio pragmatico, come nei paesi anglosassoni, dove le infrazioni minori sono sanzionate solo amministrativamente. In Italia scatta il penale per qualsiasi infrazione. In caso di errore da parte delle autorità competenti, una sanzione amministrativa pagata può essere restituita all’azienda, al contrario procedimenti penali erronei comportano comunque danni economici pesantissimi dovuti all’esclusione da gare e agli effetti negativi sull'immagine con possibili usi strumentali della situazione. Purtroppo il nostro è un settore complesso, molto tecnico, con interpretazione non facile delle norme per vastità di competenze e per casistiche spesso imprevedibili a priori. Gli errori nel presumere la presenza di reati sono frequenti. L'attuale eccessiva severità verosimilmente ha l’obbiettivo di tutelare l'ambiente dagli operatori illegali, ma questi per definizione se ne infischiano delle leggi. Di conseguenza il risultato è che di fatto con l’attuale approccio vengono penalizzati soprattutto gli operatori professionali.

Quanto è importante la comunicazione nel settore ambientale?

Il settore delle bonifiche e del trattamento rifiuti in generale dovrebbe godere di un positivo apprezzamento da parte dei cittadini. In realtà ci sono una scarsa conoscenza e pregiudizi, si pensi ad esempio all’ostilità ingiustificata, ma diffusa, verso i termovalorizzatori. Il settore ambientale riceve poca attenzione su quanto viene fatto concretamente ogni giorno dalle aziende professionali per favorire l’economia circolare nella gestione dei rifiuti e salvaguardare la salute dei cittadini, effettuando ad esempio corrette bonifiche di terreni, falde e bacini inquinati, e restituendo quindi alla collettività aree importanti. Nell’attività svolta da Ambienthesis, controllata da Green Holding, si fanno continuamente passi avanti, in ottica di economia circolare, sia nel trattamento e smaltimento di rifiuti industriali pericolosi e non pericolosi, con impianti tra i più importanti in Italia, sia nell’attività di bonifica, dove sempre più si separano i materiali inquinati da quelli recuperabili in loco al fine di limitare l’uso delle discariche e l’impatto sull’ambiente circostante ai cantieri. È importante far arrivare anche al grande pubblico tanto quanto al legislatore il messaggio che chi lavora correttamente nel settore delle bonifiche, e più in generale in quello ambientale, lavora per un mondo migliore.

Di cosa vi occupate esattamente in Italia? È vero che l'Italia ha una sua nascosta eccellenza nel campo del trattamento dei rifiuti tanto da essere un modello all'estero?

Il Gruppo Green Holding opera in modo integrato nel settore ambientale, oltre all’attività della controllata Ambienthesis, quotata alla Borsa di Milano, di cui ho già accennato, detiene e gestisce impianti di trattamento e smaltimento di rifiuti anche urbani e, a Dalmine, uno dei termovalorizzatori più efficienti a livello europeo sul piano energetico e su quello ambientale, produce infine energia dai gas derivanti dai rifiuti. A conferma dell’eccellenza nel settore ambientale dell’Italia e, nel caso specifico, del nostro Gruppo, Ambienthesis ha concluso a fine giugno un importante accordo con la società Bee‘ah Sharjah Environment Co. LLC, società leader negli Emirati Arabi Uniti e attiva in raccolta, separazione, recupero e smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, nonché nelle energie rinnovabili. Oggetto dell’accordo sono la collaborazione e la condivisione di know-how nonché di tecnologie allo scopo di sviluppare iniziative comuni negli Emirati Arabi Uniti, nel Medio Oriente e in Europa, Italia compresa, tanto nei settori del waste management e del waste to energy, quanto in quello delle bonifiche dei suoli e delle acque, dove Ambienthesis vanta un’esperienza e leadership decisamente importante col più alto numero di interventi in Italia sui siti di interesse nazionale.Ciò sicuramente non solo rafforzerà ancor di più i legami tra Italia ed Emirati Arabi Uniti dal punto di vista economico ma anche nell’apprezzabile scopo di partecipare alla salvaguardia dell'ambiente.

Restando sul tema della internazionalizzazione, quali temi sono da affrontare?

Nel nostro settore, vista la complessità spesso delle autorizzazioni e delle condizioni locali, quanto più queste differiscono rispetto ai nostri standard, tanto più si rende opportuno affrontare il mercato attraverso partnership locali. Peraltro andare all’Estero per le imprese italiane del settore rappresenta un’opportunità importante per potersi sviluppare in quanto il nostro mercato domestico nel suo complesso ha una minore dinamicità rispetto a decenni precedenti. Nonostante ci siano numerose ed importanti aree da bonificare, la crescita economica è infatti ancora troppo lenta per permettere la riqualificazione di aree per lo sviluppo immobiliare o per la realizzazione di impianti per energie rinnovabili. Peraltro risanare il territorio è certamente uno dei migliori investimenti per il domani del paese e per la qualità del territorio e quindi della vita dei cittadini.

Articolo originale su: affaritaliani.it

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Tue, 17 Jul 2018 23:30:31 +0000 https://www.albertoazario.it/post/456/1/rifiuti-bonifiche-e-reati-ambientali-la-ricetta-di-azario-di-green-holding alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ecolabel: marchio di qualità per prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale https://www.albertoazario.it/post/451/1/ecolabel-marchio-di-qualita-per-prodotti-e-servizi-a-ridotto-impatto-ambientale

Istituito nel 1992 dal Regolamento n. 880/92 ed oggi disciplinato dal Regolamento (CE) n. 66/2010, l’Eco-etichetta europea (EU Ecolabel nella dicitura inglese) è il marchio di qualità ecologica dell’Unione Europea, che viene utilizzato per contraddistinguere prodotti e servizi che, pur garantendo elevati standard prestazionali, sono caratterizzati da un ridotto impatto ambientale. Rappresentata da una margherita stilizzata avente le dodici stelle della bandiera dell'Unione europea come petali e, al centro una "E" arrotondata, l’etichetta ecologica volontaria, oggi in vigore nei 28 Paesi dell’Unione Europea e nei Paesi appartenenti allo Spazio Economico Europeo – SEE (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), si basa su un sistema di criteri selettivi, definito su base scientifica, elaborati dall’analisi degli impatti ambientali più significativi durante l’intero ciclo di vita del prodotto o del servizio, tenendo anche conto della durata della vita media dei prodotti e della loro riutilizzabilità/riciclabilità e della riduzione degli imballaggi e del loro contenuto di materiale riciclato. Per i consumatori, a volte confusi dal grande numero di brand e marche differenti negli scaffali dei supermercati o dei negozi, il logo sopra descritto porta un fattore di semplificazione aggiuntivo nella scelta del prodotto da acquistare se si cerca qualcosa che sia allo stesso tempo rispettoso dell’ambiente e di buona qualità. Scegliendo il marchio Ecolabel UE i consumatori possono scegliere così prodotti che abbiano un’elevata qualità ecologica, siano certificati da organismi indipendenti (organismi competenti nazionali) e siano riconosciuti a livello europeo.

In Italia sono attualmente più di 18.000 i prodotti etichettati con marchio Ecolabel UE, cui corrispondono 331 licenze, distribuite in 18 gruppi di prodotti. Dal 2003, inoltre, non solo prodotti, ma anche servizi (come quelli di ricettività turistica) possono fregiarsi di questo importante marchio europeo. Il marchio negli anni è stato assegnato a migliaia di prodotti diversi in tutta Europa, inclusi saponi e shampoo, vestiti per bambini, vernici, articoli elettrici e mobili, oltre a servizi, come hotel e campeggi. Se prendiamo, ad esempio, il caso dei detersivi liquidi, ogni fase della produzione viene controllata per valutare dove si possano presentare i principali impatti ambientali: dall’estrazione delle materie prime, alla produzione industriale, fino all’imballaggio e all’uso. In questo particolare caso il maggiore impatto ambientale è da collegarsi al momento dell’utilizzo dello stesso poiché le sostanze chimiche lì contenute entrano in contatto con le persone, prima, e poi con l’ambiente una volta che vengono scaricate nelle acque reflue o quando l’imballaggio viene smaltito. Il marchio Ecolabel UE garantisce il minimo uso di sostanze pericolose che possono essere dannose per l’ambiente acquatico, nonché l’utilizzo di sostanze altamente biodegradabili e con ridotto impatto ambientale.

A tal riguardo il 4 maggio 2018 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea la DECISIONE (UE) 2018/680 che stabilisce, per la prima volta, i criteri Ecolabel UE per i “Servizi di pulizia di ambienti interni” adottati dalla Commissione europea. I criteri affrontano i principali impatti ambientali associati ai servizi professionali di pulizia ordinaria, effettuati presso edifici commerciali, istituzionali e altri accessibili al pubblico nonché presso abitazioni private, e saranno validi per un periodo di cinque anni. D’ora in avanti le aziende fornitrici di servizi di pulizia certificati Ecolabel UE saranno così in grado di dimostrare più agevolmente l’efficienza delle proprie pratiche ambientali nel partecipare, ad esempio, alle “gare verdi” nell’ambito degli appalti pubblici (GPP). Il prezzo, quindi, non sarà più il principale elemento di differenziazione nel momento dell’affidamento dell’appalto tra i diversi fornitori di servizi di pulizia: fattori quali gli aspetti sociali ed ambientali stanno, infatti, diventando sempre più importanti, incontrando un orientamento generale verso la sostenibilità complessiva del vivere, dal momento che, negli ultimi anni, anche le aziende del cleaning hanno testimoniato una crescente necessità di allineamento delle proprie pratiche commerciali, sociali e ambientali alle nuove esigenze del mercato di riferimento. L’etichetta europea rappresenterà, inoltre, un’attestazione dell’impegno delle aziende nei confronti del benessere e della sicurezza dei propri dipendenti, garantendo una riduzione della loro esposizione alle sostanze tossiche. Sicuramente Ecolabel UE costituisce per il consumatore un ottimo punto di partenza per un acquisto sostenibile. Rispetto ad altre certificazioni di qualità ambientale che si applicano a prodotti per la detergenza, Ecolabel UE garantisce standard molto restrittivi, aggiornati e scientificamente fondati e rigorosi, che devono essere dimostrati all’apposita Commissione ministeriale.

Il marchio comunitario Ecolabel UE diventa così per le aziende una grande possibilità di certificare i propri prodotti e servizi, dimostrando di rispettare criteri ecologici e sostenibili. Il rispetto di questi criteri è verificato da un organismo terzo indipendente, che in Italia è rappresentato dal Comitato per l'Ecolabel e l'Ecoaudit e che si avvale del supporto tecnico dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Possono fare richiesta del marchio Ecolabel UE tutti gli operatori (produttori, importatori, fornitori di servizi, grossisti o dettaglianti) che vogliono distinguersi sul mercato per il loro impegno nei confronti dell’ambiente. Le aziende che intraprendono tale scelta vantaggiosa e strategica, acquistano così maggiore visibilità sul mercato e aumentano di conseguenza la propria competitività in ambito nazionale e internazionale in un mondo che è sempre più sensibile alle tematiche ambientali. Per ottenere il marchio Ecolabel UE, infatti, i prodotti devono soddisfare una serie severa di criteri stabiliti da un gruppo di esperti di diverse parti interessate, comprese le organizzazioni dei consumatori e l’industria, che tengono conto dell’intero ciclo di vita del prodotto,(come detto in precedenza) dall’estrazione delle materie prime alla produzione, all’imballaggio e al trasporto, fino all’utilizzazione dello stesso e allo smaltimento finale. Questo approccio all’intero ciclo di vita del prodotto garantisce, così, che i principali impatti ambientali dello stesso siano ridotti rispetto a quelli di altri marchi esistenti sul mercato.

La certificazione ambientale Ecolabel nel tempo è mutata, sia negli intenti sia nelle possibilità, attestandosi come il più importante marchio ecologico comunitario. E' questo il cuore della certificazione Ecolabel Ue: da un lato un’eco-etichetta per le imprese che racconta dell'impegno per il benessere e la sicurezza dei propri dipendenti e dello spostamento verso pratiche sostenibili e all'economia circolare, dall’altro, per i consumatori, la possibilità di trovare prodotti e servizi di alta qualità ecologica e prestazionale garantiti a livello europeo, sapendo allo stesso tempo di poter così contribuire alla riduzione degli impatti ambientali.

Alberto Azario

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Mon, 16 Jul 2018 17:21:00 +0000 https://www.albertoazario.it/post/451/1/ecolabel-marchio-di-qualita-per-prodotti-e-servizi-a-ridotto-impatto-ambientale alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
World Ocean Day 2018: prevenire l’inquinamento per garantire la biodiversità https://www.albertoazario.it/post/450/1/world-ocean-day-2018-prevenire-l-inquinamento-per-garantire-la-biodiversita

Lo scorso 8 giugno è stata festeggiata la “Giornata mondiale degli oceani”. Obiettivo dell’evento è non solo ricordarci che sono gli oceani da sempre a fare da collante tra le nazioni e i popoli della Terra, ma anche avvertirci che i nostri mari stanno soffocando perché li consideriamo la soffitta dove accantonare tutto quello che non ci serve più. Considerando infatti che ogni anno produciamo più di 300 milioni di tonnellate di plastica, e che di queste almeno 8 milioni finiscono in mare, entro il 2050, se non cambieremo stile di vita subito, ci ritroveremo in un mondo che avrà più plastica che pesci. Da questo nasce il tema per l’edizione 2018 di un evento che, proposto per la prima volta dal governo canadese nel 1992 durante il Summit della Terra tenutosi a Rio de Janeiro, è stato ufficializzato a livello mondiale dall’Onu nel 2008 e proprio in quella sede il giorno dell’evento è intervenuto il fondatore di “Parley for the oceans” che riunisce artisti provenienti da tutto il mondo particolarmente sensibili all’importante tema ambientale. Ebbene, come già preannunciato, il motto di quest’anno sarà: “Clean our ocean!”, ovvero “Pulisci il nostro oceano”.

Ma cos’è il nostro oceano? Semplicemente potremo dire che è l’acqua che ricopre tre quarti del nostro pianeta e che ospita milioni di specie, molte delle quali ancora sconosciute. Ma allo stesso tempo è molto di più poiché mari ed oceani hanno un impatto sulla nostra vita che va oltre quanto possiamo immaginare: regolano il clima, producono la maggior parte dell’ossigeno che respiriamo, forniscono sostentamento a milioni di persone ogni anno e ospitano un’incredibile biodiversità. Benefici fondamentali per il 72% dei cittadini europei che, in una recente indagine condotta dalla community “Friends of Glass”, hanno dichiarato di ritenere che il proprio impatto sui mari sia una priorità nel proprio stile di vita, a cominciare dai prodotti che comprano e dai rispettivi imballaggi. In Italia la raccolta differenziata del vetro, classificato nella stessa indagine come il miglior imballaggio per cibi e bevande dal 78% degli europei,  è da record: 83%, con un riciclo che tocca il 72,8% e lascia ben poco, fortunatamente, al circuito dei rifiuti.

Quella dell’8 giugno vuole essere così un’occasione per ricordarci che i nostri mari sono in crisi: innalzamento delle temperature e dell’acidità, inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse ittiche. Il focus di quest’anno però è tutto legato al tema “preventing plastic pollution and encouraging solutions for a healthy ocean (prevenire l’inquinamento da plastica e incoraggiare soluzioni per un oceano in salute). La plastica è considerata una delle principali minacce alla salute dell'intero globo terracqueo. Ma anche alla nostra, dato che abbiamo iniziato a respirarne e a ingerirne in grandi quantità attraverso le microplastiche, contenute nella polvere, nell'acqua e nel cibo che mangiamo. Non è un caso che questo materiale sia finito anche al centro della recentissima Giornata Mondiale dell'Ambiente, svoltasi martedì 5 giugno. Tappi al posto delle conchiglie, mozziconi di sigaretta come alghe, cotton fioc invece che legnetti di mare. Sulle spiagge di tutto il mondo è questo che si trova, ed è solo una minima parte dei rifiuti che galleggiano in superficie e ricoprono i fondali.

Ha sottolineato il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres: “La plastica soffoca corsi d'acqua, danneggia le comunità che dipendono dalla pesca e dal turismo, uccide tartarughe e uccelli, balene e delfini, si fa strada nelle zone più remote della Terra e lungo tutta la catena alimentare”. “L'80% dell'inquinamento marino proviene dalla terra – ha aggiunto Guterres – compresi otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che ogni anno finiscono in mare”. Si tratta dunque di un vero e proprio dramma, che fortunatamente ha iniziato a spingere istituzioni, organizzazioni senza scopo di lucro, aziende e cittadini privati ad affrontare seriamente il problema. Lo scorso 28 maggio, ad esempio, la Commissione Europea ha presentato la Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio, COM(2018) 340 final – 2018/0172 (COD), relativa alla riduzione dell’impatto sull’ambiente, in particolare su quello marino, di alcuni prodotti di plastica. Direttiva che prevede per gli Stati membri, entro due anni dalla sua entrata in vigore, l’obbligo di attuare provvedimenti finalizzati a vietare le plastiche monouso e di ridurre l’impatto degli altri rifiuti contenenti plastica.

Dobbiamo lavorare individualmente e collettivamente per evitare questa tragedia, facendo ognuno la propria parte, evitando il più possibile la plastica monouso e dando una mano a ripulire il nostro pianeta come hanno fatto migliaia di volontari in tutto il mondo per pulire i litorali del Pianeta durante la Giornata degli Oceani. Sono le azioni giornaliere, ogni giorno e non solo l’8 giugno, che possono davvero fare la differenza: dal cambio di prospettive sul problema per incoraggiare le persone a pensare a ciò che l'oceano significa per loro, fino al miglioramento dei gesti più piccoli come quello di curare gli spazi naturali e limitare i comportamenti inquinanti come, ad esempio, usare bottiglie d'acqua e borse della spesa riutilizzabili, riciclare la plastica e fare volontariato per pulire le aree locali dai rifiuti. Per contrastare l’inquinamento del mare bisogna quindi essere coscienti e attivi in prima persona, facendo quei piccoli gesti, anche semplici, che diventano però decisivi, una volta moltiplicati nel tempo: raccogliere, riciclare, riusare, ridurre, sono tutti gesti di responsabilità che contribuiscono a salvare il nostro mare e trasformano i rifiuti in una risorsa.

Per qualcuno l’oceano è tutto: come per gli abitanti di Kiribati che senza non possono stare, ma ne potrebbero morire. Per altri è una missione: come per gli attivisti di Sea Shepherd, che solcano i mari sui loro vascelli per difenderli da chi li minaccia. Per i surfisti è adrenalina; per i pescatori è salvezza. Per tutti noi, è vita.

Alberto Azario

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Wed, 11 Jul 2018 17:14:57 +0000 https://www.albertoazario.it/post/450/1/world-ocean-day-2018-prevenire-l-inquinamento-per-garantire-la-biodiversita alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ricerca e sviluppo: i nuovi materiali plastici per sconfiggere l’inquinamento https://www.albertoazario.it/post/443/1/ricerca-e-sviluppo-i-nuovi-materiali-plastici-per-sconfiggere-l-inquinamento

Dire addio ai vecchi polimeri a base petrolio e a quelli usa e getta è l’obiettivo della plastica del futuro che, prendendo spunto dalla natura, diventa “smart”: ossia nata da scarti organici e completamente biodegradabile al 100%. Un sogno o una realtà?

Molto probabilmente buona parte della generazione futura utilizzerà plastica che non rischia di uccidere l’ambiente. Sempre più forte è, infatti, la consapevolezza che le risorse vanno preservate, ripristinate e garantite per le future generazioni e che i rifiuti devono diventare una risorsa anziché un problema. Il concetto di Economia Circolare, di cui avevo già scritto, anche grazie alle istituzioni prende così sempre più piede. Nuovi prodotti concepiti e progettati per essere riciclati, riutilizzati e rigenerati dopo il loro uso sono alla base di tante e nuove ricerche svolte nei laboratori di non solo grandi nomi ma anche piccole aziende italiane desiderose di cambiare in meglio l’avvenire delle generazioni future.

Forse non tutti lo sanno ma oggi la ricerca italiana è leader nella ricerca sulle bio-plastiche: la pellicola fatta con le bucce di pomodoro e poi diventata famosa nel mondo nasce nell’Istituto di chimica biomolecolare del CNR di Pozzuoli in provincia di Napoli; polimeri naturali e biodegradabili al 100% dagli scarti organici (tecnicamente chiamati poliidrossialcanoati: PHAs) si studiano invece a Bologna nella Bio-On S.P.A. per realizzare un materiale in grado di sostituire le principali famiglie di plastiche tradizionali grazie alla fenomenale proprietà di sciogliersi in acqua ed in terra senza disperdere ulteriori residui; spugne fatte coi fondi di caffè sviluppate dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova riescono a rendere potabile l’acqua, mentre altre riescono ad assorbire persino il petrolio che poi si può recuperare semplicemente spremendo le stesse. Film biodegradabili e rivestimenti commestibili per alimenti e scatolette sono derivati da piselli, lenticchie, soia, fagioli ed altri ortaggi di scarto nella Stazione Sperimentale Industria Conserve Alimentari di Parma. Materiali plastici non inquinanti ed efficienti, come vernici e prodotti sanitari, nascono infine oggi da gusci di cacao, arance o crostacei, alghe o cannella. Tanto per citare qualche caso più famoso, ma le realtà che si muovono nell’ambito della ricerca sono tante. In Puglia per esempio la plastica biodegradabile nasce dagli scarti dei latticini e se immaginiamo ad esempio che su dieci chili di latte lavorato solo due finiscono per diventare formaggio ed il rimanente refluo da smaltire queste innovazioni possono cambiare davvero le carte in tavola (tanto per rimanere nell’ambito culinario). Qui nel Sud Italia, dove esiste da sempre una grande tradizione nella produzione di latticini, il progetto “Biocosì” sviluppato da EggPlant ed Enea sta puntando a trasformare i reflui caseari in risorse dando vita così a nuovi imballaggi alimentari che potranno entrare nelle linee produttive. Il Lattosio, ossia lo zucchero del latte contenuto nei reflui caseari, è l’elemento attorno cui ruota l’innovativo progetto. Lo zucchero, attraverso un processo che permette il frazionamento del siero del latte, viene così processato per ottenere poliidrossibutirrato ossia un polimero completamente biodegradabile ed adatto a diversi tipi di applicazioni, dall’eco-packaging alimentare ai prodotti nel campo della cosmesi, della biomedicina e dell’elettronica. In perfetto spirito di economia circolare, il progetto ribalterà il concetto stesso di rifiuto: da un lato gli scarti si trasformeranno in materia prima, dall’altro la bioplastica prodotta sarà al 100% biodegradabile.

Oltre alla creazione di nuovi materiali da zero, e rubando alla Natura come già detto, si assiste nel mondo alla “riscoperta” di materiali e pratiche passate adatte al cambiamento di visione ecologica presente. Questi sono anche gli anni del ritorno, ad esempio, della cellulosa, il polimero naturale più abbondante sulla Terra ed in grado di conferire rigidità e resistenza alle piante, che fu scoperto per la prima volta nel 1855 dallo scienziato inglese Alexander Parkes. Un’azienda australiana ha sviluppato oggi un metodo per replicare il processo naturale che si realizza nelle cellule vegetali: il risultato è una sostanza molto densa simile al legno che, essendo biodegradabile, può essere trasformata a fine ciclo in compost (una sorta di terriccio fertilizzante). Tale caratteristica la porterebbe così a poter sostituire l’attuale produzione di polimeri chimici. Sempre alla natura si sono affidati i ricercatori dell’Università Americana di Harvard quando hanno estratto un polimero polisaccaride dalle cuticole degli insetti in generale, e dal guscio del gambero in particolare, ed hanno messo a punto un film sottile e trasparente che ha una resistenza equivalente a quella dell’alluminio pur pesandone solo la metà e rimanendo facilmente modellabile in forme complesse. Fino a poco tempo fa era impensabile pensare a materiali che senza l’ausilio del calore, della luce o di qualche reagente chimico avrebbero potuto “auto-ripararsi” così da ridurre la proliferazione dei rifiuti, la pratica dell’usa e getta e quindi di conseguenza anche lo sfruttamento delle risorse. Ma nuovi studi legati alla capacità di alcuni composti di scambiarsi gli elementi che li costituiscono per dare vita a nuovi prodotti sembrano ottenere i primi risultati positivi. I ricercatori spagnoli del CIDETEC di San Sebastian, ad esempio, hanno usato i disolfuri aromatici derivati dallo zolfo, che hanno la particolarità di attivarsi naturalmente e a temperatura ambiente, per riparare una plastica estensibile come il poliuretano attraverso un processo in grado di eliminare il danno in un paio d’ore senza alcun intervento umano. Un procedimento simile è stato sviluppato anche per far scomparire, in poco più di un minuto, stavolta grazie alla luce ultravioletta, graffi su mobilie e carrozzerie varie di automobili. Materiali rivoluzionari che promettono così sia potenzialmente di risparmiare più soldi togliendo l’esigenza di ricomprare beni usurati dall’uso e dal tempo, sia di regalarci un mondo, grazie ad un uso più attento e corretto delle limitate risorse del nostro pianeta, che magari non sarà per forza migliore di quello attuale, ma sicuramente più green.

Alberto Azario

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Thu, 5 Jul 2018 21:00:00 +0000 https://www.albertoazario.it/post/443/1/ricerca-e-sviluppo-i-nuovi-materiali-plastici-per-sconfiggere-l-inquinamento alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Economia circolare: l’Europa di fronte a nuove regole per il riciclo dei rifiuti https://www.albertoazario.it/post/444/1/economia-circolare-l-europa-di-fronte-a-nuove-regole-per-il-riciclo-dei-rifiuti

Dopo tre anni di dure trattative, il Parlamento europeo, con un'ampia maggioranza, ha dato il via libera da Strasburgo al pacchetto ideato per combinare ambientalismo e crescita economica: l’Europa entra così nell’era dell’economia circolare.

“Il concetto di economia circolare risponde al desiderio di crescita sostenibile, nel quadro della pressione crescente a cui produzione e consumi sottopongono le risorse mondiali e l’ambiente si legge nel testo descrittivo pubblicato dalla Commissione europea. “La transizione verso un’economia circolare sposta l’attenzione sul riutilizzare, aggiustare, rinnovare e riciclare i materiali e i prodotti esistenti. Quel che normalmente si considerava come “rifiuto” può essere trasformato in una risorsa.” Fino ad oggi la nostra economia ha perseguito un modello lineare basato sulla “produzione-consumo-smaltimento”, un modello che oggi non è più sufficiente a causa dell’aumento della popolazione mondiale e della crescente ricchezza che inevitabilmente spingono verso l’alto la domanda di risorse, peraltro scarseggianti, e portano al degrado ambientale. Un futuro più sostenibile è strettamente legato ad un cambiamento importante di questa economia; bisognerebbe, quindi, prendere spunto  dall’ecosistema biologico in cui viviamo per capire che ogni elemento naturale, o artificiale in questo caso, debba nascere, o essere progettato, per inserirsi opportunamente nel suo complesso di riferimento, in maniera tale che anche i nuovi prodotti, progettati appositamente per inserirsi nei cicli dei materiali, possano formare un flusso tale da mantenere un valore aggiunto il più a lungo possibile portando in questo modo anche i residui ad esistere in numero sempre minore. La priorità futura dovrà essere prevenire la creazione dei rifiuti, in secondo luogo privilegiarne, attraverso la raccolta differenziata, il recupero e riciclo, ove possibile,  infine la trasformazione in energia attraverso i termovalorizzatori, ove il riciclo non sia possibile tecnicamente e/o economicamente. Quindi, solo all’ultimo posto e come soluzione finale, la discarica.

Fondamentale in questo passaggio è il ruolo dei decisori politici impegnati nell’offrire alle imprese condizioni strutturali, prevedibilità e fiducia, nel valorizzare il ruolo dei consumatori e nel definire come i cittadini possano beneficiare dei vantaggi dei cambiamenti in corso. Le potenzialità, secondo la Commissione europea, autrice della proposta poi negoziata tra Parlamento e governi, sono di portare risparmi per le aziende di 600 miliardi all'anno, 140 mila nuovi posti di lavoro e un taglio di 617 milioni di tonnellate di C02 entro il 2035. Con effetti sul PIL tra l’1 e il 7% all’anno. L’economia circolare, cercando di coniugare un approccio verde con una serie di risparmi per le aziende, può inoltre aprire nuovi mercati, che rispondano ai cambiamenti dei modelli di consumo: dalla convenzionale proprietà all’utilizzo, riutilizzo e condivisione dei prodotti oltre che concorrere a creare maggiore e migliore occupazione.

Nel concreto, il salto nell’economia circolare avviene con quattro direttive europee rispettivamente su riciclo dei rifiuti, imballaggi, rifiuti da batterie, componenti elettriche ed elettroniche e infine discariche. Nel complesso i diversi atti impongono nuovi obiettivi giuridicamente vincolanti per il riciclaggio e buone pratiche di gestione dei rifiuti, fissando scadenze prestabilite e armonizzando per la prima volta gli sforzi nazionali verso target condivisi. Normative che prevedono, inoltre, maggiore consapevolezza sia nel singolo consumatore sia nell’industria. L’industria avrà la responsabilità di realizzare prodotti concepiti per essere riutilizzati, in tutto o in parte, al termine del loro uso. Viene così rafforzata la “responsabilità estesa al produttore (EPR)” che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell'informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati.

Secondo dati Eurostat, nell'UE la percentuale è di circa il 25% dei rifiuti urbani trattati che vengono interrati, ma in diversi paesi dell'Europa centro-orientale si supera il 70% (come nel caso della Romania). In Italia la media è invece del 28% ma con regioni in forte ritardo: Molise (90%), Sicilia (80%), Calabria (58%), Umbria (57%), Marche (49%) e Puglia (48%). Il nuovo pacchetto economia circolare stabilisce, invece, che entro il 2035 i rifiuti urbani conferiti in discarica non dovranno superare il 10% del totale. Di pari passo è introdotto l’obbligo di riciclare almeno il 55 per cento dei rifiuti urbani domestici e commerciali entro il 2025. Per i materiali da imballaggio le percentuali cambiano leggermente (riducendosi rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea): a livello generale il 65% di questi rifiuti dovrà essere destinato al riciclo entro il 2025 e il 70% entro il 2030, ma con sotto-target distinti per i singoli materiali. Per la prima volta, poi, dal 2023, sarà obbligatoria anche la raccolta differenziata dei rifiuti di materiali organici (Bio-waste), di materiali tessili e di quelli pericolosi nei rifiuti domestici (come vernici, pesticidi, oli e solventi). In linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, è previsto che gli Stati membri riducano anche gli sprechi alimentari del 30 per cento entro il 2025 e del 50 per cento entro il 2030, incentivando la raccolta dei prodotti invenduti e la loro ridistribuzione in condizioni di sicurezza.

Le nuove direttive UE avviano così la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti; rifiuti che, finalmente, si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Una sfida che può apparire senz’altro ardua e ambiziosa, tuttavia gestire in maniera sostenibile il ciclo dei rifiuti risulta essere improrogabile per garantire risparmi futuri in termini ambientali ed economici. Non solo, quindi, il miglioramento della gestione dei rifiuti, ma anche e soprattutto un sistema in cui dalla produzione al riciclo si possa trasformare quello che fino a oggi finisce in discarica, con costi per l'ambiente, la salute e le casse pubbliche, in valore economico, crescita sostenibile e nuovi posti di lavoro. Non solo, infine, una politica di gestione dei rifiuti, ma anche un modo per recuperare materie prime e non premere oltremodo sulle risorse già scarse del nostro pianeta, finendo, invece, per innovare profondamente il nostro sistema produttivo.

Alberto Azario

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Tue, 3 Jul 2018 00:00:00 +0000 https://www.albertoazario.it/post/444/1/economia-circolare-l-europa-di-fronte-a-nuove-regole-per-il-riciclo-dei-rifiuti alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ambienthesis presente alla Fiera internazionale di Pechino - Ciepec 2017 https://www.albertoazario.it/post/449/1/ambienthesis-presente-alla-fiera-internazionale-di-pechino-ciepec-2017

Ambienthesis S.p.A. comunica con grande soddisfazione di partecipare alla “China International Environmental Protection Exhibition and Conference 2017” (CIEPEC 2017) che si svolge a Pechino tra il 13 e il 16 giugno. L’evento è la più prestigiosa esposizione internazionale in materia ambientale che si tiene in Cina, nonché la più famosa piattaforma di scambio di informazione su sistemi, tecnologie e politiche di protezione ambientale a scala globale.

Ambienthesis, presente all’interno del padiglione riservato all’Italia, quest’ultimo organizzato e gestito dal Ministero dell’Ambiente italiano, interviene in tema di tecnologie applicate al soil washing e per far conoscere alla platea cinese presente a Pechino la propria realtà industriale, nonché il proprio forte know how in ambito di gestione ambientale e bonifiche di siti contaminati.

Ambienthesis è attiva, in Italia, su diverse bonifiche di Siti di Interesse Nazionale (SIN), ossia le aree di proprietà Syndial nei Comuni di Mantova e di Pieve Vergonte (nell’alto Piemonte), l’area “ex Alumix” nel Comune di Portovesme (in Sardegna) e l’area “ex Falck” nel Comune di Sesto San Giovanni (alle porte di Milano), nella quale applica le proprie tecnologie innovative per il soil washing attraverso impianti mobili modulari all’avanguardia per la bonifica dei terreni. Tali impianti permettono di attuare interventi di risanamento del tipo “on site”, ossia presso le specifiche aree di cantiere, consentendo di limitare in modo sensibile l’impatto ambientale complessivo e di ridurre gli smaltimenti “off site”, ovvero fuori dal sito.

Ambienthesis è intervenuta oggi all’interno del workshop dal titolo “Soil Pollution Prevention and Control Technology” che ha visto la partecipazione e gli interventi di Mr. Chen Liang, Direttore Generale del FECO/MEP (Ministero per la protezione ambientale cinese), e di Francesco La Camera, Direttore Generale dell’IMELS.

Ambienthesis è rappresentata in Cina dall’Ingegner Alberto Azario, che per 10 anni è stato Presidente della Società e oggi è alla guida della controllante Green Holding S.p.A., e dall’Ingegner Pier Giorgio Cominetta, uno dei massimi esperti in campo ambientale, che per molti anni ha ricoperto il ruolo di Amministratore di varie società appartenenti al Gruppo Green Holding ed attualmente siede nel Consiglio di Amministrazione della stessa Green Holding S.p.A..

Alberto Azario, presente a Pechino in rappresentanza di Ambienthesis, ha dichiarato: “La partecipazione di Ambienthesis come testimonial di successo alla più importante fiera internazionale d’Oriente attesta, da un lato, la grande competenza, professionalità ed esperienza di Ambienthesis nel settore delle bonifiche e, dall’altro, conferma l’obiettivo strategico del Gruppo di puntare sull’estero, con particolare riferimento ai Paesi dell’Europa dell’Est e alla Cina”.

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Mon, 12 Jun 2017 18:24:44 +0000 https://www.albertoazario.it/post/449/1/ambienthesis-presente-alla-fiera-internazionale-di-pechino-ciepec-2017 alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)