AlbertoAzario.it Rss https://www.albertoazario.it/ Alberto Azario - Chairman Greenthesis S.p.A. it-it Fri, 5 Jun 2020 08:41:47 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 presidenza@greenthesisgroup.com (Alberto Azario ) presidenza@greenthesisgroup.com (Alberto Azario) Archivio https://www.albertoazario.it/vida/foto/sfondo.jpg AlbertoAzario.it Rss https://www.albertoazario.it/ Plastica: materia prima per strade e carburanti di domani https://www.albertoazario.it/post/504/plastica-materia-prima-per-strade-e-carburanti-di-domani

Nessun materiale più della plastica ci fa pensare al degrado ambientale, alle isole di rifiuti emerse nel Pacifico e a un male per l’ecosistema.

Ed è tutto vero, soprattutto se visto in ottica di economia lineare, ma per compiere l’auspicata e ormai improrogabile rivoluzione della circolarità, il presupposto è proprio quello di non vedere nel rifiuto uno scarto, bensì una risorsa. Anche e soprattutto la plastica può (anzi deve) avere una nuova vita ed essere impiegata come materia prima seconda.

Uno degli utilizzi che si sta vagliando in Europa in questi anni è quello di impiegare le plastiche riciclate per dare vita a un manto stradale tutto nuovo. In verità questa tecnica è stata messa a punto già vent’anni fa in India, dove per esempio a Chennai, ad oggi, nonostante il clima umido, il traffico, i monsoni e molti altri fattori, le condizioni delle strade costruite con la plastica sono ancora ottime, prive di buche o crepe [1].

Una soluzione di riciclo delle plastiche come questa non solo è a impatto zero, e quindi ecologica (al contrario dell’asfalto per il quale si producono 27 chilogrammi di CO2 ogni tonnellata), ma anche più performante nei risultati, rendendo le strade più resistenti sia alle basse sia alle alte temperature e facendo sì che il manto si deteriori con una difficoltà tre volte maggiore rispetto all’asfalto tradizionale. Per restare in India ben 33 mila km di strade sono costruite con questa colla polimerica ricavata dai rifiuti plastici, ma negli ultimi anni anche l’Europa si è interessata alla sostituzione del bitume con il materiale riciclato per la costruzione delle arterie stradali.

In Scozia i primi tentativi provengono dalla startup MacRebur dell’ingegnere Toby McCartney, il quale ha provato questa nuova pavimentazione a base plastica in un sobborgo londinese, con risultati tali da spingere l’amministrazione della City a estendere il tratto ad altre zone. Da quel momento il metodo è sbarcato un po’ ovunque, anche oltre oceano, in paesi quali l’Australia e gli Stati Uniti, ma in particolare ha incuriosito il Vecchio Continente che, in ottica di green economy, ha fatto tesoro di questa innovazione. Nel 2017, infatti, la società kws facente parte del gruppo VolketWessel, ha messo a punto un tratto di pista ciclabile di 30 metri composto da moduli prefabbricati, cavi all’interno, che incastrandosi tra loro costituiscono la superficie stradale.

È importante sottolineare che questi moduli sono vuoti all’interno, in quanto questo facilita il passaggio di tubazioni al di sotto del manto stradale, di spazi di stoccaggio temporaneo per l’acqua proveniente da eventuali forti precipitazioni o anche l’istallazione di cavi per la predisposizione delle stazioni di ricarica dei veicoli elettrici. Altra nota positiva è la facilitazione di sovrapporre la segnaletica stradale sul manto plastico, in quanto risulterebbe più visibile e questa maggiore visibilità sarebbe a sua volta garanzia di una maggiore sicurezza per automobilisti e pedoni [2].

In Italia anche abbiamo alcuni casi di strade costruite con il manto plastico. In particolare a Roma, sulla via Ardeatina, si è provato un materiale brevettato in Italia e prodotto da Iterchimica, Directa Plus, G. Eco e l’Università di Milano Bicocca, che abbina la plastica riciclata al grafene, dando vita a una tecnologia che oltre ai vantaggi già illustrati sarebbe anche antismog e antighiaccio. Senza contare che la possibilità di riusare al 100% i materiali già presenti sulla strada costruita con questo materiale (chiamato Gipave) ridurrebbe di molto l’estrazione di nuove materie prime e l’uso di bitume di primo utilizzo. Questo tipo di pavimentazione è stato sperimentato anche a Fiumicino per realizzare la prima pista di atterraggio al mondo con questa tecnologia, ennesima conferma degli ottimi risultati che si erano già ottenuti sui tratti prettamente stradali [3].

Un’altra destinazione interessante degli scarti plastici è quella che nasce dal processo della pirolisi attraverso il quale si riesce a trasformare la plastica non riciclabile in energia. In particolare si riesce a produrre un tipo di combustibile chiamato “plastic to fuel”. È ciò che emerge dal Terzo Rapporto Federmanager-Aiee, dal titolo Transizione verde e sviluppo. Può l’economia circolare contribuire al rilancio del sistema Italia?', presentato a Roma lo scorso 18 febbraio, nel quale sono state presentate le stime di quanto carburante si possa ricavare da una tonnellata di plastica, ossia 800 litri di plastic to fuel che costano meno di un terzo di quanto costa la stessa quantità di greggio.

“Il settore dell’economia circolare”, dice Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager[4], “è tutto da costruire, ed è fondamentale per l’Italia saper guadagnare posizioni di leadership grazie a un mix di investimenti e stimoli fiscali guidati da una visione strategica di lungo termine che non può fare a meno di un’intensa attività di ricerca e di competenze appropriate”. Sono in accordo con queste parole che indicano una via comune che chi opera nei settori atti a sviluppare politiche circolari non può non condividere. È necessario che l’Italia capisca che una parte delle risorse che arriveranno in seguito al Green Deal europeo debbano essere impiegate nei settori di ricerca e sviluppo delle innovazioni, e nel caso specifico di Greenthesis nell’investimento per l’apertura di nuovi impianti e più in generale per la messa a punto di soluzioni innovative volte a favorire concretamente l’economia circolare.

Non è possibile “chiudere il cerchio” della green economy se non si giunge all’era dell’end of waste, ossia della “fine dello scarto”, non più tale, ma in grado di diventare materia prima seconda e mattoncino di base con cui produrre i materiali del futuro. È quindi necessario investire in innovazione, rivoluzionare la propria mentalità imprenditoriale, favorendo lo sviluppo di soluzioni che si prefiggano pragmaticamente l’ottimizzazione dei processi dal punto di vista energetico e di consumo di materie prime anche seconde con riduzione delle emissioni nocive. Non ultimo, è necessario assolutamente che la normativa venga aggiornata per permettere il riutilizzo delle materie prime seconde attraverso un costante adeguamento della normativa end of waste, per allargare sempre più le applicazioni, nel rispetto della sicurezza.

Alberto Azario


[1] https://motori.virgilio.it/curiosita/addio-asfalto-futuro-strade-plastificate/138860/

[2] https://www.repubblica.it/motori/sezioni/ambiente/2020/02/21/news/addio_buche_la_strada_e_di_plastica-249166242/

[3] Ibidem.

[4] https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/02/18/federmanager-aiee-trasformare-plastica-non-riciclabile-energia_AzAMSAgMLwpg1iuBgWWMAM.html?refresh_ce

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Fri, 5 Jun 2020 08:41:47 +0000 https://www.albertoazario.it/post/504/plastica-materia-prima-per-strade-e-carburanti-di-domani alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Green Economy: la chiave per la ripartenza https://www.albertoazario.it/post/503/green-economy-la-chiave-per-la-ripartenza

Il Covid-19, come è ormai tristemente noto, ha reso necessario che ogni nazione mettesse in pausa le proprie attività, lasciando i motori del paese al minimo, se non quasi spenti. Ha messo, inoltre, a dura prova la sanità e, a cascata, tutti i settori delle economie nazionali. Ha limitato le libertà fondamentali degli individui e ci ha proiettati in uno scenario cupo che vede il Pil in caduta, l’aumento del tasso di disoccupazione e un periodo di recessione alle porte. Sembrerebbe uno scenario apocalittico insolubile che vede coinvolto l’intero pianeta, ma è necessario, invece, che proprio in un quadro così desolante si guardi avanti con fiducia per trovare le soluzioni per una ripartenza sicura ma proficua, che cerchi di dare risposte a tutti.

Personalmente sono sempre stato convinto che la chiave per questa fatidica ripartenza risieda in un ulteriore rilancio della Green Economy e, ultimamente, sto leggendo sempre più spesso che questa linea è quella verso la quale eminenti studiosi si orientano con maggiore favore. Proprio in questi giorni è stato rilasciato uno studio condotto dalla Oxford Smith School of Enterprise and the Environment [1] che cerca di rendere chiaro come sia realmente vantaggioso sconfiggere la crisi economica innescata dalla pandemia attraverso una totale conversione alla Green Economy. Il punto di arrivo di questo Rapporto mostra che ogni dollaro investito in questo ambito è in grado di creare più posti di lavoro (se confrontato con altre strategie), oltre a remunerare meglio il capitale investito. Ma scendiamo un po’ più nel dettaglio.

Gli economisti che hanno preso parte a questa ricerca, tra l’altro studiosi di rilievo mondiale tra cui Nicholas Stern e il premio Nobel Joseph Stiglitz, si sono occupati di catalogare più di 700 pacchetti di stimolo pubblico (dal 2008 ad oggi), dividendoli in 25 macrogruppi e portando avanti un sondaggio mondiale che ha chiamato in causa ben 231 esperti da 53 diversi paesi. La tesi portata avanti è volta a dimostrare che investire in progetti ecologici sia la scelta migliore sia eticamente che economicamente. Cameron Hepburn, direttore della Smith School e autore principale del Rapporto, ha sottolineato come, facendo l’esempio del settore edile, scegliere di costruire puntando sulle energie pulite creerebbe il doppio dei posti di lavoro per dollaro investito nei combustibili fossili (essendo la costruzione di infrastrutture per l’energia pulita molto più complessa). Praticamente si è arrivati a dimostrare, dati alla mano, che “le politiche di stimolo a lungo termine e a favore del clima sono più vantaggiose non solo nel rallentare il riscaldamento globale ma anche in termini di impatto economico complessivo. Le politiche “green” – lo studio si è concentrato sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra come criterio chiave per definire tali politiche – infatti, creano più posti di lavoro, offrono maggiori rendimenti nel breve termine per ogni dollaro speso e portano a un maggiore risparmio sui costi sul lungo termine, rispetto agli stimoli fiscali tradizionali” [2].

Altre politiche da perseguire illustrate nello studio sono quelle che includono investimenti nella produzione di energie rinnovabili, nella modernizzazione delle reti elettriche, nell’espansione dell’uso dell’idrogeno come combustibile, nell’adeguamento delle costruzioni su diversi livelli di efficienza, nell’agricoltura sostenibile e nella formazione affinché si possa affrontare la disoccupazione creando delle nuove figure professionali che lavorino nei settori della green economy.

Sono stati interpellati nel sondaggio anche degli esperti italiani, ben ventotto, tra cui funzionari del Ministero dell’Economia e della Banca centrale, e con le loro risposte si è giunti a notare, dice Hepburn, “un apprezzamento più forte per l’allineamento tra il clima e l’economia rispetto ad altri Paesi. Rimettere gli italiani al lavoro sulle infrastrutture per le energie pulite, sulla riqualificazione degli edifici e sul capitale naturale è un ottimo modo per far uscire il Paese dalla recessione e prepararlo per un futuro a zero emissioni” [3].

Insomma, mentre i governi di tutto il mondo si sono messi a studiare quali possano essere le misure di emergenza da adottare e quali gli stimoli fiscali più efficaci per una ripartenza delle proprie nazioni colpite così duramente dalla pandemia, arriva uno studio portato avanti da alcuni dei migliori economisti al mondo che dimostra delle politiche “climate-friendly” sono in grado di produrre dei risultati migliori sia per le economie che per l’ambiente. Anche Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha sottolineato quanto sarebbe dannoso, nella ripresa, tornare a logiche del passato, affermando che “rifinanziare tutto l’esistente per ritornare alle condizioni economiche precedenti alla pandemia è, in questa emergenza, quasi un riflesso condizionato, ma sarebbe doppiamente sbagliato: si rifinanzierebbero anche attività che invece andavano cambiate, innovate o convertite e non si impegnerebbero risorse sufficienti, che sono comunque limitate e relativamente scarse, per i cambiamenti verso l’economia del futuro che non  può che essere green, decarbonizzata e circolare” [4].

Da sempre, e ancor di più da quando sono Presidente del C.d.A di Greenthesis Group, ho cercato di dare realizzazione concreta alla strada che porta verso un’economia circolare, sposando questo approccio affinché il Gruppo applicasse al massimo i valori della circolarità, come ad esempio nell’ambito delle bonifiche dove possiamo vantare la leadership italiana. Mi sento, dunque, di poter dire, perseguendo questi obiettivi da decine di anni, che la strada giusta è quella che conduce a un maggiore rispetto per l’ambiente, per gli esseri umani e che si può perseguire il profitto eticamente. Dobbiamo ricordarci che siamo esseri resilienti, in grado di ricominciare tutto daccapo se necessario, ma è anche importante imparare dai propri fallimenti affinché si possa dare vita a un futuro migliore. Uno sconvolgimento come quello che stiamo vivendo, perciò, ha senso se comporta, dopo, un cambio di paradigma che porti a un benessere condiviso, anche e soprattutto per il luogo che ci ospita e di cui abbiamo già per troppo tempo abusato.

Solo se penseremo green, agiremo nella maniera migliore possibile, per tutti.

Alberto Azario


[1] Qui è possibile scaricare il pdf completo del Rapporto in questione: https://greenfinanceplatform.org/resource/will-covid-19-fiscal-recovery-packages-accelerate-or-retard-progress-climate-change

[2] https://europa.today.it/lavoro/stiglitz-coronavirus-rinnovabili.html

[3] https://www.repubblica.it/economia/2020/05/05/news/covid_19_occasione_per_ricostruire_l_economia_puntano_sull_ambiente-255661493/?ref=RHPPTP-BH-I255749871-C12-P2-S2.4-T1

[4] http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/il-manifesto-uscire-dalla-pandemia-con-un-nuovo-green-deal-per-litalia-110-firme-dal-mondo-delle-imprese-per-una-ripresa-green/

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Sun, 10 May 2020 11:10:32 +0000 https://www.albertoazario.it/post/503/green-economy-la-chiave-per-la-ripartenza alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Coronavirus: da maschera per snorkeling a respiratore https://www.albertoazario.it/post/502/coronavirus-da-maschera-per-snorkeling-a-respiratore

In questi giorni a Brescia, una delle zone più colpite dal Nuovo Covid-19, ha preso forma la geniale e innovativa idea di Renato Favero (ex primario dell’ospedale di Gardone Valtrompia) grazie anche all’impegno e alla collaborazione di Isinnova, una start-up che si occupa di ricerca e ingegneria. Dalla sinergia di quest’azienda e del dottor Favero è stato possibile escogitare una soluzione per dotare di respiratori alternativi i reparti ospedalieri, che in questo periodo sono a corto di materiale e, appunto, di respiratori, indisponibili in moltissimi ospedali della penisola. I pazienti che necessitano di stare in terapia sub-intensiva, infatti, sono ancora moltissimi e avendo tassativamente bisogno di respiratori si è cercata una soluzione efficiente e veloce. È da qui che nasce l’idea di trasformare maschere integrali da snorkeling in maschere respiratorie.

L’intuizione di Favero, però, si collega alla trovata di poco precedente di Cristian Fracassi, maker, inventore e fondatore della Isinnova, che – poco più di una settimana fa – ha risposto positivamente alla chiamata dell’ospedale di Chiari che aveva terminato le valvole da utilizzare per i macchinari della terapia intensiva e necessarie per mantenere in vita i pazienti con l’ossigeno. La situazione di estremo bisogno è stata tamponata con la stampa immediata in 3D, in un solo giorno, di un centinaio di esemplari di queste valvole. La notizia è circolata velocemente e nei giorni immediatamente successivi l’azienda bresciana è stata contatta appunto dal dottor Favero.

La semplice domanda che si è posto il dottor Favero “può una maschera da snorkeling essere riadattata come maschera respiratoria?”, ha fatto nascere quel piccolo grande miracolo per i reparti ospedalieri di cui mi accingo a parlare. Anello di congiunzione tra Favero e la fattibilità del progetto con Isinnova è stato Massimo Temporelli, professore di innovazione, divulgatore tecnologico e maker. È lui la prima persona che l’ex primario ha contattato per sapere se poteva avere dei contatti con Decathlon, azienda distributrice della maschera in questione. Temporelli si è immediatamente mosso, credendo nella bontà del progetto sin dal principio e procurando le prime 20 maschere per poter fare dei test. A questo punto Favero contatta Fracassi e gli sottopone la sua idea per trovare un modo di farla uscire dal mondo della mente e renderla reale.

“Il dottor Favero ha condiviso con noi un’idea per far fronte alla possibile penuria di maschere C-PAP ospedaliere per terapia sub-intensiva, che sta emergendo come concreata problematica legata alla diffusione del Covid-19: si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio. Abbiamo analizzato la proposta assieme all’inventore (il dott. Favero). Abbiamo contattato in breve tempo Decathlon. L’azienda si è resa immediatamente disponibile a collaborare fornendo il disegno CAD della maschera che avevamo individuato. Il prodotto è stato smontato, studiato e sono state valutate le modifiche da fare. È stato poi disegnato il nuovo componente per il raccordo al respiratore, che abbiamo chiamato valvola Charlotte, e che abbiamo stampato in breve tempo tramite stampa 3d” [1], queste le dichiarazioni rilasciate da Fracassi che ha anche tenuto a precisare che “né la maschera né il raccordo valvolare sono certificati e il loro impiego è subordinato a una situazione di cogente necessità. L’uso da parte del paziente è subordinato all’accettazione dell’utilizzo di un dispositivo biomedicale non certificato, tramite dichiarazione firmata. […] Chiariamo che il brevetto rimarrà a uso libero perché è nostra intenzione che tutti gli ospedali in stato di necessità possano usufruirne. Abbiamo deciso di condividere liberamente il file per la realizzazione del raccordo in stampa 3D. A differenza della valvola dei respiratori, si tratta di un raccordo di facile realizzazione, quindi è possibile per tutti i maker provare a stamparlo. Le strutture sanitarie in difficoltà potranno acquistare la maschera Decathlon e accordarsi con stampatori 3D che realizzino il pezzo e possano fornirlo. Chiariamo che la nostra iniziativa è totalmente priva di scopo di lucro, non percepiremo diritti sull’idea del raccordo né sulla vendita delle maschere Decathlon” [2].

La vicenda, inoltre, è stata anche di esempio per spronare maker e aziende a fare di più. Basti pensare che un’altra azienda italiana, brianzola, la Cifra spa, ha convertito la produzione da abbigliamento sportivo in fibra tecnica a quello di mascherine ad uso civile. Ne sono già state consegnate 8.000, ma c’è una potenzialità giornaliera molto maggiore che a pieno regime produttivo viaggerà sulle 20.000 mascherine al giorno circa. Il Ceo di Cifra, l’ingegnere Cesare Citterio, ha così dichiarato: “Ho pensato a come avrei potuto con la mia azienda mettermi a disposizione per fronteggiare questa terribile pandemia e siamo arrivati alla progettazione di una mascherina hi-tech che garantisce di essere in tessuto certificato Oeko Tex Standard 100, indemagliabile, doppiata, waterproof, antigoccia, senza cuciture per un confort ottimale, sterilizzata, lavabile fino a dieci lavaggi, progettata e realizzata nei laboratori di Verano”[3].

Favole, per chiamarle con le parole di Riccardo Luna [4], come queste di Brescia e della Brianza dimostrano che, proprio nel pieno delle più tragiche e drammatiche situazioni, l’Italia che vince è l’Italia che innova, che guarda avanti, al futuro, che rimodula la propria produzione in base alle esigenze del momento e che non spreca nulla di quello che già sa e che già ha, ma riutilizza, manipola, riadatta.

Questa è l’Italia che ci piace e queste sono le storie che ci danno speranza in tempi così duri.

Alberto Azario


[1] https://www.gqitalia.it/news/article/maschere-sub-decathlon-respiratori-invenzione-stampa-3d

[2] Ibidem.

[3] https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/coronavirus-mascherine-1.5082093

[4] Riccardo Luna, Brescia un miracolo in 3D: la maschera da sub salva la vita, La Repubblica, 23 marzo 2020.

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Fri, 3 Apr 2020 08:31:59 +0000 https://www.albertoazario.it/post/502/coronavirus-da-maschera-per-snorkeling-a-respiratore alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Marevivo e Sicilia: al via la terza barriera anti-plastica italiana https://www.albertoazario.it/post/501/marevivo-e-sicilia-al-via-la-terza-barriera-anti-plastica-italiana

L’inquinamento dei mari, e delle acque più in generale, è uno dei problemi su cui la nostra penisola sta cercando di porre sempre di più l’attenzione, attraverso l’attuazione di alcuni provvedimenti innovativi come l’istallazione di barriere fluviali che impediscano ai rifiuti urbani, che finiscono nelle acque dolci dei nostri corsi d’acqua, di sfociare nel mare, impedendo così a monte questa dispersione di rifiuti.

La prima barriera di questo tipo è stata installata nel 2018 a Pontelagoscuro (comune di Ferrara) grazie al progetto pilota “Il Po d’AMare”, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Corepla e Castalia, in collaborazione con l’Autorità di Bacino per il Po e con il patrocinio del Comune di Ferrara e aipo. Un progetto di questo tipo è stato pensato proprio in ottica preventiva, ossia per evitare che i marin litter raggiungano il mare, anche perché l’80% circa di essi provengono dalla terraferma a causa di una scorretta gestione dei rifiuti urbani e industriali, di scarsa pulizia delle strade e di abbandoni o smaltimenti illeciti.Poter contare su un futuro che tenga maggiormente in considerazione le risorse naturali esauribili e impegnarsi con tutti gli strumenti tecnologici e di ricerca avanzata possibili per mitigare l’incidenza degli agenti inquinanti è compito di chi ha a cuore un ambiente sostenibile in cui vivere e prosperare”, dichiarò Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po all’istallazione della barriera [1].

Grazie alle barriere in polietilene di Ferrara si sono conseguiti dei risultati a tal segno positivi da incentivare (nell’ottobre scorso) la seconda installazione italiana, questa volta sul Tevere nei pressi di Fiumicino, quasi alla foce del fiume. Anche qui risultati eccezionali già soltanto nel primo mese di attività con una raccolta di 460 chilogrammi di rifiuti di cui quasi la metà di tipo plastico, come confermato dalla responsabile per la Regione Lazio dei Contratti di fiume, Cristiana Avenali. Tutti questi riscontri positivi hanno fatto pensare alle amministrazioni di spostare le barriere anche in punti più centrali della città, o magari in periferie densamente abitate (con un’ipotetica installazione sull’Aniene) affinché i cittadini possano vedere con i loro occhi a cosa porta una cattiva differenziata e un trattamento scorretto dei rifiuti [2]. La sensibilizzazione del cittadino sarebbe, infatti, un risultato ulteriore delle barriere anti-plastica, in quanto nell’ottica della prevenzione un cittadino più consapevole è un cittadino più attento alla questione ecologica e quindi un cittadino che, a monte, produce meno rifiuti o comunque cerca di smaltirli più responsabilmente.

Il 18 febbraio è stata installata una barriera anti-marin litter in Sicilia, grazie al progetto “Halykòs” – Prevenzione Ambientale e Valorizzazione della Foce del Fiume Platani”, promosso dall’associazione ambientalista Marevivo e realizzato con il sostegno della Fondazione CON IL SUD. Il luogo dell’istallazione è significativo in quanto, avendo scelto una riserva naturale di notevolissima valenza per il territorio, mostra come impiantare qui la barriera voglia essere un monito per tutti i comuni attraversati dal fiume Platani ad avere una maggiore cura e attenzione per l’ambiente circostante.

L’associazione ha lanciato, poi, nei giorni precedenti all’inaugurazione della barriera un’azione legislativa, ossia una petizione su Change.org per chiedere che nella legge Salva mare venga approvato un emendamento sulla pulizia dei corsi d’acqua e l’installazione di sistemi di raccolta alla foce [3]. “Sicuramente”, ha dichiarato Fabio Galluzzo, delegato regionale di Marevivo Sicilia e direttore del progetto Halykòs, “dobbiamo fare la nostra parte e impegnarci nel ridurre, riusare e riciclare la plastica. Partiamo dai fiumi perché insieme agli scarichi urbani oltre l’80% dei rifiuti marini, di cui una gran parte è plastica, è trasportata da fiumi e torrenti e speriamo che l’esperimento avviato alla foce del fiume Platani produca ottimi risultati e l’iniziativa possa essere allargata ad altri fiumi e ad altri territori. Questa azione consentirà di raccogliere materiale plastico galleggiante per poi essere correttamente smaltito e riciclato” [4].

L’esempio di queste tre diverse realtà italiane, in tre diversi luoghi, da nord a sud, mostra come finalmente ci si ponga sempre di più il problema ecologico delle plastiche in mare, uno dei più gravi del nostro pianeta, in grado di provocare danni inimmaginabili all’ecosistema e perfino alla catena alimentare, visto che tra non molto non esisteranno più pesci e volatili marini che non abbiano ingerito elementi plastici [5]. È fondamentale che vi sia un impegno costante a livello istituzionale per la promozione e l’incentivazione di questo tipo di opere: le industrie, le aziende, le associazioni finanche i singoli cittadini non devono essere lasciati soli nel mettere in atto quelle che sono le buone pratiche per l’ambiente. Greenthesis ha sempre messo al primo posto nel suo lavoro l’innovazione e ha fatto di essa il fulcro della sua azione sul campo, utilizzando tecnologie avanzate e sempre al passo con i tempi, ma questo deve essere anche agevolato e supportato a livello nazionale, poiché le tematiche green non possono essere soltanto interesse di pochi, ma devono diventare impegno di ciascuno.

Alberto Azario


[1] https://www.raccoltedifferenziate.it/2018/07/18/sul-po-a-ferrara-barriere-e-battelli-a-pesca-di-plastica-e-rifiuti-contro-il-marine-littering/

[2] http://www.romatoday.it/green/tevere-rifiuti-plastica-diga-fiumicino-.html

[3] https://video.repubblica.it/edizione/palermo/sicilia-cosi-la-barriera-sul-fiume-ferma-la-plastica-prima-che-arrivi-in-mare-le-immagini-dal-drone/354359/354926

[4] https://qds.it/agrigento-barriera-blocca-plastica-nel-fiume-platani/?refresh_ce

[5] http://www.marevivosicilia.it/2020/02/11/sicilia-al-via-loperazione-blocca-plastica-zero-rifiuti-in-mare-installazione-della-barriera-alla-foce-del-fiume-platani/

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Mon, 9 Mar 2020 10:19:40 +0000 https://www.albertoazario.it/post/501/marevivo-e-sicilia-al-via-la-terza-barriera-anti-plastica-italiana alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Euro Green Deal: verso un’Europa a emissioni zero https://www.albertoazario.it/post/500/euro-green-deal-verso-un-europa-a-emissioni-zero

L’Europa ha, finalmente, varato il suo Green Deal e, secondo quanto detto in Commissione Europea il 14 gennaio 2020, il chiaro obiettivo a cui si vuole aspirare è quello di diventare il primo continente climaticamente neutrale, ossia a impatto zero dal punto di vista ambientale.

Rispetto e tutela dell’ambiente: nello svolgimento della propria attività, il Gruppo agisce in modo da minimizzare il suo impatto ambientale. Inoltre, considerando l’ambiente come patrimonio inviolabile dell’umanità, di cui ciascuno è responsabile, il Gruppo si adopera per contribuire alla sua tutela e alla sua valorizzazione”. Così recita, sotto la voce “Valori Guida”, il nostro Codice Etico di Greenthesis, stilato nella forma corrente nel 2011. Considerando questo, non possiamo che accogliere con rinnovata fiducia, speranza e determinazione la sfida che l’Europa lancia ai singoli Stati Membri e alle loro economie.

In base alle informazioni rilasciate dalla Commissione Europea il 14 febbraio scorso, i principali obiettivi del piano di investimenti che è stato approvato sono 3:

  • incrementare i finanziamenti mobilitando almeno 1.000 miliardi di euro in vista di investimenti sostenibili nel corso del prossimo decennio;
  • creare un quadro tale da consentire facilmente ai privati e al settore pubblico di effettuare investimenti sostenibili;
  • fornire supporto alle amministrazioni pubbliche e ai promotori dei progetti ai fini dell'individuazione, della strutturazione e dell'esecuzione di progetti sostenibili. [1]

Per iniziare il percorso transazionale verso un’Europa a impatto zero, è necessario quindi che si mobilitino tutti i settori dell’economia. Decarbonizzare il settore energetico, sviluppare politiche per incentivare l’incremento delle industrie sostenibili, ristrutturare i vecchi edifici, e costruirne di nuovi, che siano ecosostenibili e introdurre nuove forme di trasporto, sia pubblico che privato, più sane ed economiche, sono i punti di partenza individuati dall’Europa [2].

Come riuscire a mobilitare la quantità di fondi per un così ambizioso progetto?

Chiaramente il bilancio UE da solo non poteva essere sufficiente, ragion per cui è stato istituito un programma di raccolta di fondi sia pubblici che privati, InvestEU, che servirà da garanzia di bilancio per consentire alla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) e ad altri partner di investire in operazioni a maggior rischio attirando investitori privati [3].

Ma, affinché questi fondi vengano impiegati sapientemente, è stato necessario istituire il Just Transition Fund (ossia Fondo per la Transazione Equa) che si occuperà proprio di garantire una distribuzione il più giusta possibile tra tutti gli Stati membri.

Secondo le stime, sembra che la cifra che arriverà nelle casse italiane sia di circa 400 milioni di euro (somma che è in linea con quelle stanziate per Francia e Spagna), ma ogni paese dovrà singolarmente presentare un piano ben strutturato da sottoporre all’Europa affinché le proposte infrastrutturali pervenute possano essere approvate dall’esecutivo europeo per poi diventare operative.

Proprio in relazione alla nostra situazione nazionale, anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, economista tra i più euroscettici in ambito progressista, si è espresso e ha salutato con favore i recenti provvedimenti europei. In un’intervista rilasciata per La Stampa e riportata dall’AGI, ha dichiarato che, proprio il fatto che servano miliardi di euro per realizzare gli ambiziosi progetti ambientalisti stabiliti in Commissione, renderà “necessaria una maggiore flessibilità di bilancio, consentendo finalmente gli stimoli per la crescita di cui il vostro paese aveva bisogno da anni”. E, allargando il tiro, ha aggiunto che “è una scelta sensata, perché non punta solo all’obiettivo di ripulire l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici, ma promette di creare una nuova economia” [4].

Vorrei concludere mettendo in luce tre punti che riguardano direttamente il Gruppo Greenthesis di cui sono orgogliosamente Presidente.

In primo luogo, avendo un’esperienza trentennale nell’ambito del trattamento dei rifiuti, del loro recupero e riciclo per reimmettere nel circuito produttivo materie prime secondarie o per produrre energia, e più in generale nella cura e nell’attenzione verso l’ambiente, sposiamo in pieno la creazione di un piano di investimenti per un’industria e, più in generale, un sistema che sia ogni giorno sempre più sostenibile.

In secondo luogo, sottolineo che abbiamo sempre spinto a livello istituzionale affinché le tematiche green fossero all’ordine del giorno nell’agenda nazionale italiana e siamo felici di vedere che quello in cui noi abbiamo sempre creduto e investito sia adesso un valore più ampiamente condiviso e riconosciuto.

Infine, crediamo che una vera spinta verso un mondo più sostenibile sia possibile solo con la responsabilizzazione e il coinvolgimento di tutti, dal legislatore alle industrie e alla distribuzione, dalle istituzioni al singolo cittadino. A tal fine il nostro Gruppo ha realizzato il corso “A scuola di Economia Circolare”, progetto educativo che ha ricevuto il patrocinio sia del Ministero dell’Ambiente e tutela del territorio e del mare sia di Confindustria Cisambiente. Il Corso è accessibile sui portali www.scuola.net, dedicato a iniziative gratuite di didattica, e www.sofia.istruzione.it, piattaforma on line del MIUR.

Come recita il nostro claim: “Think Green, Act Smart”. Da oggi ancor di più.

Alberto Azario


[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/qanda_20_24

[2] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/fs_19_6714

[3] Su questo link è possibile consultare l’infografica che razionalizza visivamente la provenienza del denaro stanziato: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/qanda_20_24

[4] https://www.agi.it/economia/joseph_stiglitz_green_new_deal-6932124/news/2020-01-23/

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Fri, 21 Feb 2020 08:41:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/500/euro-green-deal-verso-un-europa-a-emissioni-zero alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La sostenibilità ambientale come leva di innovazione e sviluppo https://www.albertoazario.it/post/499/la-sostenibilita-ambientale-come-leva-di-innovazione-e-sviluppo

Molte aziende sono ancora convinte che la sostenibilità sia un costo, un freno per la crescita e una zavorra per l'innovazione. Al contrario diventare più green si sta rivelando un vantaggio non solo per la reputazione e l’immagine dell’azienda, ma anche un elemento che stimola l'innovazione, favorisce la riduzione dei costi e dei rischi, la ridefinizione in meglio della filiera, dei prodotti e, in taluni casi, del modello stesso di business. Il tutto in un'ottica di lungo periodo che risulta premiante.

Implementare delle strategie focalizzate sulla sostenibilità significa adottare tecniche e strumenti che possano essere adeguati non solo al proprio settore di riferimento ma anche, in modo specifico, al prodotto o servizio immesso sul mercato.

La sostenibilità è una scelta vincente e lo dimostrano le aziende che si sono già mosse, da tempo e per prime, in questa direzione. La sostenibilità si è già trasformata in un vantaggio competitivo. La Harward Business Review ne ha dato una convincente spiegazione, indicando cinque passi che fanno capire quanto sia stretto l'intreccio tra sostenibilità e innovazione[1].

In primis, la conformità è opportunità. L'idea di sostenibilità come costo e imposizione nasce anche dalla complessità delle regolamentazioni che la circonda. I quadri territoriali (statali, regionali, a volte comunali) portano le aziende a modulare la propria attività secondo regole diverse. Spesso, poi, le società si dotano di codici di condotta interna. Questi possono rappresentare un'opportunità perché sfumano la frammentazione e prevengono i contraccolpi di norme future.

Importante è poi creare una filiera sostenibile. La sostenibilità non può riguardare solo la sede o gli impianti principali: per definirsi tale deve coinvolgere l'intera catena di distribuzione. È uno dei primi passi da affrontare, avanzando sia in termini di comunicazione che di produzione. Stimolare questa trasformazione può passare anche da incentivi concessi ai fornitori e a un riassetto della propria organizzazione. Ad esempio: promuovere lo smart working, con la possibilità di lavorare da casa, significa ridurre le emissioni prodotte per raggiungere l'ufficio. Soluzioni come queste si sono dimostrate spesso capaci non solo di avere un impatto positivo sull'ambiente, ma anche sulla produttività.

Bisogna inoltre cambiare prodotti e sevizi per clienti sempre più attenti all'eco-sostenibilità. Non bastano quindi processi green: serve che anche i prodotti lo siano. La sostenibilità diventa quindi un driver nel cambiamento del prodotto. Anche perché la sostenibilità è uno dei fattori valutati in fase d'acquisto. E, di conseguenza, può tradursi in un vantaggio competitivo. Questa trasformazione non ha scorciatoie. Serve che tutta l'impresa sia coinvolta, dalla progettazione alla comunicazione, anche grazie all'inserimento di nuove risorse o all'iniezione di nuove competenze specifiche.

Una nuova produzione può portare quindi ad un nuovo modello di business. È necessario un ripensamento profondo che coinvolga il flusso dei costi e dei ricavi, la trasformazione dei servizi, il rapporto con i clienti e con le altre aziende (più spinto sulla collaborazione), l'apertura verso le start-up in grado di sfidare le convenzioni. La sostenibilità spinge quindi a esplorare nuove strade che, in futuro, potrebbero trasformarsi nella via maestra.

Tutti questi mutamenti hanno il solo dichiarato scopo di creare un nuovo futuro, anticipandolo. Negli ultimi anni, il mondo si è trasformato a una velocità enorme. E continuerà a farlo, con modalità di produzione e consumo completamente nuove, caratterizzate dalla sostenibilità. Trasformarsi è l'unico modo per sopravvivere e crescere. In modo sostenibile.

Purtroppo secondo il report del 2017 stilato da ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile) in merito alle iniziative intrapresi a livello europeo in vista dell’Agenda 2030, a meno di una decisa sterzata nel proprio modello di sviluppo, il nostro paese al momento non risulta in linea con gli obiettivi: né quelli da raggiungere entro il 2020, né quelli fissati per il 2030[2].

Nonostante i progressi rispetto alla situazione di partenza, lo scenario evidenzia, infatti, dei gravi ritardi: un mancato cambio di passo che in realtà, tra le grandi aree geo-politiche mondiali, riguarda più in generale anche la stessa Unione Europea.

Alberto Azario


[1] Perché la sostenibilità vuol dire innovazione, Pictet, marzo 2019

[2] Valentina Vassellai, Il valore della sostenibilità ambientale come leva di innovazione sviluppo, Studio Esseppi, 26 ottobre 2018.

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Mon, 21 Oct 2019 18:29:11 +0000 https://www.albertoazario.it/post/499/la-sostenibilita-ambientale-come-leva-di-innovazione-e-sviluppo alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ambiente, economia e politica. Salvaguardia, misure e decreti https://www.albertoazario.it/post/498/ambiente-economia-e-politica-salvaguardia-misure-e-decreti

Capita spesso di sentir parlare del concetto di sviluppo sostenibile attraverso giornali, televisioni e altri mezzi di comunicazione di massa, eppure, di frequente, il significato di questa espressione sfugge alla maggioranza delle persone.

Ma cosa vuol dire in realtà sviluppo sostenibile? Esso è “sviluppo economico compatibile con la salvaguardia e la conservazione delle risorse ambientali”. Questa spiegazione, sebbene indicata dal linguaggio comune, ha il pregio di porre in primo piano i due soggetti centrali dell’argomento: economia e ambiente. Dalla capacità di mettere in relazione nel migliore dei modi questi due soggetti deriva un’efficace politica di sviluppo sostenibile. L’efficacia risulta dal riuscire a salvaguardare e conservare le risorse, e ciò vuol dire prendere coscienza del fatto che le risorse presenti in natura non sono illimitate (per lo meno quelle maggiormente utilizzate dall’uomo), e quindi è necessario saperle gestire in modo quanto mai razionale, affinché le future generazioni possano godere degli stessi privilegi di cui fanno abbondantemente uso le generazioni attuali. Lo sviluppo sostenibile però, non fa riferimento solo alla gestione delle risorse, ma allarga i suoi orizzonti a tutte le attività gestite dall’uomo, poiché garantire una vita dignitosa alle generazioni future, vuol dire anche dare loro un ambiente sano e capace di permettere una vita serena.

In tal senso vanno viste le fonti energetiche rinnovabili che permettono un’alta produzione energetica con un impatto ambientale quasi del tutto inesistente. L’importanza di usare fonti rinnovabili e di gestire in modo oculato le risorse limitate presenti in natura rientrano nelle capacità delle imprese di attuare delle politiche economiche compatibili con l’ambiente. Conoscere le problematiche non è però sufficiente affinché si possa assistere ad un’improvvisa inversione di tendenza nella gestione delle imprese. I problemi che si incontrano sono due: il primo riguarda il problema culturale, che vede una parte non trascurabile di imprenditori restii a politiche di gestione dell’impresa più ecologiche, legati come sono al vecchio modo di fare marketing e ad un indispensabile profitto di breve periodo. Il secondo problema è invece di carattere economico e riguarda in particolare le piccole e medie imprese che senza adeguati finanziamenti di origine statale o internazionale non sono nelle condizioni di rendere più ecologiche le loro attività.

Infine sviluppo sostenibile vuol dire venire incontro alle esigenze dei paesi poco sviluppati, ed è questo forse uno dei punti che crea più scissioni e dibattiti tra i paesi occidentali, i quali si interrogano sul come intervenire in aiuto a questi paesi; il dibattito si scatena in virtù del fatto che i paesi in via di sviluppo criticano gli stati occidentali perché dare finanziamenti per lo sviluppo di attività economiche di un paese e poi non permettergli di entrare nel mercato internazionale, a causa delle barriere doganali presenti in particolare in Europa, non rappresenta un aiuto concreto. Dall’altra parte i paesi industrializzati (in particolare la Francia) si difendono sostenendo di non poter fare diversamente a causa del basso costo della manodopera in questi paesi. In realtà poco importa di chi abbia ragione in questo dibattito, visto che alla fine l’attuale situazione risulta negativa solo per quei paesi in via di sviluppo che non hanno il potere di influire sulle politiche economiche[1].

Facendo un passo indietro, ricordiamo che la politica dell'Unione in materia di ambiente risale al Consiglio europeo tenutosi a Parigi nel 1972, in occasione del quale i capi di Stato o di governo (sulla scia della prima conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente) hanno dichiarato la necessità di una politica comunitaria in materia di ambiente che accompagni l'espansione economica e hanno chiesto un programma d'azione. L'Atto unico europeo del 1987 ha introdotto un nuovo titolo che ha costituito la prima base giuridica per una politica ambientale comune finalizzata a salvaguardare la qualità dell'ambiente, proteggere la salute umana e garantire un uso razionale delle risorse naturali. Le successive revisioni dei trattati hanno rafforzato l'impegno della Comunità a favore della tutela ambientale e il ruolo del Parlamento europeo nello sviluppo di una politica in materia. Il trattato di Maastricht (1993) ha fatto dell'ambiente un settore ufficiale della politica dell'UE, introducendo la procedura di codecisione e stabilendo come regola generale il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio. Il trattato di Amsterdam (1999) ha stabilito l'obbligo di integrare la tutela ambientale in tutte le politiche settoriali dell'Unione al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile. Quello di “combattere i cambiamenti climatici” è divenuto un obiettivo specifico con il trattato di Lisbona (2009), così come il perseguimento dello sviluppo sostenibile nelle relazioni con i paesi terzi. La personalità giuridica consentiva ora all'UE di concludere accordi internazionali.

Il Parlamento europeo svolge un ruolo importante nell'elaborazione del diritto ambientale dell'Unione. Nel corso dell'8a legislatura, si è occupato, tra l'altro, della legislazione derivata dal piano d'azione dell'Unione per l'economia circolare (rifiuti, batterie, veicoli fuori uso, discariche, ecc.), e dei problemi connessi ai cambiamenti climatici (ratifica dell'accordo di Parigi, condivisione dello sforzo, contabilizzazione dell'uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e la silvicoltura negli impegni dell'Unione in materia di cambiamenti climatici, riforma dell'ETS, ecc.).

Il Parlamento ha in più occasioni riconosciuto la necessità di una migliore attuazione in quanto priorità essenziale. In una risoluzione su «come trarre il massimo beneficio dalle misure ambientali dell'UE: instaurare la fiducia migliorando le conoscenze e rafforzando la capacità di risposta», il Parlamento ha criticato il livello insoddisfacente di attuazione del diritto ambientale negli Stati membri e ha formulato diverse raccomandazioni volte a garantire un'attuazione più efficace, come ad esempio la divulgazione delle migliori prassi tra gli Stati membri e fra gli enti regionali e locali. Nella sua posizione sull'attuale piano d'azione per l'ambiente, il Parlamento ha sottolineato la necessità di applicare in maniera più rigorosa il diritto ambientale dell'Unione. Ha inoltre chiesto maggiore sicurezza per gli investimenti che sostengono la politica ambientale e sforzi volti a combattere i cambiamenti climatici, nonché che si tenga maggiormente conto delle questioni ambientali e sia garantita una migliore integrazione delle stesse nelle altre politiche[2].

Alberto Azario

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Tue, 15 Oct 2019 11:22:57 +0000 https://www.albertoazario.it/post/498/ambiente-economia-e-politica-salvaguardia-misure-e-decreti alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La sostenibilità ambientale come leva di innovazione e sviluppo https://www.albertoazario.it/post/497/la-sostenibilita-ambientale-come-leva-di-innovazione-e-sviluppo

Molte aziende sono ancora convinte che la sostenibilità sia un costo, un freno per la crescita e una zavorra per l'innovazione. Al contrario puntare sulla sostenibilità si sta rivelando un vantaggio non solo per la reputazione e l’immagine dell’azienda ma anche un elemento che porta a ridurre costi e rischi, a favorire l'innovazione, a ottimizzare la filiera, i prodotti, il modello di business. Infine risulta particolarmente premiante in un'ottica di lungo periodo.

Implementare delle strategie focalizzate sulla sostenibilità significa adottare tecniche e strumenti che possano essere adeguati non solo al proprio settore di riferimento ma anche, in modo specifico, al prodotto o servizio immesso sul mercato.

La sostenibilità è una scelta vincente e lo dimostrano le aziende che si sono già mosse, da tempo e per prime, in questa direzione. La sostenibilità si è già trasformata in un vantaggio competitivo. La Harward Business Review ha spiegato come mai, indicando cinque passi che fanno capire quanto sia stretto l'intreccio tra sostenibilità e innovazione[1].

In primis, la conformità è opportunità. L'idea di sostenibilità come costo e imposizione nasce anche dalla complessità delle regolamentazioni che la circonda. I quadri territoriali (statali, regionali, a volte comunali) portano le aziende a modulare la propria attività secondo regole diverse. Spesso, poi, le società si dotano di codici di condotta interna. Questi possono rappresentare un'opportunità perché sfumano la frammentazione e prevengono i contraccolpi di norme future.

Importante è poi creare una filiera sostenibile. La sostenibilità non può infatti riguardare solo la sede o gli impianti principali: per definirsi tale deve coinvolgere l'intera catena. È uno dei primi passi da affrontare, avanzando sia in termini di comunicazione che di produzione. Stimolare questa trasformazione può passare anche da incentivi concessi ai fornitori e a un riassetto della propria organizzazione. Ad esempio: promuovere lo smart working, con la possibilità di lavorare da casa, significa ridurre le emissioni prodotte per raggiungere l'ufficio. Soluzioni come queste si sono dimostrate spesso capaci non solo di avere un impatto positivo sull'ambiente, ma anche sulla produttività.

Bisogna inoltre cambiare prodotti e sevizi per clienti sempre più attenti all'eco-sostenibilità. Non bastano quindi processi green: serve che anche i prodotti lo siano. La sostenibilità diventa quindi un driver nel cambiamento del prodotto. Anche perché la sostenibilità è uno dei fattori valutati in fase d'acquisto. E, di conseguenza, può tradursi in un vantaggio competitivo. Questa trasformazione non ha scorciatoie. Serve che tutta l'impresa sia coinvolta, dalla progettazione alla comunicazione, anche grazie all'inserimento di nuove risorse o all'iniezione di nuove competenze specifiche.

Una nuova produzione porterà quindi ad un nuovo modello di business. È necessario un ripensamento profondo che coinvolga il flusso dei ricavi, la trasformazione dei servizi, il rapporto con i clienti e con le altre aziende (più spinto sulla collaborazione), l'apertura verso le start-up in grado di sfidare le convenzioni. La sostenibilità spinge quindi a esplorare nuove strade che, in futuro, potrebbero trasformarsi nella via maestra.

Tutti questi mutamenti hanno il solo dichiarato scopo di creare un nuovo futuro, anticipandolo. Negli ultimi anni, il mondo si è trasformato a una velocità enorme. E continuerà a farlo, con modalità di produzione e consumo completamente nuove, caratterizzate dalla sostenibilità. Trasformarsi è l'unico modo per sopravvivere e crescere in modo sostenibile.

Purtroppo secondo il report del 2017 stilato da ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile) in merito alle iniziative intrapresi a livello europeo in vista dell’Agenda 2030, a meno di una decisa sterzata nel proprio modello di sviluppo, il nostro paese al momento non risulta in linea con gli obiettivi: né quelli da raggiungere entro il 2020, né quelli fissati per il 2030[2].

Nonostante i progressi rispetto alla situazione di partenza, lo scenario evidenzia, infatti, dei gravi ritardi: un mancato cambio di passo che in realtà, tra le grandi aree geo-politiche mondiali, riguarda più in generale anche la stessa Unione Europea.

Alberto Azario


[1] Perché la sostenibilità vuol dire innovazione, Pictet, marzo 2019

[2] Valentina Vassellai, Il valore della sostenibilità ambientale come leva di innovazione sviluppo, Studio Esseppi, 26 ottobre 2018.

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Mon, 9 Sep 2019 19:19:02 +0000 https://www.albertoazario.it/post/497/la-sostenibilita-ambientale-come-leva-di-innovazione-e-sviluppo alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Ecomondo 2019: la fiera improntata alla green economy https://www.albertoazario.it/post/496/ecomondo-2019-la-fiera-improntata-alla-green-economy

Ogni anno ad Ecomondo si svolgono gli Stati Generali della Green Economy, l’appuntamento annuale di riferimento per la green economy italiana. Promossi dal Consiglio nazionale della green economy, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dello Sviluppo Economico, propongono un’analisi e un aggiornamento sui temi economici e normativi più attuali e cruciali.

Leader europeo per l’economia circolare, incubatore di innovazione per le imprese verso il nuovo modello di business, Ecomondo ha assunto il ruolo di piattaforma dalla quale emergono indirizzi utili a legiferare, gestire e progettare i territori, e soprattutto al fare impresa in funzione della green economy, grazie anche al Comitato Tecnico Scientifico presieduto dal professor Fabio Fava, dell’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”. L’economia verde, secondo il Censis è capace di creare in Italia mezzo milione di posti di lavoro entro il 2023 e d’ora in avanti, il 20% dei nuovi posti di lavoro creati sarà generato da aziende eco-sostenibili[1].

Gli incontri di quest’anno prevederanno approfondimenti su differenti macrosettori.

L’approvazione dell’Unione Europea del pacchetto sull’Economia Circolare offre alle imprese del recupero e del riciclo l’occasione di affrontare la sfida dell’evoluzione e della trasformazione dal riciclo di rifiuti tipici di un’economia lineare a un sistema di economia circolare.

Per la Bioeconomia circolare saranno in primo piano le norme UE che mirano a limitare ed eliminare i prodotti di plastica monouso. Un grande stimolo all’innovazione, in grado di rafforzare la competitività nel mercato mondiale dei prodotti sostenibili, già in piena espansione.

Altro macrosettore espositivo è quello delle bonifiche dei siti contaminati e la conseguente riqualificazione dei territori, che vedrà la partecipazione di esperti del settore. Protagoniste le aziende che eccellono nelle attività di Decommissioning delle aree industriali dismesse, dei quartieri degradati e abbandonati il cui risanamento e riutilizzo rappresenta oggi una grande sfida. Quest’area vedrà anche il debutto del nuovo settore sul rischio idrogeologico, dedicato a sistemi e soluzioni di prevenzione e ai principali rischi climatici, quali le inondazioni e l'erosione delle coste.

Infine, nell’area dedicata al ciclo integrato delle acque ci sarà anche un focus sull’utilizzo dell’acqua in agricoltura, e un seminario sull’irrigazione sostenibile a cura dei due membri del Comitato Tecnico Scientifico Acque, Francesco Fatone (Università Politecnica delle Marche e International Water Association - IWA) e Attilio Toscano (Università di Bologna).

L'evento si svolgerà dal 5 all'8 novembre al quartiere fieristico di Rimini, a cura di Italian Exhibition Group e l’edizione si profila già sold out: sono attesi mille e trecento espositori da 30 Paesi e visitatori da 150 Paesi. Sono in programma 150 seminari con mille relatori e saranno presenti anche i soggetti istituzionali più autorevoli, pubblici e privati. In contemporanea a Ecomondo, si svolgeranno Key Energy per il mondo delle energie rinnovabili e il triennale Sal.Ve, Salone del Veicolo Ecologico[2].

Anche nel 2019 Ecomondo propone un focus sulle start up italiane e internazionali, in collaborazione e con il supporto di ASTER - Regione Emilia-Romagna, delle Knowledge Innovation community dell'EIT (Climate, Raw Materials a Innoenergy), dell’Università di Bologna e della Fondazione Giuseppina Mai di Confindustria[3].

Alberto Azario


[1] Tutto il business dell’Economia circolare a Ecomondo 2019, Recycling Industry, 16 aprile 2019,

[2] ISPRA partecipa a Ecomondo 2019, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

[3] A Ecomondo 2019 tutto il business dell’Economia Circolare, Adnkronos, 15 aprile 2019.

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Wed, 4 Sep 2019 19:33:53 +0000 https://www.albertoazario.it/post/496/ecomondo-2019-la-fiera-improntata-alla-green-economy alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Da De Ceuvel a Port of Amsterdam, la capitale olandese vince il primato dell’ecosostenibilità https://www.albertoazario.it/post/495/da-de-ceuvel-a-port-of-amsterdam-la-capitale-olandese-vince-il-primato-dell-ecosostenibilita

Il 14 febbraio scorso si è tenuto presso l’Università Cattolica di Milano uno degli incontri programmati nel calendario dell'iniziativa Re–Think – Circular Economy Forum. Tre sono stati i focus principali: le città, quali centri motori dell’economia di oggi, i materiali, e le tecnologie, nel tentativo di mostrare casi concreti e possibili trend evolutivi dell’Economia Circolare.

All’interno del convegno Shyaam Ramkumar, coordinatore della StudioHub Europe, ha incentrato il suo intervento sulla città di Amsterdam e su come questa abbia ospitato molti progetti affini alle pratiche dell’Economia Circolare. L’analisi della città è strutturata sulla base di tre temi principali: le costruzioni, la bio-economia e l’innovazione.

Attualmente l’Olanda è la sesta economia più potente all’interno dell’Unione Europea e, grazie agli sforzi attuati dalle autorità e dei cittadini in materia ambientale, è una nazione da prendere come modello per la gestione degli aspetti socio-ecologici. È attualmente considerata una nazione leader per quanto riguarda il trattamento delle problematiche ambientali e gli obiettivi futuri proposti recentemente a livello nazionale sul medio e lungo termine sono tra i più ambiziosi al mondo[1].

Shyaam Ramkumar ha preso come riferimento, per la tematica dedicata alle costruzioni, il sito di De Ceuvel, un cantiere navale abbandonato, trasformato da designer, architetti e alcuni consulenti per la sostenibilità, in un “office park”. L’idea è stata quella di trasformare le vecchie navi non più utilizzate in luoghi di lavoro ecosostenibili, sfruttando una location completamente abbandonata.

L’idea di Economia Circolare permea il progetto: la ristrutturazione del sito è stata approntata in un’ottica circolare: l’uso di pannelli fotovoltaici permette la produzione di energia che può essere scambiata tra i diversi edifici grazie all’utilizzo della blockchain[2], attraverso un insieme di fasi che consentono di filtrare e purificare le acque, realizzare compost fertilizzante dai rifiuti liquidi e solidi, e, grazie alla creazione di una “green house”, realizzare prodotti agricoli. Fondamentale è stata anche la scelta di definire come smaltire, reintegrare o rigenerare i diversi rifiuti prodotti da ciascuna attività, in modo da avere un approccio totalmente circolare, che porta ad un risultato che si potrebbe definire di “bioraffineria urbana”. Molte cose sono state poi aggiunte negli anni e molte altre continuano ad essere integrate dando l’idea di una realtà in continua evoluzione[3].

Ramkumar cita inoltre Park 20/20-C2C Centre, una zona di uffici pensata per le grandi aziende (Sony, Bosch, Siemens, etc.) e costruita avendo come riferimento i principi dell’Economia Circolare e della biodiversità. Anche in questo caso tutti i vari edifici presentano degli impianti interconnessi dal punto di vista energetico (per questo motivo l’edificio principale di questo complesso chiamato “The Edge” è stato nominato “Edificio più ecosostenibile nel mondo” nel 2015) e produce internamente più energia di quanto ne necessita.

Nato dallo stesso team di lavoro del De Cevuel, Ramkumar illustra poi Schoonschip. Si tratta di un vero e proprio quartiere di 46 case galleggianti, di cui al momento ne sono state realizzate 7, pensate in vista del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento dei mari. Anche questo quartiere nasce seguendo i principi dell’Economia Circolare, negli ambiti quali l’energetico, i materiali utilizzati, la produzione di cibo, il trattamento delle acque e lo smaltimento dei rifiuti. Spazi in comune offrono dei suggerimenti su una nuova forma dell’abitare e del vivere.

Legato al tema della bio-economia è, invece, “Port of Amsterdam”. L’idea di partenza è stata quella di riunire diverse compagnie (Biodiesel Amsterdam, ChainCraft, Power to Protein, ecc.) in un’area per risolvere insieme le problematiche ecologiche e condividere progetti di riciclo. Il progetto ruota attorno alla AEB, compagnia che si occupa dello smaltimento rifiuti in Amsterdam e che ha un impianto per la trasformazione dei rifiuti in energia. Ma sempre più l’obiettivo della città di Amsterdam si sta spostando dal processo di incenerimento di rifiuti per la generazione di energia, verso nuove forme di trattamento dei rifiuti organici che conducono alla trasformazione chimica dei rifiuti in sostanze riutilizzabili in diversi campi. Per questo motivo da “Port of Amsterdam” si è dato il via a un progetto di collaborazione tra le imprese presenti che condividono l’idea di cercare di valorizzare i rifiuti delle loro produzioni. Insieme queste sono stati capaci di produrre 25 milioni di metri cubi di biogas, 120 mila tonnellate di biodiesel e 5 mila tonnellate di fertilizzanti.

Sul tema dell’innovazione Shyaam evidenzia il progetto “Startup in residence”, che è iniziato a San Francisco ed è stato promosso dal Comune di Amsterdam per affrontare le sfide energetiche di una città così complessa come Amsterdam e che si è poi espanso a diverse città dell’Olanda. L’idea fondante del progetto è di creare uno spazio comune in cui diversi imprenditori si possano confrontare per cercare soluzioni su problemi comuni e condividere progetti nell’ambito dell’Economia Circolare.

In linea con gli obiettivi del New Amsterdam Climate (il piano di intervento che prevede entro il 2025 una riduzione del 40 per cento delle emissioni di Co2), Amsterdam ha scelto di concentrarsi soprattutto sull’efficientamento energetico e tecnologico per favorire una condivisione dal basso delle politiche e degli interventi previsti dal programma avviato da Liander e Amsterdam Innovation Motor[4].

Alberto Azario


[1] Nicole Santi, Amsterdam: una città socio-ecologica da prendere come modello, eticoscienza.it, 13 novembre 2018.

[2] La blockchain è una sottofamiglia di tecnologie in cui il registro è strutturato come una catena di blocchi contenenti le transazioni e la cui validazione è affidata a un meccanismo di consenso, distribuito su tutti i nodi della rete, ossia su tutti i nodi che sono autorizzati a partecipare al processo di validazione delle transazioni da includere nel registro. Mauro Bellini, Blockchain: cos’è, come funziona e gli ambiti applicativi in Italia, Blockchain4innovation, 5 agosto 2019.

[3] Shyaam Ramkumar, Circular Economy in ci ies – Examples from Amsterdam, intervento all’interno di Circular Economy forum, Re-Think Milano 2019 (https://re-think.today/pdf/Report_Re-think_Circular_Economy_Forum_Milano.pdf)

[4] Simone D’antonio, Amsterdam capitale della vita ecosostenibile, CorCom.it, 2 aprile 2012.

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Sun, 18 Aug 2019 23:14:02 +0000 https://www.albertoazario.it/post/495/da-de-ceuvel-a-port-of-amsterdam-la-capitale-olandese-vince-il-primato-dell-ecosostenibilita alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Circular Economy e Startup: i due concetti chiave per una nuova economia. https://www.albertoazario.it/post/494/circular-economy-e-startup-i-due-concetti-chiave-per-una-nuova-economia

Un sistema economico basato su politiche adeguate e su nuovi investimenti che possano trainare il nostro paese verso un‘economia di riciclo, questo il concetto che sta alla base della Circular Economy e le Startup possono rendere tutto ciò possibile.

Il mercato delle Startup è quantomai in crescita. Quest’anno hanno raggiunto e superato quota 10.000 sul territorio nazionale (ne dà notizia il Registro Imprese); sono attività con un fatturato complessivo che sfiora il miliardo di euro e con un capitale umano di circa 4,3 persone per azienda, fra soci e dipendenti[1].

Ma c’è bisogno di “ossigeno” per permettere la crescita esponenziale a cui le Startup puntano, divenendo Scaleup[2]. Il nostro Paese, con le sue 135 Scaleup, arranca dietro a numeri europei ben più importanti, tanto che si posiziona all’undicesimo posto. Da qui la necessità di investire in nuove Startup e orientare la loro produzione verso il mercato sempre più in espansione della circular economy, nell’ottica di creazione di un’economia dedita al riciclo di materie e risorse.

There is not a planet B” ha dichiarato Paola Maugeri, scrittrice e presentatrice radiofonica, che per un anno ha vissuto secondo quella che ha definito la regola delle tre R (ridurre, riusare, riciclare) e ne ha raccontato l’esperienza[3]. È necessario quindi fare dell’economia circolare una realtà di fatto e non fermarsi alle teorie. La Circular Economy potrà avere un impatto positivo non solo sull’ambiente ma anche sul versante prettamente economico: le idee collegate all’economia circolare diventeranno trend e opportunità per sviluppare nuovi business.

Non mancano nel nostro Paese realtà che stanno puntando sempre di più ad assumere il ruolo di venture capital, ovvero intraprendere investimenti per l’avvio o la crescita di attività nei settori a elevato potenziale di sviluppo[4]. In questo caso, quindi, su Startup dedite alla Circular Economy. Ne sono due esempi Intesa Sanpaolo e il suo Innovation Center e Futura Invest.

Intesa San Paolo ha dedicato una parte del suo Innovation Center all’economia circolare “perché questo tema è uno degli nostri asset dal 2015” ha detto Stefano Martini di Intesa Sanpaolo. “Le nostre attività comprendono la divulgazione della cultura dell’economia circolare ma anche percorsi di open innovation sia per supportare le startup che si occupano di tematiche legate alla circular economy, sia per favorire il business di aziende che collaborano con noi. Inoltre la nostra banca ha messo a disposizione un plafond di 5 miliardi di euro per supportare le aziende che lanciano progetti sulla circular economy[5].

Saranno i principali azionisti di Sanpaolo e Futura Invest (Fondazione Cariplo e Fondazione Enasarco), che deterranno, con quote paritetiche, il 49% di Indaco Venture Partners SGR, società leader fra le venture capital. Il restante 51% della società sarà posseduto dai cinque key-manager: Davide Turco (amministratore delegato), Elizabeth Robinson (vicepresidente esecutivo) e dagli investment director Antonella Beltrame, Alvise Bonivento e Valentina Bocca. Davide Turco commenta “Siamo molto grati agli investitori che hanno creduto in questo progetto. Siamo convinti che Indaco Ventures potrà contribuire a colmare il ritardo nel Venture Capital del nostro paese, fornendo finalmente alle nuove aziende con maggiori potenzialità ed ambizioni le risorse finanziarie necessarie per fare un importante salto dimensionale e competere ad armi pari, o quasi, con i loro concorrenti attivi in contesti caratterizzati da risorse per l'innovazione enormemente più grandi”.

Il progetto per Intesa Sanpaolo si colloca su un piano d’impresa più ampio. Nel triennio 2018-2021 la banca prevede di rafforzare l’impegno nella Corporate Social Responsibility: l’obiettivo è quello di diventare la prima Impact Bank al mondo, supportando la circular economy e sostenendo l'imprenditorialità giovanile e le nuove idee d'impresa[6]. Anche Fondazione Cariplo conferma il proprio impegno nel settore dell’innovazione: “Il venture capital nel nostro Paese è ancora lontano degli standard internazionali. Con questo fondo ci proponiamo di offrire alle realtà con possibilità di crescita interessanti, un veicolo per potenziare la loro competitività internazionale, aiutando così le nuove aziende. Le start up nel nostro Paese possono essere una risorsa importante, abbiamo bisogno di strumenti e risorse per rafforzarle e farle crescere” ha detto Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo.

Sempre in Italia non mancano esempi di startup della circular economy, ormai Scaleup, che hanno intrapreso percorsi di open innovation con grandi aziende. Orange Fiber, ad esempio, è una startup sita a Milano che ricava tessuti dagli scarti delle arance e che oggi ha avviato un percorso di collaborazione con Ferragamo. Anche i vari comuni italiani stanno scommettendo sulla circular economy con progetti sulla costruzione di nuove aree green, riciclo dei rifiuti, sharing mobility e mobilità elettrica.

Albrto Azario


[1] Arcangelo Ronciola, Per la prima volta in Italia ci sono più di 10.000 startup, Agi Economia, 18 marzo 2019.

[2] Si definisce Scaleup una Startup che ha convalidato un proprio modello di business ed è quindi pronta ad una crescita esponenziale. Gli economisti definiscono questo passaggio “attraversare il burrone della crescita”. In Cosè la Scaleup e quali sono le sue caratteristiche, Startup business.

[3] Intervista a Paola Maugeri, Ridurre risanare, riciclare. La mia vita a impatto zero, la Repubblica, 4 aprile 2014.

[4] Venture Capital, EconomyUp.

[5] Cocetta Desando, Re-Think, l’economia circolare fra grandi imprese e startup: a che punto siamo in Italia?, EconomyUp, 18 febbraio 2019.

[6] Monica D’Ascenzo, Startup, nasce il fondo Indaco Venture. In dote 130 milioni, Il Sole 24ore, 30 aprile 2018.

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Mon, 29 Jul 2019 18:42:57 +0000 https://www.albertoazario.it/post/494/circular-economy-e-startup-i-due-concetti-chiave-per-una-nuova-economia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Piano d’azione per l’economia circolare: l’UE alla caccia dell’anello mancante https://www.albertoazario.it/post/493/piano-d-azione-per-l-economia-circolare-l-ue-alla-caccia-dell-anello-mancante

A distanza di tre anni dalla sua adozione, il piano d’azione per l’economia circolare può essere considerato pienamente completato. Questo in sintesi il riassunto presentato nei scorsi giorni dalla Commissione europea riguardo a quel piano comunitario, adottato nel non troppo lontano dicembre 2015, volto a rafforzare la competitività dell’Europa, a modernizzare la sua economia e la sua industria e creare posti di lavoro, proteggendo allo stesso tempo l’ambiente e generando, negli intenti iniziali, una crescita sostenibile. Tali risultati presentati verranno poi discussi ulteriormente durante l’annuale conferenza delle parti interessate all’economia circolare che si svolgerà prossimamente a Bruxelles. Occasione aggiuntiva questa per delineare quali siano le sfide ancora aperte per spianare la strada verso un’economia circolare competitiva e a impatto climatico zero, in cui la pressione sulle risorse naturali e di acqua dolce e sugli ecosistemi sia ridotta al minimo.

Secondo la Commissione UE sembra così che tutte le 54 azioni previste dal piano originario siano state attuate o siano in fase di attuazione. L’Europa sta così transitando ogni giorno sempre di più verso un’economia circolare che sta contribuendo anche ad aumentare l’occupazione nel nostro continente grazie all’apertura di nuove opportunità commerciali, dando inoltre origine a nuovi modelli di impresa e nuovi mercati sia internamente che esternamente all’UE stessa (ad esempio, attività come la riparazione, il riutilizzo o il riciclaggio hanno generato quasi 147 miliardi di euro di valore aggiunto, registrando investimenti pari a circa 17,5 miliardi di euro). Basti pensare, poi, che solo nel 2016 oltre quattro milioni di lavoratori hanno trovato impiego nei settori attinenti all’economia circolare, il 6 % in più rispetto al 2012. “Il futuro potenziale di crescita sostenibile è enorme e l’Europa è sicuramente il luogo migliore in cui un settore industriale rispettoso dell’ambiente possa crescere. Questo successo è il risultato della collaborazione tra portatori d’interessi e responsabili decisionali europei” ha affermato Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività. L’economia circolare è, infatti, oggi una tendenza mondiale ed irreversibile. Nonostante questo molto deve essere ancora fatto per potenziare l’azione sia a livello dell’UE sia a livello mondiale. Servono, infatti, ancora maggiori sforzi per attuare la legislazione riveduta sui rifiuti e sviluppare i mercati delle materie prime secondarie, trovando infine quell’anello mancante in grado di delineare un vantaggio competitivo ancora maggiore per le nostre imprese europee.

La presentazione della relazione è stata accompagnata inoltre dal rapporto “Circular economy in the EU Record recycling rates and use of recycled materials in the EU nel quale è emerso che il tasso di riciclaggio e l’utilizzo di materiali riciclati nell’Unione europea non cessano di crescere. Nel solo 2016, ad esempio, l’UE ha riciclato circa il 55% di tutti i rifiuti ad esclusione dei principali rifiuti minerali. Non è tutto positivo però poiché, analizzando meglio questi dati, si giunge a capire che nonostante questi tassi di riciclaggio siano molto più alti rispetto al passato in media solo il 12% dei materiali utilizzati nell’Ue proveniva da prodotti riciclati e materiali recuperati, evitando così l’estrazione di materie prime primarie, un indicatore chiamato anche “circular material use rate” che misura il contributo dei materiali riciclati rispetto alla domanda globale. Si può qui e si deve fare di più. Attraverso un maggior ricorso al riciclaggio e al riutilizzo, le azioni proposte potrebbero costituire infatti proprio quel famoso “anello mancante” nel ciclo di vita dei prodotti, a beneficio sia dell’ambiente sia dell’economia. Si trarrà così il massimo valore e il massimo uso da materie prime, prodotti e rifiuti, promuovendo risparmi di energia e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. Il nostro pianeta e la nostra economia non sopravviveranno se continueremo a seguire i dettami del "prendi, trasforma, usa e getta". Le risorse sono preziose e vanno conservate, sfruttandone al massimo il potenziale valore economico. Se riusciremo a usare le risorse in modo più efficiente e a essere meno dipendenti da materie prime ormai scarse, potremo sviluppare un vantaggio competitivo non indifferente. Il pacchetto “economia circolare” vuole trattare così misure a 365° per cambiare l'intero ciclo di vita del prodotto, che non si concentrino unicamente sulla fase di fine vita e sottolineano la precisa ambizione della Commissione di trasformare l'economia dell'Unione e produrre risultati concreti. Ai sensi dei nuovi piani, ad esempio, tutti gli imballaggi di plastica sul mercato dell'UE saranno riciclabili entro il 2030, l'utilizzo di sacchetti di plastica monouso sarà ridotto e l'uso intenzionale di microplastiche sarà limitato.

Questa relazione mostra in sintesi così come l’Europa si stia aprendo una strada privilegiata rispetto al resto del mondo nel campo dell’economia circolare. Allo stesso tempo occorrerebbe però fare ancora di più per fare in modo che l’aumento della nostra prosperità avvenga entro i limiti del pianeta. Per garantire una crescita sostenibile nell'UE dobbiamo usare le risorse a nostra disposizione in un modo più intelligente e sostenibile. Molte risorse naturali non sono infinite: dobbiamo trovare un modo di utilizzarle che sia sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, e rientra qui anche nell'interesse economico delle imprese fare il miglior uso possibile delle loro risorse, offrendo nel contempo ai consumatori prodotti più durevoli e innovativi in grado di generare risparmi e migliorare la qualità della vita. Ripeto, si può, anche qui, e si deve fare di più.

Alberto Azario

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Mon, 22 Jul 2019 17:12:34 +0000 https://www.albertoazario.it/post/493/piano-d-azione-per-l-economia-circolare-l-ue-alla-caccia-dell-anello-mancante alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
L’importanza di aprire le porte delle imprese ai cittadini https://www.albertoazario.it/post/492/l-importanza-di-aprire-le-porte-delle-imprese-ai-cittadini

Oggi, nel nostro Paese, un’impresa su dieci è condotta da giovani. Il recente dato della Coldiretti interessa tutti i settori produttivi: dall'agricoltura all'artigianato, dall'industria al commercio fino ai servizi, con un incremento nei settori del commercio al dettaglio, delle attività di ristorazione, le coltivazioni agricole e l’allevamento. Con 560 mila imprese condotte da under 35 l'Italia si colloca ai vertici dell'Unione europea in termini di numero di giovani imprenditori, e così nel nostro Paese risulta che i giovani di età compresa tra i 25 ed i 34 anni che hanno un lavoro autonomo sono il 90% in più della Spagna, il 60% in più della Germania, il 53% in più della Francia e, in generale, sono pari ad un quarto del totale dell'area Euro. Con circa 300 imprese aperte al giorno, alla base delle scelte dei giovani italiani c’è così la voglia di fare, l’entusiasmo di creare e la determinazione di riuscire. Diventa così ancora più importante avvicinare i giovani e il territorio al mondo imprenditoriale attraverso l’opportunità, sempre meno rara, di conoscere le nostre aziende, le nostre fabbriche e le nostre eccellenze dall’interno. L’apertura straordinaria delle industrie risulta oggi un’opportunità unica per conoscere dal vivo la storia delle aziende, i processi di produzione e le maestranze all’opera. É anche l’occasione per toccare con mano quanto l’innovazione tecnologica abbia trasformato negli ultimi anni l’industria, che pur confrontandosi con un mercato globale e le sfide del futuro, resta parte integrante del territorio che la ospita dall’automotive all’agroalimentare, dall’aerospazio al tessile, dalla chimica all’ICT. Molte sono le imprese che organizzano e ospitano visite, proponendo ognuna un percorso adeguato alle proprie caratteristiche. In sinergia con le politiche regionali di sostegno all’innovazione (come ad esempio il PRISM-E a Sostegno alla realizzazione di progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale) ed alle strategie europee di sviluppo regionale (come i Fondi strutturali e d’investimento facenti parte della strategia Europa 2020), tra le varie occasioni una delle più famose è rappresentata dall’iniziativa “Piemonte Fabbriche Aperte” dedicata ai cittadini interessati a visitare, in modo coinvolgente ed immersivo, le industrie del territorio, entrando direttamente in quella che si è accreditata con il tempo come la regione della manifattura intelligente, del saper fare, dell’innovazione industriale e della qualità produttiva. Nata nel 2017 l’iniziativa è cresciuta nel tempo: nella prima edizione più di cinquemila visitatori hanno potuto accedere agli stabilimenti produttivi di 100 aziende su tutto il territorio regionale, rendendosi conto di persona delle modalità di produzione industriale di imprese che quotidianamente sviluppano prodotti di qualità e in molti casi competono sui mercati internazionali. Nell’edizione 2018, svoltasi a fine ottobre, l’aumento degli stabilimenti industriali interessati è stato del 40%, a fronte di un aumento dei visitatori del 60%, ed ha interessato tutte le principali aziende manifatturiere del Piemonte, dai grandi impianti produttivi multinazionali alle piccole aziende di nicchia, fino a diversi centri di ricerca e piccole imprese che hanno consentito in molti casi di vivere un’esperienza coinvolgente ed immersa alla scoperta di quei processi produttivi della "Fabbrica intelligente", ossia la cosiddetta "Industria 4.0”. La maggior parte degli stabilimenti partecipanti sono coinvolti anche nelle iniziative del Programma Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale 2014-2020, i cui fondi sono utilizzati per favorire gli investimenti di queste aziende in tre ambiti principali: l’innovazione e la ricerca, gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica e per l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili, la promozione della competitività e dell’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese.

Con lo stesso nome, ma spostandoci stavolta in Liguria, gli studenti hanno incontrato l’industria all’interno del progetto “Fabbriche Aperte” nato nel 2008 con l’obbiettivo di diffondere una cultura scientifica per la formazione di professionalità molto richieste dalle aziende più competitive e impegnate in processi di crescita. Sono dodici anni, quindi, che scuola ed industria continuano questo percorso che, nell’edizione dello scorso anno, in crescita rispetto agli eventi passati, ha coinvolto quasi mille studenti. Un viaggio tra reparti di produzione, laboratori, magazzini, uffici, alla scoperta di processi, competenze e professionalità, innovazione ed eccellenze. Con numeri ancora in crescita come numero di aziende coinvolte, quest’anno 20, e di classi partecipanti, ben 43. Più aziende, più ragazzi e sempre più entusiasmo decretano il successo di un’iniziativa che fa dialogare industrie e scuole facendo conoscere agli studenti, e alle loro famiglie, tutte le possibilità professionali offerte dal sistema produttivo del territorio, con l’obiettivo di orientare al meglio il percorso formativo dei giovani e garantire loro un più facile accesso al mondo del lavoro.

Poter dire oggi che esistono realtà industriali solide e competitive che guardano al futuro, investendo in ricerca, innovazione, servizi efficienti, qualità del prodotto e professionalità è un dovere e un servizio alla collettività. Quando le aziende si aprono al territorio è poi sempre un bel segnale, e il fatto che questa tendenza sia in aumento fa ben sperare per il futuro, perché dimostra la sensibilità delle aziende nei confronti del loro ruolo sociale, nonché la capacità di cogliere una dimensione positiva, anche in termini di comunicazione, per una scelta che vuole far conoscere le proprie eccellenze valorizzandone storia, prodotti e processi produttivi. Da un lato c’è un numero crescente di imprenditori e manager, di ogni dimensione e ogni settore, che vuole farsi conoscere sul territorio in cui opera: e lì non c’è pubblicità o spot che tenga, l’unico modo (fondamentale poi se si scommette sulla trasparenza) è aprire le porte della fabbrica, far incontrare le persone che ci lavorano ogni giorno, mostrare cosa fanno e come e dove finisce ciò che producono. Dall’altro lato — quello più significativo, probabilmente — c’è gente, tanta, che vuole conoscere, e decide di passare una domenica pomeriggio dentro uno stabilimento, un laboratorio, un’azienda di consulenza hi tech per capire direttamente che cosa significhi «fare impresa» oggi. In futuro formazione e orientamento dovranno essere sempre più legati al mondo delle aziende ed è necessario che tutti i soggetti coinvolti lavorino in una direzione comune, come già sta accadendo, in un’ottica di maggior trasparenza e dialogo tra imprese e territorio.

Alberto Azario

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Mon, 15 Jul 2019 18:23:44 +0000 https://www.albertoazario.it/post/492/l-importanza-di-aprire-le-porte-delle-imprese-ai-cittadini alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Economia circolare: Noah, nasce la prima auto biodegradabile al mondo https://www.albertoazario.it/post/491/economia-circolare-noah-nasce-la-prima-auto-biodegradabile-al-mondo

Dal 1° marzo 2019 sono scattati in Italia nuovi ecoincentivi sui veicoli acquistati: fino a 6 mila euro per l'acquisto di una vettura ecologica e penalizzazioni invece per i nuovi modelli che superano le emissioni di CO2 previste dalla legge. Nel resto d’Europa intanto si parla già di auto biodegradabili. Elettrico, biometano, ibrido, sono solo alcuni dei termini utilizzati e spesso associati ad una visione del mondo dei trasporti legata ai nuovi paradigmi che il mondo moderno ci sta proponendo. Nel momento dell’affermazione dell’economia circolare arriva così la prima city car elettrica al mondo fatta al 90% dagli scarti alimentari. Vede la luce, infatti, in Olanda “Noah” la prima auto biodegradabile del mondo, prototipo ultraleggero di vettura creata quasi esclusivamente con biomateriali come lino e zucchero e capace di raggiungere una velocità massima di 110 km orari ed un’autonomia di circa 240 km con un pieno di energia che, se paragonato all’energia disponibile di un’auto a combustione, sarebbe come se con un litro di carburante potesse percorrere 300 chilometri. Noah è equipaggiata inoltre con alcune funzioni smart focalizzate sul guidatore: può essere, ad esempio, sbloccata un chip NFC, riconoscere l’utente e adattare le sue impostazioni in base alle preferenze stabilite e visibili sul display da dieci pollici touchscreen; può infine caricare una lista dei contatti personali e trovare le destinazioni usando il proprio smartphone tramite il sistema Gps.

L’idea di questa rivoluzionaria e particolare city car nasce grazie ad un gruppo di studenti della University of Technology di Eindhoven, i quali nei passati anni hanno portato, tra Università e aziende, la loro creazione in giro per l’Europa, recentemente a Milano, per mostrare come sia possibile oggi, pur senza brevetto alcuno, “costruire un’auto che fosse a impatto zero, e non solo per quel che riguarda i consumi” come affermano gli studenti stessi che hanno partecipato al progetto. Il prototipo di Noah offre due posti a sedere ed un ampio bagagliaio, rinchiusi in una scocca di bioplastica derivata dallo zucchero dal peso di 420 kg, batterie incluse, che le donano una buona tenuta su strada, nonché una discreta sicurezza caratterizzata dal telaio e dagli interni fatti con particolari e forti pannelli a "sandwich", prodotti con quella bioplastica e fibra di lino uniti insieme a nido d'ape. I materiali biologici utilizzati richiedono fino a sei volte meno energia per essere prodotti rispetto ai soliti materiali per auto leggeri, come alluminio o carbonio. Serve, infatti, solo il sette per cento di un ettaro di campi di lino per produrre un esemplare di questa auto biodegradabile. Alla fine del suo ciclo di vita inoltre il biocomposto può essere macinato e usato come materia prima per altri prodotti, come i mattoni, mentre le parti non organiche dell'auto possono essere incluse nella catena di riciclaggio esistente.

Anche nel settore dei trasporti, uno dei più inquinanti al mondo, è possibile oggi abbattere notevolmente le emissioni. Se per magia oggi tutte le auto, le moto, gli autobus e i camion che circolano in Italia andassero a energia elettrica rinnovabile, secondo gli esperti i risparmi si potrebbero calcolare intorno ai 100 milioni di tonnellate di CO2 annue. Una rivoluzione della mobilità potrà quindi dirsi davvero completa solo quando tutta l’energia per fare il pieno sarà pulita, proveniente solo da fonti rinnovabili. Ora dipende quindi dall’industria rendere la mobilità, una delle cose più importanti della nostra vita di tutti i giorni, veramente “green” in ogni modalità possibile, magari accettando la sfida lanciata dai ragazzi olandesi di realizzare su larga scala un’auto elettrica riciclabile e compostabile, in grado di essere venduta a un prezzo accessibile per un pubblico di massa. Il progressivo aumento della popolazione mondiale porterà inevitabilmente ad una sempre maggiore richiesta di risorse, che già scarseggiano come hanno dimostrato negli anni i vari “Earth Overshoot Days”. Una delle soluzioni potrebbe quindi davvero essere quella di affiancare il concetto di economia circolare anche a prodotti complessi, rendendoli sostenibili in ogni fase della loro vita, dalla produzione all’uso, fino al riciclo. Gran parte del totale dell’impronta di carbonio di un’automobile è emessa, infatti, proprio durante il processo di produzione iniziale. La sostenibilità dovrebbe interessare quindi un prodotto in tutte le sue fasi e non solamente considerare il suo scopo ed utilizzo finale. “Noi siamo riusciti nell’obiettivo di realizzare una macchina in grado di essere sostenibile in tutte le sue fasi”, sostiene Jelle Vonk, Team manager di Noah. Al momento, confrontata con Noah che sarà presto certificata per l’uso su strade pubbliche, non sembra esserci altra auto sulla strada, nemmeno sotto forma di prototipo, che abbia un impatto ambientale altrettanto basso per tutto il suo ciclo di vita. Dimostrazione di come anche in prodotti complessi come le automobili sia già possibile una progettazione legata ai principi base dell’economia circolare, utilizzando magari già da ora, o prossimamente al massimo, pannelli bioplastici nelle parti strutturali e negli interni dei veicoli, vantaggiosi non solo per la loro durata ma anche per la loro resistenza e leggerezza. “Sostenibilità senza compromessi” si legge sull’homepage ufficiale del sito del progetto, per un gruppo di ventidue studenti che affermano: “Noi crediamo che integrando un design smart con nuovi materiali rivoluzionari sia possibile iniziare già da oggi un’economia circolare. Questo è il momento giusto per mettere da parte il vecchio approccio al design per cominciare con una lavagna pulita”.

Alberto Azario

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Mon, 8 Jul 2019 18:11:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/491/economia-circolare-noah-nasce-la-prima-auto-biodegradabile-al-mondo alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Europa, la prossima decarbonizzazione passa, anche, da biometano ed idrogeno https://www.albertoazario.it/post/490/europa-la-prossima-decarbonizzazione-passa-anche-da-biometano-ed-idrogeno

Il Parlamento europeo, relativamente all'utilizzo del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e del Fondo di coesione (FC) per il periodo 2021-2027, ha fermato gli investimenti comunitari destinati ai combustibili inquinanti come petrolio ed idrocarburi. Una rivoluzione “green” che è stata recentemente approvata a Strasburgo (con 475 voti a favore, 93 contrari e 53 astensioni) e che riguarderà tutte le regioni europee stabilendo che l'assegnazione dei finanziamenti si baserà sul prodotto interno lordo (PIL) pro capite, anziché in base al reddito nazionale lordo. Gli eurodeputati hanno chiesto inoltre di aumentare dal 6 al 10% gli investimenti per lo sviluppo urbano sostenibile e di rivolgere un occhio di riguardo alle regioni ultra periferiche dando precedenza all’ambiente. Il testo approvato chiede anche di destinare una parte significativa delle risorse del fondo FESR post 2020 alla "crescita intelligente" e alla green economy, stabilendo che le regioni spendano dal 30 al 50% dei finanziamenti del FESR in questa direzione e che un altro 30% venga destinato alla lotta contro il cambiamento climatico e a favore dell'economia circolare. Una decisione questa che prosegue nel solco delle misure della Commissione Europea per disincentivare l’utilizzo di combustibili fossili, misure iniziate con la "Circulary economy" nel 2015, e ribadite da Bruxelles con la comunicazione "The role of waste-to-energy in the circular economy" del 26 gennaio 2017.

L’Europa aspira ad essere la prima grande economia al mondo a diventare neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Considerando che l’80 % delle emissioni europee di gas serra proviene dal settore energetico, raggiungere questo obiettivo implica però una rivoluzione dei modi sia in cui si produce l’elettricità sia in cui si alimentano i nostri trasporti, le nostre industrie e i nostri edifici. Raggiungere l’importante obiettivo, almeno dal punto di vista tecnologico, è complesso ma fattibile. Sotto il profilo dei costi, infatti, l’eolico ed il solare sono divenute ormai tecnologie competitive, presto lo saranno anche le auto elettriche. Grandi aspettative si hanno inoltre dal gas naturale che potrebbe presto essere decarbonizzato attraverso biogas, biometano, idrogeno e altri gas “green”. Infine le varie innovazioni nella digitalizzazione e nell’intelligenza artificiale contribuiranno a questa rivoluzione necessaria, consentendo integrazioni tra settori diversi e maggiore efficienza. Citando poi un recente studio commissionato dal Consorzio Gas for Climate (che riunisce sette aziende europee nel trasporto gas e due associazioni attive nel settore del gas rinnovabile) l’obiettivo europeo potrebbe essere presto raggiunto, con possibili risparmi per circa 217 miliardi di euro l’anno, e con soprattutto l’eliminazione completa delle emissioni di CO2. L’Europa dispone, infatti, per raggiungere questo ambizioso traguardo di un potenziale ragguardevole: il gas rinnovabile, prevalentemente biometano e idrogeno, di 270 miliardi di metri cubi da immettere nelle infrastrutture esistenti, indispensabili per fornire questi crescenti quantitativi di gas rinnovabile agli utenti finali. Il potenziale di idrogeno e biometano, accanto all’elettricità prodotta da rinnovabili, sarebbe così in grado di assicurare al continente una transizione energetica meno costosa possibile, svolgendo, inoltre, un ruolo chiave nel riscaldamento domestico, nei processi industriali, nella produzione di energia elettrica e nei trasporti pesanti. La conclusione di questa ricerca, in sintesi, è quindi che il gas pulito può avere un ruolo decisivo per ridurre progressivamente le emissioni di anidride carbonica nei prossimi decenni. Anzi il gas rinnovabile (biometano, idrogeno e metano sintetico) e il gas low-carbon, cioè combinato a tecnologie di carbon capture and storage (CCS) o carbon capture and utilisation (CCU), saranno sicuramente decisivi nella realizzazione di un futuro energetico ad emissioni ridotte, sostenibile e totalmente rinnovabile.

Il grande collo di bottiglia per il cammino dell’Europa verso la “carbon neutrality” non è stato però fino ad oggi la tecnologia ma la politica. Nell’ultimo decennio, il sistema elettrico europeo si è modernizzato ed è diventato più ecologico, ma ha anche mantenuto la sua componente più antica e inquinante: il carbone che continua a svolgere un ruolo importante nella generazione elettrica per diversi paesi europei: l’80 per cento in Polonia e oltre il 40 per cento in Repubblica Ceca, Bulgaria, Grecia e Germania. Dalla Francia all’Italia, dai Paesi Bassi al Portogallo, finora solo una dozzina di paesi europei si sono impegnati a chiudere completamente le loro centrali a carbone, quasi tutti entro il 2025-30. I paesi dell’Europa orientale, quelli che usano la quota maggiore di carbone per produrre elettricità, invece non hanno ancora nemmeno discusso strategie di questo tipo. Il carbone è attualmente estratto in quarantuno regioni presenti in dodici paesi europei ma dal punto di vista climatico è la fonte peggiore per generare elettricità, anche rispetto ad altri combustibili fossili. Proprio per questo, l’Unione europea dovrebbe intervenire e offrire il proprio sostegno affinché le regioni minerarie possano affrontare agevolmente questa transizione. In questo modo il danno politico sarebbe ridotto e si incentiverebbero i paesi più dipendenti dal carbone ad avviare o accelerare i loro piani di phase-out. Il cambiamento climatico è un problema globale complesso che ha bisogno di soluzioni internazionali. Ma è chiaro che il carbone deve essere abbandonato, e possibilmente in fretta per raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

Alberto Azario

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Mon, 1 Jul 2019 17:56:34 +0000 https://www.albertoazario.it/post/490/europa-la-prossima-decarbonizzazione-passa-anche-da-biometano-ed-idrogeno alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Accordo sul Biometano: dalle gare al trasporto pubblico, in Italia si viaggia green https://www.albertoazario.it/post/489/accordo-sul-biometano-dalle-gare-al-trasporto-pubblico-in-italia-si-viaggia-green

Il biometano ha conosciuto un notevole sviluppo a partire dal 2012 nel Nord Europa, ad oggi sono attivi, infatti, più di 500 impianti con una capacità di 250.000 m3 all'ora, e una produzione annua di 1,5 miliardi di m3 di biometano. La maggior parte di questi impianti si trovano in Germania ed in Gran Bretagna con una crescita esponenziale nell’ultimo decennio, specialmente nel 2018, un anno che è stato fondamentale per il settore del gas rinnovabile in Europa. In Italia a fine 2017 si contavano invece solo 7 impianti, frenati da una legislazione fin troppo lenta ad arrivare ma che tuttavia promette ora, dopo che la Commissione Europea ha recentemente approvato il nuovo schema di incentivazione per la produzione e distribuzione di biocarburanti avanzati, ottime prospettive di crescita per il settore: il potenziale di sviluppo del biometano individuato nella Strategia Energetica Nazionale è di 8 mld di m³ al 2030, ma esistono stime anche maggiori.

Per rispondere alle nuove sfide della mobilità sostenibile in Italia si sta oggi creando, dal campo agricolo fino alla pompa del carburante, una filiera nostrana che pone il biometano protagonista assoluto in quanto fonte totalmente rinnovabile, pulita, programmabile e flessibile, ed in grado di offrire grandi opportunità di crescita per il Paese. L’Italia può, infatti, vantare oggi una filiera industriale del gas naturale nel settore trasporti che rappresenta un’eccellenza sia dal punto di vista tecnologico sia ambientale, riconosciuta a livello mondiale, nonché terzo mercato UE dopo Germania e Gran Bretagna, e che può far leva sulla rete di trasporto più estesa e capillare d’Europa, lunga oltre 32 mila chilometri. Su questo scenario il gas naturale liquefatto ed il bio GNL sono i due combustibili che sulla carta promettono di avere un futuro importante, soprattutto se ci si riferisce al trasporto pesante di camion e tir, oltre che a quello navale, ma non solo. Ad inizio maggio, ad esempio, si è svolta la gara di apertura del “Green Endurance – Campionato Italiano Energy Saving 2019” ma già prima di arrivare al finale la vera attesa è stata per il debutto nelle competizione del biometano ed il confronto sulle emissioni WTW nei confronti delle vetture elettriche: 36,49 contro 62,30, biometano contro elettrico. Le due cifre si riferiscono alle emissioni climalteranti espresse in grammi di CO2eq/km calcolate nel ciclo vita di ogni singola fonte di energia; dalla produzione all’utilizzo. Non esistono emissioni zero, ogni forma di mobilità produce emissioni, fatto sta che dati alla mano il biometano inquinerebbe il 40% in meno delle elettriche. I dati parlano chiaro: “Un veicolo alimentato a biometano emette meno di 5 grammi di CO2 per chilometro, veicoli alimentati con alti tipi di combustibile ne emettono fino a 130 grammi per chilometro. Inoltre con il biometano si può ridurre fino al 95% delle emissioni di monossido di carbonio e ossido di azoto rispetto ai veicoli alimentati a diesel”. Alimentare i nostri veicoli partendo dalla pattumiera, come si sta cercando di fare a Barcellona con il recente progetto Life Methamorphosis di Seat, è il sogno di molti. Utilizzare questo gas rinnovabile permette inoltre di contribuire all’economia circolare, ridurre i rifiuti e persino l’effetto serra, poiché la produzione e uso del biogas genera un 80% in meno di emissioni di CO2 rispetto alla benzina. Inoltre, oltre al beneficio ecologico ed economico di questo carburante, vi è anche un chiaro vantaggio di distribuzione rispetto ad altri combustibili “greenperché il biometano può essere distribuito utilizzando gli impianti di erogazione del gas già esistenti e può essere immesso nella rete direttamente, senza bisogno di grandi investimenti in nuove infrastrutture. Dal punto di vista chimico, infatti, ha la stessa composizione, per cui può essere utilizzato sia direttamente, sia mescolato con il gas convenzionale.

La diffusione della produzione di gas (biogas e biometano) compare tra gli obiettivi previsti dall’Ultima Strategia energetica nazionale (Sen) che punta a coprire, entro i prossimi dieci anni, il 30% dei consumi energetici derivanti dal trasporto pesante su strada ed il 50% di quelli del trasporto navale attraverso il GNL. In armonia con i nuovi indirizzi UE per un’economia sempre più circolare risulta inoltre di grande importanza l’accordo di filiera tra settore agricolo e industriale (firmato a fine aprile da Cib, Confagricoltura, Eni, Fpt Industrial, Iveco, New Holland e Snam), a poco più di un anno dall’emanazione del decreto 2 marzo 2018 sulla promozione dell’uso del biometano e degli altri biocarburanti avanzati nel settore dei trasporti, che si inserisce non solo nel raggiungimento del target sulle energie rinnovabili nei trasporti al 2020, ma si proietta già nel percorso di decarbonizzazione previsto dalla strategia Clima Energia. Quest'ultima, in particolare, fissa nuove sfide per la mobilità sostenibile prevedendo di raggiungere una quota rinnovabile del 21,6% al 2030, contribuendo contemporaneamente alla riduzione dell'inquinamento atmosferico e al contrasto ai cambiamenti climatici. Si avvia così una importante collaborazione nell’ambito della mobilità sostenibile, con nuove iniziative e progettualità sul biometano rivolte alle imprese della filiera, alla Pubblica amministrazione, all’informazione dei cittadini, alla ricerca e sviluppo. Con la sigla dell’accordo si vuole, inoltre, mantenere viva l’attenzione delle Istituzioni e dell’opinione pubblica, poiché una serie di ostacoli burocratici, al momento, non permettono di liberare completamente tutte le potenzialità oggi presenti nei territori rischiando così di non rendere attuabile anche l’attuale decreto sul biometano, che ha sostituito il precedente provvedimento del 2013. Occorrerebbe, a tal riguardo, invece creare una cabina di regia con i rappresentanti delle Istituzioni nazionali e regionali volta a favorire lo sviluppo graduale e continuo del biometano sia a beneficio dell’intera collettività sia alla tutela dell’ambiente.

Alberto Azario

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Mon, 24 Jun 2019 15:22:53 +0000 https://www.albertoazario.it/post/489/accordo-sul-biometano-dalle-gare-al-trasporto-pubblico-in-italia-si-viaggia-green alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Energia pulita: nasce in Italia la pianta ibrida che genera elettricità https://www.albertoazario.it/post/488/energia-pulita-nasce-in-italia-la-pianta-ibrida-che-genera-elettricita

L’espressione “Energy Harvesting” indica l’utilizzo di fonti comunemente presenti nell’ambiente per produrre elettricità, solitamente in maniera innovativa ed efficiente. Stavolta questa espressione si abbina all’ “Oleandro Nerum” ed è la nuova frontiera dell’energia sostenibile: un sistema eolico verde, di nome e di fatto, in grado di illuminare una casa, e replicato in forme più grandi magari un quartiere o una città. L’innovativo progetto, ideato da Fabian Meder e Barbara Mazzolai (nominata da RoboHub nel 2015 tra le 25 donne più influenti nel settore della robotica) è stato recentemente descritto sulla rivista Advanced Functional Materials, nella quale i ricercatori del Centro di Micro-Bio Robotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pontedera (Pisa) hanno svelato i meccanismi della, cosiddetta, “elettrificazione a contatto” utilizzata dalle piante e presentato il primo “albero ibrido” al mondo, arricchito con foglie artificiali e capace di funzionare come un generatore di elettricità. Gli scienziati hanno modificato un albero di Oleandro Nerum “addobbandolo” con foglie artificiali che, oscillando al vento, toccano le foglie naturali e attivano la generazione di elettricità della pianta. Alcune strutture fogliari, infatti, sono in grado di convertire le forze meccaniche applicate sulla loro superficie, per esempio dal vento, in energia elettrica. Se e come le piante sfruttino l'elettricità che producono non è ancora noto, ma accorgersi di questo meccanismo ha intanto permesso di riprodurlo. Così attraverso questo particolare processo le cariche elettriche vengono raccolte sulla superficie fogliare e poi trasmesse al resto della pianta dal tessuto vegetale, che agisce come un vero e proprio cavo. La tensione generata da una singola foglia ogni volta che viene sfiorata può raggiungere più di 150 Volt, abbastanza per alimentare simultaneamente 100 lampadine a LED. L’elettricità può essere utilizzata direttamente, collegando una sorta di “presa elettrica“ allo stelo della pianta per poi venire distribuita in maniera pulita, facile e accessibile a tutti. Più alberi si usano, infatti, e più vento si presenta e maggiore è la quantità di elettricità prodotta, attraverso un progetto “green” che si adatta ad essere riprodotto anche in dimensioni più grandi, magari sfruttando l’intera chioma di un albero o addirittura quella di un medio bosco o di una più grande foresta. Il progetto tutto italiano apre ora la strada a una nuova fonte di energia in sintonia con l'ambiente e nello stesso tempo ad una tecnologia nella quale elementi naturali e artificiali collaborano a creare un'inedita generazione di robot.

Questo del team Mazzolai qui descritto è solo l’ultimo però dei progetti che si sono occupati di metodi, materiali e tecnologie robotiche innovativi ispirati al mondo biologico. Gli ambiti d’utilizzo di queste tecnologie includono, infatti, anche il monitoraggio ambientale e l’esplorazione del suolo alla ricerca di nutrienti, di acqua, ma anche di inquinanti. Al CMBR i ricercatori studiano così nuovi materiali funzionali e micro - nanostrutturati con l’obiettivo di sviluppare nuovi robot più adatti a operare in ambienti reali, non strutturati, e al servizio dell’uomo, per il miglioramento della qualità della vita. Nel 2012 il Centro di Micro-Bio Robotica ha abbracciato il progetto “Plantoid”, finanziato dall’UE, che ha portato alla realizzazione del primo robot pianta al mondo, le cui radici super hi-tech, grazie a sensibilissimi sensori che immagazzinano accurate informazioni sulla chimica del terreno, sono in grado di penetrare nel suolo e ramificarsi dove incontrano particolari sostanze trasmettendo i preziosi dati ai ricercatori. Il plantoide in questione viene definito un “self-creating robot”: è la macchina a decidere, in base alle informazioni fornite dai sensori, quanto e in quale direzione svilupparsi, e ad azionare la stampante 3D quando ha bisogno di nuovo “tessuto”, srotolando la matassa. Obiettivo finale del progetto, sfruttando il principio della biomimetica, è verificare la quantità e la qualità degli elementi inquinanti del terreno e l’efficacia delle bonifiche. Quest’anno è in partenza invece il progetto “Growbot” il cui scopo è realizzare robot che si comportino come fanno alcune piante rampicanti, arrampicandosi e adattandosi all’ambiente circostante così da poter essere integrati nelle future smart cities e dimostrando, con l’integrazione del recente progetto dell’ “Oleandro Nerum” che le verdi fronde potrebbero presto diventare una delle sorgenti di energia elettrica accessibile in tutto il mondo. Gli scienziati dell’IIT stanno estendendo la loro ricerca anche ad altre parti e prodotti delle piante, come le foglie, i semi e le pigne. Per le grandi aspettative a riguardo la Commissione europea ha, intanto, voluto stanziare 7 milioni di euro per i prossimi 4 anni.

Sono molte, e per gran parte ancora inesplorate, le potenzialità dei plantoidi: la nuova generazione di robot che sta “crescendo” nel nostro mondo. Macchine che non somigliano all’uomo né ad alcun animale, la cui missione è quella di replicare il “movimento” delle piante, immobili solo in apparenza, e dirci, ad esempio, se un terreno è inquinato, analizzando la composizione chimica del suolo e fornendo alle aziende agricole magari un report completo su quali concimi servono e in quali dosi, evitando di stipare nel terreno dosi eccessive di fertilizzante. Chi lavora a questa tecnologia non ne parla solo come di un robot ma anche come "un nuovo paradigma di movimento": una macchina che, imitando la straordinaria capacità delle piante di vivere e riprodursi in ogni situazione, potrebbe aprire nuovi scenari anche nel campo dell’efficienza e del risparmio energetico.

Alberto Azario

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Thu, 13 Jun 2019 18:39:57 +0000 https://www.albertoazario.it/post/488/energia-pulita-nasce-in-italia-la-pianta-ibrida-che-genera-elettricita alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti elettrici: esempi virtuosi nonostante l’apparente giungla normativa https://www.albertoazario.it/post/487/rifiuti-elettrici-esempi-virtuosi-nonostante-l-apparente-giungla-normativa

Ogni anno tra smartphone, computer ed elettrodomestici di ogni dimensione, secondo le statistiche diffuse a fine 2018 dalle Nazioni Unite, vengono prodotti al mondo 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici (il cosiddetto e-waste).

I principali problemi derivanti da questo tipo particolare di rifiuti sono sia la presenza di sostanze considerate tossiche per l’ambiente, nonché la non biodegradabilità di tali apparecchi, sia lo spreco economico che ne deriva in caso di non adeguato smaltimento (si stima, infatti, che i prodotti erroneamente buttati in discarica possano avere un valore superiore ai 50 miliardi di euro se altresì correttamente smaltiti). E così, complice l’obsolescenza programmata, o una comunicazione a volte non perfettamente chiara ed adeguata, rimane il fatto che oggi lo smaltimento di questi particolari rifiuti sia un problema piuttosto complesso e, nonostante le varie legislazioni emanate a livello nazionale e internazionale, di difficile risoluzione nell'immediato. Oggi solo il 20% della produzione annuale di e-waste viene avviata verso processi di recupero e riciclo, mentre la parte restante termina in discariche o viene illegalmente esportata nelle nazioni in via di sviluppo. Con un corretto riciclo sarebbe invece possibile recuperare oro, platino e altre "terre rare" che potrebbero poi essere riutilizzate nella produzione di nuovi dispositivi elettronici. Anche se rappresentano appena il 2% del peso dei rifiuti che finiscono in discarica, i dispositivi elettronici contengono, infatti, il 70% dei materiali e sostanze pericolose. Oltre ai metalli preziosi nei rifiuti elettronici sono, infatti, presenti anche sostanze altamente inquinanti (si pensi agli acidi disciolti nelle batterie al litio) che potrebbero causare gravi danni alla salute delle persone ed allo stesso territorio (specie in quei paesi che accolgono la maggior quantità di rifiuti tecnologici provenienti dai Paesi esteri).

L’acronimo di “Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche” è il termine RAEE con il quale identifichiamo tutti quei dispositivi alimentati elettricamente che, per un motivo o per un altro, sono stati gettati nella spazzatura. Ad oggi è una Direttiva dell’Unione Europea, la 2012/19/UE, che regolarizza la raccolta e lo smaltimento di questi rifiuti nel nostro Paese dove la raccolta dei RAEE viene eseguita in base ai principi del metodo multi-consortile: sono, infatti, gli stessi produttori (o venditori) di dispositivi elettronici a doversi occupare del loro ritiro e dell'avvio verso processi di riciclo e recupero dei materiali di costruzione. Entro la fine di quest’anno il target di raccolta europeo dovrà raggiungere il 65% in peso delle AEE (apparecchiature elettriche ed elettroniche) immesse sul mercato. Oggi in Italia siamo però, attestandoci al di poco sopra al 36%, ancora lontani dagli obiettivi stabiliti a livello europeo. Un dato questo che deriva dalla mancanza di regole più rigide e sopratutto perché flussi molto importanti di questi rifiuti vengono ancora gestiti in maniera sommersa senza rispettare le regole del sistema: un sistema che consente ancora ad altri operatori al di fuori dei consorzi di commercializzare e acquistare questi rifiuti. Occorrerebbe a riguardo invece un decreto ministeriale in grado sia di definire gli standard che un impianto debba possedere per trattare i rifiuti elettronici, sia di fare emergere il flusso sommerso di questi rifiuti (che rappresenta almeno il 30% del totale dei rifiuti elettronici generati) obbligando chi gestisce i RAEE a dichiararli. Esistono fortunatamente, però anche esempi virtuosi di impianti che in Italia trattano RAEE, ne è un esempio quello di San Giuliano Milanese di proprietà del Gruppo Green Holding (che con una superficie di 2.930 m2 è autorizzato allo stoccaggio di rifiuti speciali pericolosi e non, per complessivi 950 m3). L’impianto, altamente specializzato per il trattamento di rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata e dalla micro-raccolta, è, infatti, dotato di soluzioni tecnologiche d’avanguardia per il recupero dei materiali riutilizzabili che l’anno reso, soprattutto negli ultimi anni, un punto di riferimento per gli operatori del settore per l’attività di stoccaggio e smaltimento di rifiuti provenienti da scoibentazioni di amianto in fibre libere, lane minerali e fribrocemento nonché lampade al neon contenente mercurio.

Secondo i dati presentati dal Centro di Coordinamento RAEE nell’undicesima edizione del “Rapporto Annuale sul Sistema di Ritiro e Trattamento dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche in Italia” i risultati nazionali riferiti al 2018 possono dirsi soddisfacenti, registrando essi stessi un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, grazie all’impegno di tutti i gestori della raccolta, siano essi Comuni, aziende della gestione rifiuti oppure distributori e installatori di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Dati questi che possono sensibilizzare chi pone in essere le attività di controllo affinché ci sia certezza delle destinazioni che prendono questi RAEE, con la speranza che siano correttamente trattati e si proceda poi al recupero di tutti i materiali contenuti. Fondamentale sarebbe poi che l’infrastruttura presente in Italia venisse ulteriormente potenziata nella maggior parte delle regioni, nonché migliorata la diffusione di informazioni sulla gestione corretta dei RAEE, attraverso una comunicazione opportunamente indirizzata a diffondere ancor di più la cultura della differenziazione. Spiegare il danno ambientale ed economico legato al mancato riciclo può spingere, infatti, i cittadini a sensibilizzarsi sull’argomento e far crescere ulteriormente la raccolta, specie se l’informazione sui servizi in atto per attuarla sono chiare e precise (come, ad esempio, l’uno contro zero in base al quale i gestori della grande distribuzione organizzata sono tenuti al ritiro dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche di piccole dimensioni senza alcun obbligo di acquisto).

Alberto Azario

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Mon, 10 Jun 2019 18:47:04 +0000 https://www.albertoazario.it/post/487/rifiuti-elettrici-esempi-virtuosi-nonostante-l-apparente-giungla-normativa alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Utilizzo delle risorse boschive: legno eccellenza d’Italia nell’economia circolare https://www.albertoazario.it/post/486/utilizzo-delle-risorse-boschive-legno-eccellenza-d-italia-nell-economia-circolare

Le attività dell'uomo (e l'uso di energia/materia ad esse connesso) provocano rilevanti emissioni di CO2 e di altri gas che incrementano l'effetto serra naturale, determinando alla fine un riscaldamento climatico globale. Almeno in parte oggi esiste una soluzione, accanto alla riduzione delle emissioni: lo storico Protocollo di Kyoto individua, infatti, l’assorbimento forestale di gas serra quale strategia utile per il contrasto al cambiamento climatico. Tutto nasce dalla volontà dei vari organismi profit e non-profit, amministrazioni locali e anche singoli cittadini, di “azzerare” o diminuire la propria impronta ecologica attraverso la riduzione e la compensazione delle emissioni di cui sono responsabili. Compensazione (si utilizza qui in maniera più precisa il termine “Carbon Off-set”) che si ottiene grazie all’adozione di nuove tecniche o tecnologie produttive e/o colturali rispetto alle tecniche produttive e/o colturali precedentemente adottate, e/o per l’assorbimento a opera di formazioni forestali con progetti di forestazione e riduzione della deforestazione e degradazione delle foreste. La misura e la gestione delle proprie emissioni rappresenta, inoltre, per imprese e aziende, un fattore sempre più importante di distinzione e competitività nonché un investimento spesso in “green marketing” per il miglioramento della propria immagine in un mercato sempre più attento alle problematiche legate al cambiamento climatico. Se da una parte, quindi, si tende oggi a “compensare,” dall’altra parte è direttamente il riciclo l’altro modo in cui si affronta il tema importante dell’utilizzo delle risorse boschive. Ai più potrà, infatti, sembrare strano, ma dalla cassetta di legno per la frutta alla cucina di casa o dal pallet al mobile della camera, il passo è breve. Tutto ciò avviene nel ciclo economico del recupero del legno, un esempio virtuoso di quella che ormai tutti conoscono come “economia circolare”. Tutto questo è possibile grazie ad una filiera basata sul riciclo e sul recupero del legno post consumo, che in Italia ha il suo punto di riferimento nel Consorzio Rilegno (composto da 400 piattaforme di raccolta, 14 impianti di riciclo e 4.400 Comuni convenzionati) capace ogni anno di recuperare e avviare a riciclo circa 2 milioni di tonnellate di legno da imballaggi (cassette per la frutta, pallet, casse, bobine per cavi, ecc.) e dalla raccolta differenziata urbana.

In un recente studio intitolato “Il sistema circolare della filiera legno per una nuova economia” i ricercatori del Politecnico di Milano hanno analizzato i diversi attori economici che lavorano in Italia in questo importante settore delineando un quadro promettente e che ha tutte le carte in regola per portare grandi risultati in termini economici e occupazionali, anche in futuro, se le politiche lo supporteranno a dovere , magari con interventi importanti sulla fiscalità che incentivino realmente le imprese al cambiamento. Nel nostro Paese, diversamente da quanto accade in Europa, dove il legno post consumo viene prevalentemente bruciato per produrre energia, esso viene da noi riciclato e riutilizzato, consentendo di produrre pannelli per l’arredo senza bisogno di consumare legno vergine. Si risparmia così sia l’uso di foreste nostrane, sia un consumo di CO2 di circa 1 milione di tonnellate, circa il 2% della CO2 prodotta complessivamente in Italia. Anche il settore del legno d’arredo, dal punto di vista della eco-sostenibilità, risulta ben avviato. Le aziende di settore orientandosi verso prodotti maggiormente eco-compatibili, hanno imparato ad utilizzare materiali riciclati, riciclabili e con minore impatto ambientale; migliorando allo stesso tempo la qualità del lavoro grazie all’utilizzo di energie rinnovabili e recuperando gli scarti da lavorazione. Questo ha permesso alla nostra filiera di essere la prima al mondo per percentuali di riciclo con oltre il 95% del legno raccolto che viene riciclato e riutilizzato, ad esempio, per creare nuovi pannelli totalmente costituiti da legno recuperato. Questo porta, potenzialmente, un albero a sopravvivere, un imballaggio in meno a finire in discarica e completa correttamente il ciclo economico della filiera del legno-arredo, una delle più all’avanguardia, tra i settori manifatturieri italiani e tra le filiere del legno arredo europee, sul tema dell’economia circolare, che ha proprio nel recupero e nel riciclo i suoi assi portanti. Un effetto ambientale importante, accompagnato dalla capacità di creare sviluppo e occupazione. L’impatto economico sulla produzione nazionale delle attività della filiera del recupero del legno post consumo è stimabile, infatti, secondo il rapporto del Politecnico, in circa 1,4 miliardi di euro, mentre il contributo sull’occupazione è di quasi 6 mila posti di lavoro complessivamente sostenuti in Italia. Il quadro che esce dallo studio sul settore è un esempio di come una filiera del legno correttamente gestita possa veramente appartenere al genere delle «politiche e azioni win-win», quelle dove tutti i giocatori vincono e, cioè, dove le «soluzioni meno invasive nei confronti dell’ambiente siano anche quelle economicamente più sostenibili», non a caso la ricerca si intitola proprio «Il sistema circolare della filiera legno per una nuova economia».

In poco più di 20 anni il sistema del recupero e del riciclo del legno ha creato una ‘nuova’ economia che ha prodotto risultati importanti: oltre l’85 per cento del legno riciclato viene oggi trasformato, infatti, in pannelli truciolari e in pdf, assorbiti 65 volte su cento dall’industria del mobile. E poi c’è l’edilizia, sempre di più, poiché con la pasta di legno derivante dal riciclo si fanno anche blocchi in legno-cemento per le costruzioni, E c’è la pasta chemimeccanica per l’industria cartaria, e c’è il compost. Solo una parte residuale, come già detto, viene destinata alla «produzione di energia», percentuale che in molti degli altri Paesi europei è letteralmente rovesciata e che, almeno in questo settore, colloca l’Italia tra i Paesi più virtuosi. Anche nel nostro Paese, fino a qualche anno fa, gli incentivi premiavano maggiormente chi gli scarti del legno li mandava in una fornace piuttosto che in una piattaforma di riciclo. L’Unione europea, dove, vale la pena ricordarlo, due terzi dell’energia rinnovabile che si produce si basa sulla combustione di legno ed altri tipi di biomassa, considera ancora il legno da ardere una “fonte rinnovabile”. Peccato che, almeno da come viene evidenziato secondo uno studio pubblicato sempre lo scorso anno dalla European climate foundation, «bruciare il legno delle foreste nei forni e nelle centrali elettriche produce emissioni di gas serra superiori a quelle prodotte dai combustibili fossili». Ben venga allora, per una volta da noi prima che altrove, la tendenza italiana a seguire principalmente la strada del recupero e del riciclo.

Alberto Azario

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Fri, 26 Apr 2019 16:26:47 +0000 https://www.albertoazario.it/post/486/utilizzo-delle-risorse-boschive-legno-eccellenza-d-italia-nell-economia-circolare alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Acqua: l’esempio di Singapore per ricordarci il valore di questo bene prezioso https://www.albertoazario.it/post/485/acqua-l-esempio-di-singapore-per-ricordarci-il-valore-di-questo-bene-prezioso

Nel 1992 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha deciso di dedicare al più celebre tra gli elementi terrestri un’intera giornata: quella del 22 marzo. In quella data si celebra, ormai da diversi anni, la giornata mondiale dell’acqua, il bene più prezioso per la nostra vita, ma troppe volte sottostimato. L’acqua è, infatti, un bene fondamentale ed estremamente delicato; una risorsa al centro della vita sulla terra, ma che sempre più spesso – e soprattutto in zone del mondo già compromesse dal punto di vista dell’accesso ai beni primari - risulta inquinata o difficilmente reperibile. Proprio per questo l’Onu ha deciso che il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2019 è “Water for all: leaving no one behind”. Acqua per tutti, non lasciando indietro nessuno. È un auspicio per il futuro, ma soprattutto un obiettivo che va perseguito già   nel presente. Ma perché c'è bisogno di una Giornata Mondiale dell'Acqua? Perché i dati sulle risorse idriche del pianeta sono sconfortanti: l'allarme che l'ONU ha lanciato nel 2018 parla di un crescente fabbisogno d'acqua, per cui la domanda globale di acqua corrente aumenta al ritmo costante dell'1% all'anno, al punto che fra 30 anni potremmo aver bisogno del 30% di acqua in più, in un mondo che ne dispone sempre meno. A quel punto l’acqua potrebbe diventare una risorsa scarsa per circa 5 miliardi di persone.

Un bene primario di cui ci sarà sempre maggiore richiesta, un diritto troppo spesso violato: l'acqua è fondamentale sia per il benessere economico, sia sociale, ma è proprio ai paesi più poveri che viene venduta a caro prezzo, mentre i paesi più ricchi hanno maggiore facilità di accesso (il 94% di Europa e Nordamerica è coperto da servizi idrici gestiti in sicurezza, la cifra in Africa si abbassa al 24%). Più di due miliardi di persone vivono così in paesi sottoposti a livelli elevati di stress idrico, definizione con cui intendiamo “il rapporto tra i prelievi totali annui di acqua dolce dei principali settori dell’economia, incluse le necessità idriche ambientali, e il totale delle risorse rinnovabili di acqua dolce, espresso in percentuale”. Alla richiesta di maggior acqua potabile per il Pianeta va di pari passo il tema, anch’esso preoccupante, dell’inquinamento delle falde acquifere a causa degli scarichi industriali. Tema che, fortunatamente, è entrato recentemente anche nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile con l’obiettivo di diminuire l’utilizzo di sostanze chimiche nelle acque reflue. Nella stessa Agenda si parla, inoltre, del diritto di base all’accesso all’acqua pulita ed a servizi igienico-sanitari adeguati, prerogative indispensabili per appianare le esistenti disuguaglianze socio-economiche. Dati alla mano, nel 2015 oltre 2,1 miliardi di persone, il 29% della popolazione globale, ancora non aveva accesso a servizi di fornitura di acqua potabile gestiti in sicurezza, mentre 844 milioni di persone erano escluse da servizi di base di fornitura dell'acqua potabile. Sono poi almeno 159 milioni al mondo le persone che bevono acqua, senza filtri alcuni, direttamente dalla fonte, come fiumi o laghi, mettendosi così nella condizione di incorrere in malattie e infezioni gravi, come colera, diarrea, epatiti o dissenteria. Tanto è vero che nelle zone di conflitto sono più i bambini uccisi da un’acqua non sicura che da proiettili, (come spiega ad esempio il rapporto "Water Under Fire”). Va ricordato ancora una volta, quindi, che il diritto all’acqua potabile non è temporaneo, non può essere revocato e non è soggetto all'approvazione degli Stati: deve poter essere garantito a tutti senza distinzioni in quanto fondamentale per sostenere la salute delle persone e garantire la loro dignità di esseri umani. Tra cambiamenti climatici, povertà e cattiva gestione, l’acqua, elemento semplice quanto prezioso, è un bene che dobbiamo imparare a preservare. Nonostante la superficie terrestre sia ricoperta al 70% di acqua quella a disposizione è pochissima. A fare i conti precisi ci ha così provato l’Economist rivelando che il 70% fa riferimento al mare, che comprende il 97,5% di tutta l’acqua sul pianeta. Questa è acqua salata. L'1,75% di quella presente sulla Terra è ghiacciata. Di fatto dunque, scrive il settimanale inglese, il mondo può contare solo sullo 0,75% dell'acqua dolce disponibile che proviene dalle falde. Con questa percentuale e con l’aumento mondiale di richiesta di acqua potabile risulta, quindi, che, già entro il 2030, settecento milioni di persone in tutto il mondo potrebbero essere i nuovi profughi provocati dalla drastica mancanza d’acqua.

Ma non tutto è negativo ed anzi proprio certe realtà vanno prese oggi come esempio. Realtà come quella di una piccola isola senza sorgenti, con riserve idriche limitate, una popolazione in rapida crescita e un’economia in espansione: Singapore. La città-stato ha saputo in poco tempo diventare, anche per essere meno dipendente dalla Malesia suo unico fornitore di acqua, un leader globale nella tecnologia di riciclo e conservazione dell’acqua. Singapore potrebbe insegnare oggi ad altri Paesi ad evitare le perdite idriche attraverso l’uso dei big data,  o ispirare gli stessi grazie alla sua iniziativa rivoluzionaria NEWater la quale, ripulendo le acque reflue e applicando ulteriori processi di trattamento (come microfiltrazione, osmosi inversa e disinfezione con ultravioletti), punta a rendere disponibile nuova acqua potabile, nonché riutilizzabile nelle industrie. Singapore risulta essere un Paese piccolo, ma dalla grande intraprendenza, nel quale la scelta di riciclare le acque di scarico è stata tanto audace quanto necessaria. Il tema della conservazione è destinato a diventare via via centrale anche in numerose altre parti del mondo. Ma il know-how tecnologico da solo non è sufficiente per alimentare una rivoluzione nel settore dell’acqua: occorrono, infatti, anche l’investimento di capitali e le modifiche nelle abitudini dei consumatori. Nonché, infine, la garanzia che la sicurezza e la conservazione dell’acqua diventino saldamente punti fondamentali nell’agenda politica e legislativa dei nostri Paesi.

Alberto Azario

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Thu, 18 Apr 2019 17:00:40 +0000 https://www.albertoazario.it/post/485/acqua-l-esempio-di-singapore-per-ricordarci-il-valore-di-questo-bene-prezioso alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Idrogeno dalla Plastica: nasce così il carburante del futuro? https://www.albertoazario.it/post/484/idrogeno-dalla-plastica-nasce-cosi-il-carburante-del-futuro

L’enorme quantità di rifiuti di plastica che produciamo ogni giorno è uno dei maggiori problemi ambientali che ci troviamo a dover affrontare nel nostro tempo. Per questo, in questi anni, in tutto il mondo, innovatori e scienziati hanno cercato nuove soluzioni di riciclo e non solo che rispondessero all’emergenza. Notizia di questi giorni è stato l’accordo siglato tra Eni e Corepla, che si occupa in Italia della raccolta, del riciclo e del recupero degli imballaggi in plastica, per avviare progetti di ricerca destinati a produrre idrogeno dai rifiuti di imballaggi in plastica non riciclabili. Non solo in Italia, infatti, ma anche nel resto del mondo si stanno studiando e cercando utilizzi alternativi per quelli che sono i rifiuti plastici al fine di sviluppare un virtuoso e innovativo processo di economia circolare e massimizzare l’avvio a recupero. Tramite la raccolta differenziata gli imballaggi di plastica sono stati, fino ad oggi, avviati al riciclo per essere reimpiegati, prevalentemente attraverso la trasformazione in scaglie e granuli, per poi divenire nuova materia prima. Nasce così un insieme di imballaggi post-consumo costituito da plastiche eterogenee, che prende il nome di plasmix, che non può, però, essere ulteriormente riciclato e finisce così per essere destinato quasi totalmente al recupero energetico ed in piccola parte in discarica. Gli studi avviati dalle grandi aziende puntano ad invertire però la consuetudine esistente, proprio il plasmix, infatti, sarà l’oggetto di studio del gruppo di lavoro che si è costituito grazie all’accordo, il cui obiettivo è quello di avviarlo a recupero e trasformarlo in una nuova materia prima, nel caso specifico biocarburanti di alta qualità e idrogeno dalla plastica appunto. Anche l’Italia, quindi, vuole dire la sua, anche se al momento nessun dettaglio tecnico è stato fornito su come effettivamente procedere per giungere alla nascita di queste nuove materie prime.

Con il settore dei rifiuti polimerici tanti altri gruppi di studio internazionali si stanno confrontando da anni. A settembre 2018, ad esempio, un gruppo di scienziati della Swansea University ha reso noto di aver testato il reforming solare delle materie plastiche come mezzo per trasformare gli scarti in gas idrogeno. Semplificando molto la tecnica utilizzata, si tratta di aggiungere ai polimeri un materiale che assorbe la luce, di metterlo in soluzione e di esporlo ai raggi solari per trasformare quelle molecole in altre molecole. In questo modo, le particelle della plastica hanno subito una trasformazione in altre molecole tra cui quelle di idrogeno. Nell’esperimento britannico, infatti, il team di chimici ha degradato acido polilattico, PET e poliuretano impiegando sole, una soluzione acquosa alcalina ed economici punti quantici (nanostrutture di un semiconduttore) in solfuro di Cadmio. Una tecnica particolare che, oltre alla particolarità importante di non richiedere che i rifiuti siano puliti prima di essere trattati, funziona inoltre a pressione ed a temperatura ambiente, generando idrogeno puro e convertendo il polimero di scarto in prodotti organici come formato, acetato e piruvato. Un progetto questo che promette di funzionare e che, inoltre, ha il suo punto di forza proprio nel fatto di non essere molto esigente, ma anzi in grado di eliminare ogni tipo di spreco. Questo processo sarebbe, invece, anche più economico rispetto a quelli comunemente adottati per il riciclo dei rifiuti plastici: secondo quanto riporta The Balance Small Business, oggi ci vogliono circa 4.000 dollari per riciclare una tonnellata di buste di plastica. Il lavoro necessita ancora di alcuni anni per essere testato su scala industriale, ma in un futuro non lontano si può immaginare come l’idrogeno prodotto possa venire utilizzato per alimentare le auto di nuova generazione, completamente ecologiche.

Ogni anno moltissima plastica, pari a miliardi di tonnellate, viene usata e buttata e di questa solo una minima parte viene, purtroppo, riciclata per tanti e svariati motivi. Riferendosi poi al plamix nel solo 2017 i numeri presentati da Corepla parlano di circa 470mila tonnellate per imballaggi misti che ad oggi, considerando la frazione estranea vera e propria,  non trovano ancora sbocchi nel mercato del riciclo. Grazie alla ricerca ed alle tecnologie sviluppate si sta cercando, però, di sviluppare un percorso strategico di applicazione dei principi base dell’economia circolare e dell’attività produttiva: in un futuro non troppo lontano i rifiuti di plastica potrebbero così finire davvero per essere utilizzati per fare il pieno alle macchine ad idrogeno. Stazioni di rifornimento che in futuro, secondo gli esperti, saranno in grado di distribuire anche elettrico, gas ed idrogeno. Quest’ultimo carburante ecologico sta attirando sempre di più l’attenzione degli studiosi, manca però, almeno in Italia, ancora la volontà politica di aprire a questo settore e di conseguenza  disporre importanti investimenti a riguardo. Ed invece l’idrogeno oggi, a differenza dell'elettrico, si adatterebbe sia alle lunghe distanze sia al trasporto pesante, per questo servirebbero punti di rifornimento almeno ogni 200 km in particolare sulla direttrice adriatica e tirrenica, mentre al momento l’unico distributore, anche se mai attivato, ma potenzialmente funzionante, si trova a Roma, zona Magliana Nord sulla via di Fiumicino. Se per magia tutte le auto, le moto, gli autobus e i camion che circolano in Italia andassero a energia rinnovabile, i risparmi si potrebbero calcolare intorno ai 100 milioni di tonnellate di CO2 annue. Quando tutta l’energia per fare il pieno sarà pulita, proveniente solo da fonti rinnovabili, potremo davvero affermare di aver realizzato la rivoluzione della mobilità. Gli studi sul settore fanno, al momento, ben sperare ma vanno comunque sempre tenute in considerazione le non poche difficoltà ed insidie che spesso si presentano nel passaggio alla vera e propria industrializzazione del processo. Nel caso in cui però si riuscisse effettivamente ad ottenere a livello industriale idrogeno attraverso il processo descritto senza effetti nocivi sarebbe indubbiamente un buon passo avanti in termini di economia circolare, permettendo nel contempo l’eliminazione di rifiuti in materiale plastico e l’ottenimento di un combustibile per autotrazione assolutamente non inquinante non solo nella fase di combustione ma anche in quella di produzione

Alberto Azario

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Tue, 9 Apr 2019 17:08:27 +0000 https://www.albertoazario.it/post/484/idrogeno-dalla-plastica-nasce-cosi-il-carburante-del-futuro alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Bio-olio e bio-metano: ossia come ricavare energia rinnovabile dai rifiuti https://www.albertoazario.it/post/483/bio-olio-e-bio-metano-ossia-come-ricavare-energia-rinnovabile-dai-rifiuti

Partendo dal presupposto che dall’umido proveniente dalla raccolta differenziata di ogni cittadino si può produrre biometano sufficiente a percorrere 100 km, che diventano 6 miliardi se contiamo l’intera popolazione italiana (60 milioni), possiamo dire, in parole povere, che circa 600mila macchine potrebbero viaggiare grazie al carburante che fa bene all’ambiente e fa risparmiare soldi. Considerando questi dati risultano di fondamentale importanza l’approvazione dei vari decreti per la promozione dell’uso del biometano nel settore dei trasporti e le varie agevolazioni per le imprese a forte consumo di gas. Un sistema incentivante che ha un bilancio indicativo di 4,7 miliardi di euro e si applica a tutti i nuovi impianti per la produzione di biometano e biocarburanti ottenuti da rifiuti, residui agricoli e alghe (e a quelli esistenti riconvertiti), che entrino in esercizio entro il 31 dicembre 2022. Sta ora alle aziende accettare la sfida, e davvero tante l’hanno già fatto, per fare in modo che la raccolta dell’organico possa diventare ancora di più una risorsa per il Paese per le finalità di produzione sia di compost sia di Biometano. Il numero degli impianti ad oggi infatti non è sufficiente per soddisfare la raccolta differenziata dell’organico di tutta Italia, con il grande divario tra Nord e Sud, ne servirebbero almeno un centinaio.

Fanno ben sperare esempi come quello all’avanguardia di Gela, dove una raffineria smette di raffinare il greggio estratto dalle profondità delle rocce per rinascere in veste Green e produrre biopetrolio di alta qualità partendo dall’immondizia più povera e quotidiana, quella degli avanzi di cucina. Grazie alla tecnologia “Waste to fuel” sviluppata nei laboratori di ricerca Eni è stato avviato così il primo impianto pilota per il recupero e la trasformazione della frazione organica dei rifiuti solidi urbani (Forsu) in un bio-olio che servirà a produrre carburanti di nuova generazione. Con una capacità produttiva  giornaliera di bio-olio stimata in circa 70 chilogrammi derivati da circa 700 kg di rifiuti organici forniti dalla società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti di Ragusa, l’impianto di Gela si caratterizza, inoltre, per  la possibilità di generare un sottoprodotto di grande valore: l’acqua. Il rifiuto umido, infatti, è valorizzato non solo tramite la produzione di bio-olio e biometano, ma anche con il recupero e il trattamento di una risorsa preziosa quanto scarsa come l’acqua, che ne fa parte in proporzione pari a circa il 70%. Da impianti innovativi e moderni derivano così grandi guadagni per la collettività tutta, con una strategia improntata al modello integrato di economia circolare, si sperimentano così nuovi combustibili derivanti dal riciclo di rifiuti organici, solidi urbani, dai residui della plastica e anche dalla fermentazione delle alghe, solo per citare alcuni esempi.

Ridurre i gas serra in atmosfera è una delle altre sfide più importanti oggi nella lotta contro il riscaldamento globale. Le possibilità per realizzare questo obiettivo sono oggi fondamentalmente due: l'utilizzo di energia rinnovabile per sostituire quella prodotta con i combustibili fossili, ed il recupero e successivo stoccaggio o riutilizzo della CO2, il principale gas serra prodotto dalle attività umane. Ma nell’Italia dell’energia circolare, che sta compiendo i primi passi nella produzione di biometano da rifiuti organici, c’è già chi è pronto a portare il settore a livello successivo. Come? Associando alla produzione del carburante anche quella di gas per il settore alimentare, tagliando allo stesso tempo le varie emissioni in atmosfera.

Grazie ad un innovativo progetto italiano presto si potrà, infatti, ottenere dai rifiuti organici, in un unico processo, sia del metano come fonte di energia rinnovabile sia CO2 in forma pura per uso industriale ed alimentare. Il metodo descritto sulla rivista “Energy & Environmental Science” e sviluppato da un team di ricercatori dell'Istituto per la tecnologia delle membrane del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itm) di Rende (Cs) è stato applicato a livello industriale presso un’ azienda in provincia di Bergamo nella quale con successo la frazione organica dei rifiuti solidi urbani è stata trasformata in biogas, il quale, usato principalmente come combustibile per riscaldamento o per la produzione di energia elettrica, contiene principalmente metano e circa il 35% di CO2. La particolarità è, però, che la totalità della CO2 prodotta invece di essere rilasciata in atmosfera, grazie all’impianto viene interamente recuperata ad un elevato livello di purezza tale da poter essere utilizzata anche nell'industria alimentare (ad esempio per la produzione di acqua frizzante e di bevande gassate o per il surgelamento o l'imballaggio di alimenti in atmosfera controllata sostituendosi ai più ben dannosi conservanti). Nell'impianto di Montello dove è stata eseguita la sperimentazione vengono prodotti circa 3000 metri cubi di metano all'ora, sufficienti per il fabbisogno di oltre 20 mila famiglie. Allo stesso tempo, le 7000 tonnellate circa di CO2 prodotte ogni anno, possono ora venire recuperate assumendo, inoltre, un importante valore commerciale. Un vantaggio di questa tecnologia è che può essere applicata a tutti i rifiuti organici, non solo domestici ma anche provenienti da agricoltura, allevamenti e industria alimentare, per produrre ancora più energia rinnovabile e ridurre ulteriormente l'emissione di gas serra fornendo così un notevole contributo nella lotta contro i cambiamenti climatici ed un'economia più sostenibile.

Alberto Azario

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Mon, 25 Mar 2019 20:00:25 +0000 https://www.albertoazario.it/post/483/bio-olio-e-bio-metano-ossia-come-ricavare-energia-rinnovabile-dai-rifiuti alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La corsa ad ostacoli dell’economia circolare: un decalogo per ripartire https://www.albertoazario.it/post/482/la-corsa-ad-ostacoli-dell-economia-circolare-un-decalogo-per-ripartire

Troppo spesso nel nostro Paese il quadro legislativo si presenta inadeguato e contraddittorio tant’è vero che oggi l’economia circolare in Italia sembra costretta ad una corsa ad ostacoli normativi, peccato poiché più riciclo vorrebbe dire anche meno rifiuti, meno sprechi, meno emissioni, ed allo stesso tempo, nuovi posti di lavoro e investimenti. Molti sono giunti a questo parere, me compreso, eppure investire sull’economia circolare converrebbe sia al bilancio dello Stato, sia all’ambiente sia alla salute dei cittadini. In occasione del convegno “La corsa ad ostacoli dell’economia circolare in Italia” si è parlato proprio di questo, occasione in cui tra l’altro Legambiente ha presentato un decalogo per sollecitare Governo e Parlamento a fare di più per un settore fondamentale ed imprescindibile per l’economia del Paese. Già due anni fa era avvenuta la denuncia sul fatto che in Italia l’economia circolare fosse incoraggiata a parole ma «ostacolata da una normativa ottusa e miope» per un cambiamento che ancora oggi tarda ad arrivare nonostante il 2018 sia stato l’anno dell’approvazione del pacchetto europeo sull’economia circolare. Tempo è ora di attuare tale disposizioni comunitarie, ma finché ciò avvenga è importante prima eliminare gli ostacoli non tecnologici che nel nostro Paese sono ancora presenti.

I primi quattro punti del decalogo si riferiscono alla definitiva approvazione delle norme sull’End of waste, all’implementazione di ulteriori impianti per il riciclo ed il riuso, all’autosufficienza delle regioni (introducendo una tariffa puntuale e obbligatoria per ridurre e prevenire la produzione dei rifiuti grazie ai sistemi di raccolta domiciliare), ad una nuova eco-tassa sui rifiuti in discarica basata sui quantitativi pro capite di secco residuo smaltito. Del primo punto molto si discute da tempo: il 33% dei rifiuti urbani e speciali (pari a circa 55 milioni di tonnellate, su un totale di 165 milioni, che comprende anche quelli pericolosi) sono in attesa, infatti, dei decreti “End of waste (EOW)” per semplificare il loro riciclo, sottraendoli alla discarica legale o abusiva. Questo è un primo passo da fare che non può più essere rimandato, il riciclo dei rifiuti va, infatti, semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva in discarica, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto. La normativa europea di recente approvazione è dopotutto chiara: entro il 2035 dovrà essere avviato a riciclo almeno il 65% dei rifiuti e conferito un massimo del 10% in discarica, indirizzando così il rimanente 25% a recupero energetico. In Italia non vi è ancora, però, un’adeguata rete impiantistica a supporto di queste operazioni, che richiedono per essere attuate una gerarchia precisa, inoltre la scarsità degli impianti industriali dedicati fa sì che in molti contesti territoriali si assista ancora oggi ad un trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero (emblematico il caso di Roma dove circa 1/3 dei rifiuti vengono portati fuori provincia o regione). Intanto le filiere del recupero sono a rischio, mettendo in pericolo le migliaia di posti di lavoro collegati, fino a palesare in alcuni casi rischi per i servizi di igiene urbana. Un immobilismo che, paradossalmente, incide soprattutto sulla capacità di inseguire uno sviluppo più sostenibile e che ci racconta un Paese immerso nelle contraddizioni e diviso tra il sostegno in politiche green, diffuso tra gli opinion leader, e le reazioni “Nimby” (acronimo di “Not in my back yard” - non nel mio cortile) riservate a questi progetti sul territorio. Nell’era del dissenso di fronte a tutto in cui stiamo vivendo le contestazioni sul tema invece calano, calano proprio perché diminuiscono le opere in cantiere, immagine plastica questa di un Paese fin troppo bloccato. Necessario sarebbe qui, invece, ripartire dalla certezza del diritto, dall’ascolto attivo del territorio e da una politica più coraggiosa che non abbia paura di affrontare e gestire il malcontento, per investire davvero nella modernizzazione e nello sviluppo del Paese. Maggiore senso di responsabilità e confronto aperto sulla comunicazione sarebbe l’unica soluzione per continuare ad andare avanti senza freno a mano tirato.

Ulteriori proposte presentate dall’associazione ambientalista sono quelle legate alla costruzione di un mercato dei prodotti realizzati con le norme relative al Green Public Procurement, nonché l'applicazione obbligatoria dei Criteri ambientali minimi nelle gare d'appalto; al rafforzamento del sistema dei consorzi obbligatori; la garanzia di  controlli maggiori lungo tutta la filiera dei rifiuti, urbani e speciali, per combattere la concorrenza sleale e i traffici illeciti; un ulteriore contrasto alla vendita dei sacchetti fuori legge e l’approvazione in tempi rapidi del disegno di legge Salvamare sulla plastica monouso, ed, infine, l’abbattimento dell’uso della plastica per l’ortofrutta nei supermercati. Si parla qui di “una nuova economia, più sostenibile e a basso impatto ambientale, che proprio in Italia ha trovato un terreno fertile grazie alle tante realtà virtuose presenti sul territorio che, però, lamentano di essere lasciate sole e in forte difficoltà per un quadro legislativo inadeguato e contraddittorio”. Investire sull’economia circolare conviene invece: al bilancio dello Stato perché riduce le importazioni di materie prime, all’ambiente e alla salute dei cittadini. Citando le parole conclusive del Presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani: “L’economia circolare non è solo un modo per uscire dalle tante emergenze rifiuti ancora dislocate in Italia, vuol dire creare investimenti, occupazione ed economia sul territorio, ma bisogna avere il coraggio di andare in questa direzione.”

Alberto Azario

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Thu, 14 Mar 2019 19:06:48 +0000 https://www.albertoazario.it/post/482/la-corsa-ad-ostacoli-dell-economia-circolare-un-decalogo-per-ripartire alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Nimby e Nimto bloccano lo sviluppo sostenibile, e l’Italia rimane immobil https://www.albertoazario.it/post/481/nimby-e-nimto-bloccano-lo-sviluppo-sostenibile-e-l-italia-rimane-immobil

L’acronimo Nimby (“Not in my back yard”, ossia “non nel mio cortile”), viene utilizzato oggi per descrivere il rifiuto da parte delle comunità locali verso nuove infrastrutture, impianti o mutamenti sociali in un determinato territorio.

Ci si riferisce in questo modo ad un fenomeno attuale ed estremamente ampio, connesso alla difesa di interessi specifici (che possono essere economici, politici, e personali) consolidati contro un interesse generale, che finisce per assumere i connotati di una battaglia ideologica o politica. Politica che oggi è anche uno dei primi attori dinamici di questo fenomeno, non a caso l’altro termine utilizzato è quello di Nimto (“Not in my terms of office” ossia “non durante il mio mandato elettorale”). Un atteggiamento che si può facilmente definire “di comodo” scelto dai governi per non correre rischi. A bloccare la realizzazione di opere infrastrutturali a volte è, quindi, la stessa politica che in situazioni spinose, per non perdere consenso elettorale, preferisce non legiferare.

Due termini inglesi per un fenomeno molto italiano, come “due facce della stessa moneta, correlate l’una all’altra” come ha spiegato anche Alessandro Beulcke, presidente del Nimby Forum. Questa associazione, attraverso l’Osservatorio media permanente, registra tutte le contestazioni che avvengono contro opere di pubblica utilità ed insediamenti industriali in Italia; un lavoro svolto da tredici anni e che nell’ultimo anno preso in esame, il 2017, ha raggiunto il numero più basso di sempre: solo 80 i casi censiti (-31,6% rispetto ai 119 nuovi focolai apparsi nel 2016), che arrivano a 317 contando quelli storici (contro i 359 censiti nel 2016, -11,7%). Ma non si tratta di una buona notizia, anzi. Non ci si lamenta di meno, infatti, perché le opere vengono accettate di più, ci si lamenta di meno semplicemente perché sono molte meno le opere che oggi in Italia vengono messe in cantiere. Finiamo in questo modo ad essere immagine di un Paese profondamente bloccato ed incapace di seguire uno sviluppo più sostenibile. Le imprese dinanzi a un quadro normativo incerto ed a una politica spesso irresponsabile, che preferisce giocare con il consenso anziché governare il territorio, preferiscono così investire altrove. Anche così si spiega l’ingente emorragia di capitali e la fuga di investimenti privati. L’atteggiamento irresponsabile di una classe politica che non ha colore si manifesta quando le amministrazioni locali, invece di accogliere le nuove proposte per studiarle e valutarne la validità si oppongono a priori, consolidando il proprio consenso sociale facendo leva su antiche paure, non sempre fondate. I dati mostrano, infatti, che nella maggioranza assoluta dei casi (51,6%) sono proprio enti pubblici e politica – forti rispettivamente del 26,3% e 25,4% delle contestazioni – a opporsi a impianti e opere pubbliche, seguiti dalla matrice popolare (comitati, etc) con il 34,6% e associazioni ambientaliste (9,6%). Ad aumentare, poi, una certa diffidenza, se non anche una sfiducia totale, nei confronti della politica e delle imprese attive in questo settore ci sono purtroppo anche i frequenti casi di illegalità ed i più recenti episodi di cronaca che hanno riempito i nostri media negli ultimi anni. E così la sindrome Nimby finisce per diventare quasi “istituzionale”. Vale in particolare per alcuni temi ambientali sensibili: trivelle e rifiuti in particolare. Vale per le norme 'end of waste', per gli impianti, per le attività petrolifere offshore.

Nella XIII edizione dell’Osservatorio Nimby Forum, svoltosi a Roma nelle scorse settimane, partendo dal monitoraggio di oltre 1.000 testate, si è mostrato che il comparto industriale più contestato risulta essere quello energetico con il 57,4%, con le opposizioni orientate in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (55 quelli contestati, il 73,3% sul totale del comparto); seguono il settore dei rifiuti (35,9%) e il comparto infrastrutturale (5,9%). Numeri che restituiscono ancora una volta l’immagine di un Italia immersa nelle contraddizioni e divisa tra il sostegno in politiche green, diffuso tra gli opinion leader, e le reazioni “Nimby” riservate a questi progetti su territorio per un Paese che risulta agli ultimi posti al mondo per investimenti in energie rinnovabili, con un calo che ha fatto registrare il -60% solo nel ramo dell’eolico e del fotovoltaico. Mentre, invece, come ha denunciato lo stesso Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente durante il convegno: “Per arrivare a rifiuti zero in discarica o negli inceneritori serve realizzare mille impianti di riciclo e riuso. Non c’è altra soluzione”.

Ma perché avviene tutto questo? Principalmente perché, a mio avviso, esiste una distanza troppo grande ormai tra le classi dirigenti e le istanze popolari. Non è un caso, infatti, che anche le analisi del Nimby Forum sottolineino l’importanza, in termini di accettabilità sociale dei progetti proposti, di un’informazione preventiva e trasparente da parte dei soggetti proponenti, unita al coinvolgimento del territorio a partire dalle prime fasi di progettazione. Una politica seria dovrebbe poi rassicurare la cittadinanza su tutte le verifiche che dovranno essere fatte sul tale progetto, progetto che viene messo in cantiere, infatti, solamente quando riesce ad ottenere tutte le adeguate e preventive autorizzazioni. Il grande assente, in queste dinamiche, è proprio il dialogo con gli enti locali, con i comitati e le associazioni civiche, con le organizzazioni ambientaliste, sia da parte delle aziende, sia da parte dei soggetti istituzionali. Esiste in sintesi un grandissimo problema di comunicazione che ha portato oggi ad una deriva anti-industrialista il nostro Paese.

Alberto Azario

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Thu, 7 Mar 2019 19:18:40 +0000 https://www.albertoazario.it/post/481/nimby-e-nimto-bloccano-lo-sviluppo-sostenibile-e-l-italia-rimane-immobil alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Città Smart e a zero rifiuti, ispirata dall’Europa la Cina si appresta a cambiare. https://www.albertoazario.it/post/480/citta-smart-e-a-zero-rifiuti-ispirata-dall-europa-la-cina-si-appresta-a-cambiare

Solo pochi anni fa, si parla ormai di luglio 2017, la Cina iniziava a parlare di chiusura delle frontiere alla “spazzatura straniera”. Un divieto di importazione che entrato in vigore alla fine dello stesso anno ha, di fatto, bloccato inizialmente l’import di 24 tipi di rifiuti che, mischiati ad altre materie prime, arrivavano in grandi quantità nel paese asiatico insieme ad altri rifiuti pericolosi che ne impedivano l’effettivo riutilizzo. Si è cominciato con gli stop a plastica, carta e tessuti per allargare la messa al bando anche ai rottami di auto e navi e all’acciaio. Ad oggi, infatti, sono oltre 50 le tipologie di rifiuti che non possono, o non potranno a breve, varcare i confini cinesi e l’obiettivo del Governo è quello di ridurre a zero l’import entro la fine del prossimo anno. Un tentativo questo per Pechino di affrancarsi dal ruolo di discarica del mondo che, pur mettendo in rischio gran parte del business avviato negli anni derivato proprio dai rifiuti stranieri (si parla, citando i dati del 2016, di circa il 56% delle importazioni mondiali per un valore di 3,7 miliardi di dollari), ha cercato di bloccare il degrado ambientale del paese asiatico in un momento in cui cresce l’inquinamento della terra, dei corsi d’acqua e in cui le città sono coperte da una fitta coltre di smog. Una mossa, inoltre che, pur lasciando i Paesi occidentali con un gigantesco problema di smaltimento, ha dato al gigante asiatico la possibilità di costruire una filiera nazionale del riciclo il più possibile su misura. Il blocco cinese, come sappiamo, ha avuto effetti anche su tutta l’economia del riciclo mondiale, con la maggior parte dei paesi europei e del nord America che proprio in Cina hanno inviato per anni il proprio surplus di rifiuti, aprendo però allo stesso tempo nuove discussioni sul problema e portando i vari governi a ripensare a quella economia lineare che ormai non può più continuare ad agire creando rifiuti e non soluzioni per il loro smaltimento, aprendo allo stesso tempo a quella economia circolare che invece promette, ed è l’unica possibilità che oggi abbiamo, di cambiare davvero le cose.

Nonostante la lunga serie di stop alle importazioni imposti dal Governo centrale, dopo i precedenti decenni di rapida industrializzazione e urbanizzazione, i volumi delle discariche cinesi hanno però raggiunto dei picchi insostenibili con stime che parlano di un accumulo di soli rifiuti solidi pari a circa 60-70 miliardi di tonnellate. Così proprio in questi giorni la Cina sta tornando a metter mano alla questione “spazzatura”, divenuta negli ultimi anni un problema non più rimandabile, con il lancio del progetto “Città a zero rifiuti”. Dopo un primo annuncio, in occasione del “World Cities Summit” a Singapore lo scorso luglio, in questi giorni il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese ha, infatti, presentato il documento ufficiale in cui, guardando alle esperienze europee e giapponesi e riadattandole in chiave nazionale, si pone l’obiettivo di creare nuovi centri di economia circolare “made in China” ossia creare sul territorio avanzati modelli di sviluppo e gestione urbana che “promuovano stili di vita ecologici, riducano al minimo la quantità di rifiuti prodotti e rafforzino i programmi di riciclaggio”, utilizzando al meglio le risorse e riducendo i rischi per salute e ambiente. Il governo cinese si appresta così a selezionare 10 città pilota dove implementare entro il 2020 un nuovo sistema di gestione rifiuti. “La costruzione del progetto pilota zero-waste city è di grande importanza per promuovere e approfondire la riforma globale della gestione dei rifiuti solidi urbani”, si legge dalle colonne del sito del ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, “una misura importante per realizzare una civiltà ecologica e per costruire una Cina migliore. Il nostro punta a diventare un programma replicabile per raggiungere il virtuoso obiettivo zero rifiuti”.

Ora con il nuovo progetto si tenterà di studiare misure tali da portare all’ottimizzazione delle selezione dei rifiuti solidi e migliorare la pianificazione urbana anche grazie all’utilizzo di nuovi impianti di trattamento. Inoltre, al fine di migliorare il livello di sviluppo verde urbano, il Governo intende promuovere l’adozione di stili di vita orientati verso un maggiore rispetto dell’ambiente, e diffondere nuove pratiche sia industriali sia di produzione agricola che rispettino le risorse naturali a disposizione. Per promuovere la filiera del riciclo, inoltre, Pechino ha già attuato una serie di progetti tra cui la realizzazione di nuove strutture tecnologiche dedicate alla seconda vita dei prodotti ed a un piano per il recupero delle batterie al litio. Nello specifico si parla di un centinaio di strutture su larga scala dedicate ai rifiuti solidi urbani e a quelli provenienti dall’industria, con un occhio di riguardo per prodotti di largo uso come gli imballaggi, le biciclette e i moduli fotovoltaici. Strutture queste che dovranno promuovere tecnologie, prodotti e metodi di riciclaggio avanzati e le società autorizzate ad aprire laboratori in una di queste nuove basi potranno richiedere finanziamenti governativi speciali. L’obiettivo è facile da intuire: al di là di una rinnovata attenzione ambientale, la nazione è interessata a consolidare la sua posizione nel mercato delle materie prime e prime-seconde, a cominciare da una migliore gestione delle risorse nazionali. Una mossa quasi obbligata, a mio avviso, viste anche le ultime politiche in fatto di rifiuti.

Alberto Azario

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Fri, 1 Mar 2019 11:54:14 +0000 https://www.albertoazario.it/post/480/citta-smart-e-a-zero-rifiuti-ispirata-dall-europa-la-cina-si-appresta-a-cambiare alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Edilizia Smart ed economia circolare: un futuro capace di ripensare gli spazi https://www.albertoazario.it/post/479/edilizia-smart-ed-economia-circolare-un-futuro-capace-di-ripensare-gli-spazi

L’innovazione bussa alle nostre porte e lo fa attraverso gli appuntamenti mondiali più importanti. Il percorso verso il futuro è iniziato e, pur se non è ancora chiaro come ci arriveremo, strizza l’occhio all’economia circolare ed a un mondo più sostenibile. Il CES, conclusosi da pochi giorni a Las Vegas, pur non spalancando davanti a noi scenari tecnologici rivoluzionari, conferma, però, alcune certezze su quanto stia accadendo nel mondo dell’Hi Tech. Il prossimo futuro vedrà certamente ancora di più questi termini riecheggiare nella vita di ogni giorno: 5G, AI, human-robot, AR, VR, automotive, health, resilienza e security. Molto meno certo è come questi termini entreranno nella nostra vita quotidiana e come cambieranno le nostre abitudini poiché mancano ancora le killer application in grado di rendere presente questo futuro. Ed è qui che si apre una sfida importante per le industrie e anche per il nostro Paese poiché, in questa convergenza e ibridazione di digitale e reale, potrebbe giocare un ruolo importante proprio l’Italia per le sue caratteristiche distintive capaci di farci tornare a partecipare ad una nuova rivoluzione industriale non solo da consumatori ed importatori, ma anche come provider ed esportatori. Presente al CES con 49 startup il nostro Paese è, secondo il sondaggio condotto dalla Consumer technology association (Cta), alla 25esima posizione fra i paesi capaci di creare innovazione, una classifica che (considerando criteri che vanno dalla libertà alla diversità di etnie presenti, dalla banda larga al capitale umano, fino agli investimenti in ricerca e sviluppo) vede l’Estonia sul gradino più alto del podio, seguita da Svizzera, Finlandia, Usa, Singapore e Regno Unito.

Ritornando ai termini sopra citati la rivoluzione del 5G è stata la vera protagonista di questa edizione del Ces, “una promessa molto più grande di qualsiasi cosa abbiamo mai visto con la tecnologia wireless”, come l’ha definito il ceo di Verizon, Hans Vestberg, in un tweet. La strada per arrivare al 5G non è lineare, ci potrebbero essere soluzioni di passaggio prima di arrivare all’applicazione concreta del nuovo protocollo di comunicazione wireless, ed, infine, potrebbe esserci una evoluzione always on che risolva i problemi delle applicazioni evolute in ambienti a maggiore densità. Il 5G dopotutto renderà possibili connessioni continue finora impensabili che faranno perdere centralità allo smartphone distribuendo intelligenza nell’ambiente che circonda l’uomo. La costruzione delle smart cities, delle smart factories, delle smart grid passa da qui.

 

Da Las Vegas a Bolzano, stavolta per il Congresso Internazionale di “Klimahouse” il filo conduttore è ancora una volta il concetto di Smart, per fare chiarezza stavolta sui molteplici significati che il termine assume nel campo dell'edilizia, dalla pianificazione urbana, alla progettazione dell'edificio e dei materiali da costruzione. Il convegno intende fare il punto sui progetti già realizzati, analizzando cosa ha funzionato e cosa è ancora migliorabile con l’obiettivo di spiegare quali esperienze possano essere replicabili su progetti simili in futuro, come ad esempio quella del progetto Europeo Sinfonia (un’iniziativa complessa e ambiziosa che coinvolge Bolzano e la città austriaca di Innsbruck con l’Agenzia CasaClima come partner). La grande mostra che si svolgerà il 23, 24 e 25 gennaio vedrà la partecipazione anche, tra gli altri, di Thomas Rau, architetto visionario dell'economia circolare, Gideon Maasland di MVRDV, uno dei progettisti del rivoluzionario quartiere dell'Amsterdam Valley, che ha visto nascere un bosco verticale rivoluzionario dal punto di vista sia urbanistico sociale sia ambientale, e infine Amanda Sturgeon, che negli Stati Uniti ha lanciato un protocollo di certificazione per le case che si rigenerano da sole.

Edilizia ed economia circolare, quindi, ossia una connessione non scontata, ma fondamentale: per il presente e, sempre di più, per un futuro capace di ripensare gli spazi urbani a partire dal recupero dei materiali. Non solo design, dunque, ma un approccio a tutto tondo capace di influenzare in positivo la qualità e lo stile di vita dei cittadini. L’abitare del futuro non può, infatti, prescindere dal tema della gestione e dello smaltimento dei rifiuti. Una necessità che va ripensata e integrata nella realtà domestica come un passo essenziale nell'ottica di un approccio olistico alla sostenibilità. Ed ecco, dunque, che l’analisi dei dati riguardanti la raccolta differenziata in Italia diventa fondamentale per individuare risorse disponibili e campi di utilizzo per soluzioni innovative, capaci di facilitare il rapporto di ciascun cittadino con le buone pratiche di sostenibilità quotidiana.

Quando si parla del termine Smart nel caso di materiali ci si riferisce ad un prodotto che deve saper contribuire all'efficienza energetica delle costruzioni, avere un’impronta ambientale sostenibile, partecipare e aumentare il comfort interno e garantire un buon rapporto tra costi e benefici. Ne è una particolare prova la “Home That Runs on Dunkin” abitazione di poco più di 25 metri quadrati costruita su un rimorchio per un facile trasporto in Massachusetts alimentata completamente da fondi di caffè riciclati dell’omonima multinazionale. Ennesimo esempio di come l’economia circolare possa essere al centro di progetti sempre più all’avanguardia e originali, in grado di riutilizzare in modo intelligente gli scarti, rendendoli materia prima per produrre energia sostenibile. A fronte di tali considerazioni, architettura e design, da sempre specchi e contenitori dei comportamenti di vita dei cittadini, non possono esimersi dal diventare settori chiave dell’economia circolare. Pena, la mancata buona riuscita di un modello di sviluppo e di gestione a spreco zero. 

Alberto Azario

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Thu, 21 Feb 2019 18:17:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/479/edilizia-smart-ed-economia-circolare-un-futuro-capace-di-ripensare-gli-spazi alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
End of Waste, perché non è ancora possibile trasformare i rifiuti in risorse? https://www.albertoazario.it/post/478/end-of-waste-perche-non-e-ancora-possibile-trasformare-i-rifiuti-in-risorse

Se ne discute, se ne scrive e se ne legge da mesi, “l’End of Waste” (tradotto in italiano in “Cessazione della qualifica di rifiuto”) allo stato attuale non è ancora stato adeguatamente regolamentato in Italia e anzi, ritirato dal DL Semplificazione solo pochi giorni fa, rischia di bloccare tutti quegli impianti di riciclo che permettono oggi di trasformare i rifiuti in risorsa. Ma di preciso a cosa ci si riferisce con questo termine tecnico così tanto citato ultimamente e perché il governo ha voluto bloccare le autorizzazioni di fatto mettendo in allarme tutte le imprese del settore?

Quando ci riferiamo al termine “End of Waste”, è bene chiarirlo subito, parliamo di un processo di recupero eseguito su un rifiuto, al termine del quale esso perde tale qualifica per acquisire quella di prodotto. Intendiamo, quindi, non il risultato finale, bensì il processo che, concretamente, permette ad un rifiuto di tornare a svolgere un ruolo utile come prodotto. Il termine, come spesso accade in materia ambientale, nasce in ambito europeo, precisamente nel contesto della revisione della normativa dell’Unione Europea sui rifiuti contenuta nella direttiva 2006/12/CE alla quale il Parlamento ed il Consiglio UE hanno provveduto adottando la direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008, ancor oggi conosciuta come “ direttiva quadro in materia di rifiuti”. Quest’ultima direttiva pone al primo posto della scala di priorità delle modalità di gestione dei rifiuti la prevenzione e, immediatamente di seguito, la preparazione per il riutilizzo (come specificato nell’art. 4[4]). Il concetto di cessazione della qualifica di rifiuto si inserisce, pertanto, proprio in queste prospettive, risultando in linea con l’obiettivo manifestato di prevenzione e riutilizzo di cui il processo di recupero che permette ad un rifiuto di tornare ad essere un prodotto fa parte. Ma quando un rifiuto smette di essere tale? A livello pratico, un rifiuto cessa di essere tale quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero e soddisfa le precise condizioni stabilite dall’art. 6 della direttiva quadro (ossia quando è comunemente utilizzato per scopi specifici; quando esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetti; quando la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; quando, infine, l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana). Semplificando per quanto possibile l’argomento si giunge all’ormai nota sentenza n. 1229 del 28 febbraio 2018, con la quale il Consiglio di Stato, richiamando la citata Direttiva quadro sui rifiuti (2008/98/CE), l’art. 6 in particolare, interpreta riservando in via esclusiva allo Stato la possibilità di determinare i criteri di dettaglio che, in assenza di Regolamenti europei, consentono di dimostrare il rispetto delle quattro condizioni indispensabili per la realizzazione dell’end of waste, la cessazione della qualifica di rifiuto o, in altri termini, la generazione di prodotti o di materie prime a seguito di operazioni complete di recupero dei rifiuti di cui all’art. 184-ter del D.L.vo 152/2006. Il risultato è presto detto: quando scadranno le autorizzazioni degli impianti di recupero (con l’eccezione di quelli che beneficiano delle “procedure semplificate di cui all’art. 216 del D.L.vo 152/2006), si avrà, come diretta conseguenza di questa sentenza, un parziale blocco delle attività di recupero di rifiuti.

Nei passati giorni il Governo Italiano ha, però, ritirato dal DL Semplificazione l’emendamento che avrebbe avviato a soluzione il problema del blocco delle autorizzazioni degli impianti di riciclo che permettono di trasformare i rifiuti in risorse e che ora rischiano così di finire in discarica e verso gli inceneritori, lasciando così irrisolto il problema. Così, dopo aver scampato il pericolo rappresentato da un complicatissimo e dannoso, secondo il parere di molti esperti del settore, emendamento, che il Governo aveva presentato in manovra e poi ritirato a seguito dell’azione di sensibilizzazione di Associazioni di categoria, Regioni e mondo ambientalista, siamo di fronte ad un ulteriore blocco legislativo che rischia di distruggere il buono realizzato in questi anni in Italia sul fronte dell’economia circolare, tema che è stato, inoltre, in campagna elettorale e nei mesi passati proprio bandiera di una parte dell’esecutivo ora al Governo. Il settore del riciclo italiano leader a livello europeo e base sulla quale costruire la tanto decantata ‘economia circolare’, aspetta da quasi un anno una piccola e semplice modifica normativa che risolva il problema creatosi con la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio dello scorso anno. L’ultima versione dell’emendamento “end of waste” , contenuto nella legge di bilancio approdata in Senato lo scorso 10 dicembre, pur se da una parte faceva salve le autorizzazioni già rilasciate in base al vecchio decreto ministeriale del 5 febbraio 1998 sul recupero rifiuti, non teneva conto adeguatamente dell’innovazione tecnologica sul riciclo che è maturata negli ultimi venti anni, per questo era stata bocciata da Legambiente, secondo il cui parere anziché incentivare il riciclo dei rifiuti avrebbe, invece, aumentato il flusso in discarica o negli inceneritori. Così, se tale problema non verrà risolto, inevitabilmente si potrebbe arrivare alla chiusura di impianti di riciclo, perdita di posti di lavoro, fuga all’estero di investimenti innovativi e di fatto alla riduzione dei quantitativi di rifiuti riciclati con l’aumento esponenziale dello smaltimento in discarica e negli inceneritori. Questo importante e fondamentale settore virtuoso, sia per l’economia sia per l’ambiente, necessita di ancora più attenzione da parte dei nostri legislatori, l’augurio è che presto si possa definire in maniera saggia e univoca la regolamentazione di quello che è un tema che, per troppo tempo, è stato dibattuto su giornali e tv senza esser giunto ad una adeguata, saggia ed univoca soluzione.

Alberto Azario

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Tue, 12 Feb 2019 17:36:41 +0000 https://www.albertoazario.it/post/478/end-of-waste-perche-non-e-ancora-possibile-trasformare-i-rifiuti-in-risorse alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Dall’India alle Bahamas, la lotta all’inquinamento assume dimensioni mondiali https://www.albertoazario.it/post/477/dall-india-alle-bahamas-la-lotta-all-inquinamento-assume-dimensioni-mondiali

Le battaglie contro l’inquinamento, contro i cambiamenti climatici e la plastica nei mari del mondo, assumono fortunatamente sempre più dimensioni globali. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) 14 delle 15 città più inquinate del mondo sono indiane e il “Lancet Planetary Health” dice che questa situazione provoca nel Paese ben 1,24 milioni di morti all’anno. Il governo indiano proprio in questi giorni si appresta finalmente ad approvare a tal riguardo l’atteso “programma nazionale per l’aria pulita” , una strategia che, basandosi sull’approccio collaborativo e partecipativo tra ministeri centrali, governi statali ed enti locali, si pone l’obiettivo nazionale di ridurre del 20-30% la concentrazione di PM2,5 e PM10 rispetto al 2017. Dopo una lunga attesa la versione finale dell’NCAP punta così a ridurre i livelli di inquinamento atmosferico in tutto il Paese affrontando una delle sfide più allarmanti dell’urbanizzazione: oggi, infatti, le città occupano solo il 3% della Terra, ma contribuiscono all’82% del PIL e sono responsabili del 78% delle emissioni di biossido di carbonio. Attualmente in India le concentrazioni di particolato sono  10 volte più del limite massimo fissato dalle linee guida dell’OMS per proteggere la salute umana. Gli indiani che vivono nelle metropoli del subcontinente respirano aria tossica e spesso non lo sanno. Ripulire l’aria, quindi, non rappresenta solo enormi risparmi sui costi sanitari ma ha anche grandi benefici per il patrimonio culturale e la produzione di energia rinnovabile. Previsto sarà anche un aumento delle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria in tutta l’India, anche quella rurale, un supporto tecnologico e iniziative di sensibilizzazione e formazione con la creazione di agenzie di certificazione e monitoraggio, equa ripartizione dei fondi e specifici interventi settoriali. Insomma l’India si appresta a cambiare grazie a questo importante piano d’azione quinquennale a medio termine che si interfaccerà con il National action plan on climate change (Napcc) e altre iniziative del governo indiano riguardanti i cambiamenti climatici.

Un altro imperativo categorico per l’ambiente è, però, anche quello legato al riciclo della plastica. Da una stima apparsa di recente sulla rivista “Science Advances” a oggi pare siano stati prodotti circa 8300 milioni di tonnellate di materie plastiche vergini, mentre a partire dal 2015 sono stati generati circa 6300 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui appena il 9% circa è stato riciclato, il 12% incenerito e il 79% accumulato nelle discariche o disperso nell’ambiente. Nel nostro Paese questa importante pratica è in aumento, si stima, infatti, che l’Italia arrivi a raccogliere il 50% degli imballaggi entro il 2025. Nel nostro Paese si è così sviluppata nel corso degli anni un’importante industria del riciclo tanto che nell’ultimo decennio i rifiuti in plastica avviati in discarica hanno fatto segnare un -43%, mentre quelli avviati al riciclo hanno registrato un aumento dell’80%. Con la plastica raccolta e reimmessa in produzione, è poi possibile realizzare numerosi oggetti: panchine, imbottiture dei sedili auto, trapunte e tanti altri oggetti. L’Italia si attesta, così, ad essere terza in Europa per percentuali di recupero, posizionandosi tra le prime grandi economie dopo Germania e Spagna. Tra il 2005 ed il 2017, infatti, gli imballaggi avviati al recupero, sono cresciuti in modo esponenziale, con un + 64% portando al Paese un beneficio economico di oltre 2 miliardi di euro per la materia prima non consumata, per la produzione di energia e per il risparmio di emissioni di CO2. Nel resto d’Europa, invece, gli imballaggi in plastica raccolti nel 2016 sono stati 16,7 milioni di tonnellate, più del 60% di tutta quella raccolta. C’è di più: proprio il riciclo, con il 41%, è la prima destinazione, seguita dal recupero energetico (circa il 39%) e la discarica (20%). La modalità di gestione a maggior tasso di crescita in 10 anni è stato proprio il riciclo con un +75%, che aumenterà ancora visti gli obiettivi compresi nel pacchetto europeo sull’economia circolare, il cui target relativo al tasso di riciclo dal 22,5% previsto nel 2008 è stato innalzato al 50% nel 2025 e al 55% al 2030. Sul lungo termine, la strategia dell’UE, è quella di coinvolgere il più possibile le aziende nel realizzare prodotti con materiali nuovi, completamente riutilizzabili e che quindi non generino scarti, o siano molto limitati. In Italia poi il recepimento delle quattro direttive europee dovrebbe comportare anche la modifica dei provvedimenti che ad oggi regolano la materia dei rifiuti e della loro gestione, come il D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (cd. “Codice ambientale”, recante norme, tra le altre, in materia di acque, imballaggi e rifiuti), il D.Lgs. 13 gennaio 2003 n. 36 (attuazione direttiva 1999/31/Ce in materia di discariche di rifiuti); oltre che alle norme specifiche in materia di veicoli fuori uso, pile e Raee. A livello europeo, già dal 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato alcun rifiuto in discarica, ciò a conferma del fatto che è una strada percorribile per tutti gli altri Stati membri. Strada che comporterà minori emissioni, minori impatti su suolo, aria e acque, ed un ritorno positivo in termini di innovazione, minori costi di smaltimento e di depurazione, maggiori livelli occupazionali per le imprese, anche Italiane.

Buone notizie, dunque, per l'ambiente. La strada da fare è ancora molto lunga , ma le ultime iniziative a livello mediatico, istituzionale e volontario fanno ben sperare per un futuro con meno rifiuti possibili. Ne è un ulteriore esempio quello legato all’ex sito industriale delle Bahamas adibito all'estrazione di sabbia in una vera e propria riserva marina. La trasformazione di Ocean Cay MSC Marine Reserve, l'isola delle Bahamas progettata da MSC Crociere per creare una "destinazione sostenibile". Un paradiso naturale, circondato da 64 miglia quadrate di acque protette, che ritorna al suo splendore dopo un intenso lavoro di pulizia dalle tonnellate di rifiuti industriali che ne ingombravano la superficie. Uno dei tanti esempi che ci dicono che cambiare il nostro mondo, con tanta tanta volontà e tantissimo impegno, ancora si può.

Alberto Azario

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Fri, 1 Feb 2019 18:53:01 +0000 https://www.albertoazario.it/post/477/dall-india-alle-bahamas-la-lotta-all-inquinamento-assume-dimensioni-mondiali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Economia circolare, leggi più adeguate per un settore in forte crescita https://www.albertoazario.it/post/476/economia-circolare-leggi-piu-adeguate-per-un-settore-in-forte-crescita

Si stima che entro il 2030 quasi 4,5 trilioni di dollari verranno da attività riconducibili all'economia circolare. Lecito è, quindi, domandarsi se oggi l’Italia si stia adoperando per cogliere al pieno quest’opportunità presente e futura. Con lo spettro della recessione, il recepimento della direttiva UE sull’economia circolare potrebbe quindi costituire l’opportunità di nuove regole per lo sviluppo del nostro Paese. Partendo dai dati presentati a Davos durante il “World Economic Forum” si evince che dal 1900 al 2015, a fronte di un aumento della popolazione mondiale di 4,5 volte, lo sfruttamento di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte. E con circa 9 miliardi di tonnellate di queste consumate ogni anno, di cui solamente il 9,1% viene riciclato, il passaggio da un’economia lineare ad una circolare è, quindi, sia necessario sia conveniente, specialmente per contrastare il consumo, che è sempre più rapido, di materie prime. Ma non solo poiché una buona gestione del post-consumo (ossia la raccolta e la preparazione al riuso e al riciclo) può creare lavoro, fatturato, occupazione e disponibilità maggiore proprio di materie prime. L’Italia oggi, complice la carenza di materie prime e la crescente ostilità alla realizzazione di discariche e termovalorizzatori, ha sviluppato un un sistema industriale del riciclo che è una vera eccellenza europea. Il nostro Paese può partire, quindi, in una posizione di vantaggio qualora sappia far evolvere le buone performance del riciclo nell'attuale modello di economia lineare in un nuovo modello circolare: 174,8 milioni di tonnellate di rifiuti all'anno da gestire secondo i dati più aggiornati, con più di 10.500 aziende che lavorano sul campo per un valore di circa 23,5 miliardi.

Gli attuali buchi legislativi rischiano, però, di vanificare lo sforzo di tante persone impegnate nel settore e di limitare appieno lo sfruttamento delle tante potenzialità oggi disponibili. Poco prima di Natale, ad esempio, sotto le pressioni di stampa, degli operatori e delle associazioni ambientaliste, il governo ha deciso di cancellare un emendamento di 57 righe all’interno della Legge di Bilancio 2019, che aveva messo in fibrillazione il settore delle imprese dell’economia circolare. Un settore trasversale, ma in salute e crescita, che oggi in Italia vale circa  88 miliardi di fatturato e produce 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5% del valore aggiunto nazionale (secondo la recente ricerca di Ambiente Italia e Kyoto Club intitolata “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti”). Per fare un paragone: sono cifre analoghe a quelle di tutto il settore energetico italiano o di tutta l’industria tessile. Poco inferiore a quello dell’agricoltura. Il settore impiega, inoltre, oltre 575mila lavoratori mostrandosi sempre più competitivo anche per i giovani in cerca di occupazione e per i profili professionali più specializzati.

Tuttavia è preoccupante l’incapacità della nostra politica di affrontare l’attuale blocco delle autorizzazioni per la cessazione della qualifica di rifiuto. L’impasse deriva dalla sentenza n.1229 del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 che richiama l’applicazione dell’art.184-ter del D.Lgs.152/2006, secondo cui le Regioni non possono autorizzare la cessazione della qualifica di rifiuto per i materiali che derivano dai trattamenti di riciclo dei rifiuti, perché tale competenza è mantenuta dalla norma citata in capo al Ministero dell'Ambiente, il quale dovrebbe provvedere con propri decreti (fatti salvi i casi regolati a livello europeo, limitati a pochissimi flussi). In pratica, senza nuove leggi gli impianti non potranno iniziare a operare e altri ancora resteranno fermi, con ripercussioni a catena sulla raccolta differenziata e sull’accumulo dei rifiuti, scoraggiando anche gli investimenti. Affossare l’economia circolare vorrebbe dire, quindi, chiudere ogni sbocco per la filiera del riciclo rifiuti che si traduce in un danno triplo: economico, ambientale e sanitario. Da una parte il contributo determinante che i consumatori possono dare all'economia circolare è la cura e l'attenzione con cui gestire il conferimento dei materiali e i prodotti a fine vita, tenendo conto che dovranno essere nelle migliori condizioni per essere riparati, riusati o riciclati. Dall’altra però senza le dovute e precise leggi ed attuazioni tale contributo civico importante rischierebbe di perdersi poiché se poi quei rifiuti, correttamente divisi e inviati a riciclo, non hanno un mercato che li acquista ed è in grado di trasformarli in “materie prime seconde” da usare in nuovi prodotti, quella raccolta a che serve? E soprattutto, dove va a finire?

Nei prossimi 20 mesi bisognerà modificare profondamente l'assetto normativo per poter recepire il pacchetto di direttive europee. Se Parlamento e Governo sapranno ascoltare le categorie del settore, si potrà mettere a frutto l’esperienza di questi anni. Certamente serviranno investimenti per rendere concreta la transizione da economia lineare a circolare, il vero problema è, però, ancora l’assenza, a livello governativo, di volontà e capacità per attuare un reale cambiamento di modello economico, non solamente un cambio di nome. Perché il riciclo dei rifiuti, nonostante storture e problemi irrisolti, si conferma ancora e comunque un’eccellenza italiana, anche a livello europeo, con una presenza dati in crescita nel 2017 in quasi tutte le filiere. L’anno scorso, infatti, la differenziata è cresciuta raggiungendo il 55,5% (+3% rispetto al 2016) e il riciclo dei rifiuti urbani, arrivato al 44% (+2% rispetto al 2016).

Un futuro più pulito e salutare è a portata di mano. Non dobbiamo assolutamente gettarlo via.

Alberto Azario

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Tue, 22 Jan 2019 16:24:13 +0000 https://www.albertoazario.it/post/476/economia-circolare-leggi-piu-adeguate-per-un-settore-in-forte-crescita alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Tagliare la CO2 e ridurre l’inquinamento abbandonando l’economia lineare https://www.albertoazario.it/post/475/tagliare-la-co2-e-ridurre-l-inquinamento-abbandonando-l-economia-lineare

Ogni anno gli esseri umani producono circa due tonnellate di rifiuti domestici e molti più rifiuti industriali pericolosi, elettronici, medici ed edilizi, molti dei quali vengono smaltiti in modo inadeguato. Oltretutto, il problema è destinato a peggiorare. Secondo le stime del rapporto recente “What a Waste 2.0” , la produzione dei rifiuti globali annuali aumenterà del 70% entro il 2050 anche qualora la popolazione mondiale dovesse aumentare di una percentuale inferiore alla metà di questa percentuale. Nella situazione attuale, inoltre, almeno un terzo di tutti i rifiuti a livello globale viene gettato o bruciato all’aperto. Nei paesi a basso reddito, che spendono già tendenzialmente il 20% dei loro budget municipali sulla gestione dei rifiuti, questa cifra può arrivare addirittura fino al 93% con un danno provocato alla salute umana e all’ambiente difficilmente calcolabile.

Ridurre l’inquinamento, però, oggi si può, passando da un’economia lineare, e non più sostenibile, ad una circolare dove i rifiuti vengono rimessi nel ciclo produttivo eliminando il problema delle discariche e diventando nuovi oggetti con un consumo minore di materie prime. Lo stesso modello potrebbe, inoltre, secondo recenti studi sul tema, contribuire a limitare quello che è oggi il maggiore responsabile dell’effetto serra sul nostro pianeta ossia l’anidride carbonica, meglio conosciuta come CO2. La maggiore autorità internazionale sul cambiamento climatico riconosciuta dai governi di tutto il mondo, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPPCC) ha individuato la causa dell’aumento della temperatura mondiale proprio nelle sempre più elevate emissioni di gas serra, tra cui la CO2 è la maggiore responsabile. Un aumento che deriva dalla combustione delle fonti fossili carbone, petrolio e gas naturale, ma anche da importanti processi industriali (cementifici, industria siderurgica ecc.) e  con gli Accordi di Parigi, ci siamo ripromessi di contenere nel XXI secolo il surriscaldamento climatico a meno di 2 gradi centigradi, nella migliore delle ipotesi a 1,5 , rispetto all’era pre-industriale. Per raggiungere l’ambizioso risultato si dovrebbe però limitare, o magari “catturare” ed in seguito trasformare per nuovi utilizzi, la CO2 prodotta dagli scarichi degli impianti di produzione di energia e industriali. Una recente soluzione prevede di portarla in siti di raccolta e destinarla allo stoccaggio geologico in campi petroliferi ormai esauriti o in bacini profondi di acqua salata. Questo già oggi avviene in tutto il mondo, ma con forti limitazioni dettate specialmente dai forti investimenti necessari, dagli elevati costi operativi del processo ed, infine, dalla necessità di monitorare continuamente, e permanentemente, i siti di stoccaggio utilizzati. Attraverso la tecnica detta CCS (Carbon Capture and Storage) si stima che oggi nel mondo si stocchino 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno (MtCO2/a) e con diversi progetti in corso questa cifra  potrà salire rapidamente fino a 15 tonnellate. Purtroppo, però, trasformare CO2 in qualsiasi cosa è ancora energeticamente molto costoso. Per questo motivo sono state studiate e messe a punto nuove tecniche - le cosiddette CCU: Carbon Capture and Utilization - che mirano a riutilizzare la CO2, imitando il ciclo naturale del carbonio. L’anidride carbonica può essere così utilizzata anche nell’industria alimentare, ad esempio, nella produzione di bibite gassate e simili. Molto diffusa è, inoltre, la Enhanced Oil Recovery utilizzata nell’industria petrolifera: processo con il quale si inietta anidride carbonica nei giacimenti di petrolio per smuovere e, quindi, spingere fuori più velocemente il greggio che ancora vi si trova. La CO2 rimane così  intrappolata permanentemente nel giacimento quando questo si esaurisce. Con la tecnologia attuale i più grandi limiti rimangono, però, gli alti costi energetici della trasformazione di quello che è naturalmente il composto a base di carbonio più stabile in assoluto, motivo per il quale è necessaria molta energia perché possa essere trasformato in qualsiasi altra cosa. Nei benefici di un passaggio ad un’economia circolare, dove non ci sono sprechi e l’utilità delle risorse impiegate è mantenuta e rinnovata nel tempo, la Commissione UE prevede risparmi pari a circa 600 miliardi di euro per le imprese (l’8% del fatturato annuo) e, soprattutto, una riduzione delle emissioni di gas serra pari ad oltre 450 milioni di tonnellate l’anno, dato che conferma ancora una volta l’importanza del nuovo modello di produzione di consumo per donare un contributo formidabile  alla lotta ai cambiamenti climatici.

Senza un rapido taglio dei gas CO2 e degli altri responsabili dell’effetto serra, i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla terra. L’allerta deriva da politici, tecnici, e rappresentanti mondiali i quali precisano, inoltre, che ci rimarrebbero a disposizione solo 20 anni per poter correre ai ripari. Come dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in occasione dell’apertura dell’ultimo COP24 in Polonia “anche se assistiamo a devastanti impatti climatici che causano il caos in tutto il mondo, non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza velocemente, per prevenire un’interruzione climatica irreversibile e catastrofica”. Dal 1990 l’effetto serra è, infatti, aumentato del 41% raggiungendo nell’atmosfera una concentrazione di CO2 pari a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017, livello simile a quello che aveva la nostra Terra tra circa i 3 e i 5 milioni di anni fa. Alla luce di ciò, le istituzioni internazionali potrebbero aiutare i paesi, in particolar modo i paesi a basso reddito, a pianificare e sviluppare dei sistemi di gestione dei processi necessari a limitare la produzione di CO2 all’avanguardia, provvedendo magari anche a fornire i fondi necessari. A guadagnarci potrebbe esserci la nostra società, la nostra economia e non da ultimo il clima (di tutti).

Alberto Azario

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Mon, 14 Jan 2019 17:45:25 +0000 https://www.albertoazario.it/post/475/tagliare-la-co2-e-ridurre-l-inquinamento-abbandonando-l-economia-lineare alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Arriva la conferma dall’UE, un futuro senza plastica ci attende https://www.albertoazario.it/post/474/arriva-la-conferma-dall-ue-un-futuro-senza-plastica-ci-attende

Secondo un recente studio OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), oggi al mondo solo il 15% della plastica è riciclata, il 25% viene incenerita, il 60% finisce nell’ambiente. Percentuali queste che potrebbero  presto, ci si augura, cambiare in meglio. Nella normativa contro l’inquinamento da plastica l’Europa fa netti passi avanti: Parlamento e Consiglio europeo hanno, infatti, raggiunto un accordo politico provvisorio sulle nuove norme proposte dalla Commissione europea per contrastare i rifiuti plastici alla fonte. L’obiettivo principale, come già detto, sarà di ridurre al minimo il danneggiamento dell’ecosistema, che ad oggi rappresenta un problema molto grave non solo per noi esseri umani, ma soprattutto anche per gli animali, riducendo al minimo la produzione di nuova plastica monouso. Si porrà, quindi, il divieto di commercializzare alcuni prodotti di plastica avendo alternative facili e disponibili, ma soprattutto accessibili, così che questi prodotti verranno esclusi dal mercato. Vengono banditi in questo modo i 10 prodotti in plastica monouso che più si trovano nelle spiagge e nei mari europei (come cotton fioc, posate usa e getta, aste per palloncini, buste, contenitori per alimenti e per bevande), sostituiti finalmente da altri fabbricati con materiali sostenibili per gli stessi scopi. Secondo le nuove regole gli stati europei dovranno, quindi, attuare nuovi piani sia per riciclare il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2025 sia per fare in modo che i produttori di attrezzi da pesca possano garantire che almeno il 50% di tali attrezzi venga raccolto ogni anno. Proprio le reti da pesca abbandonate ed altri attrezzi “fantasma” costituiscono, infatti, causando ingenti danni agli habitat marini, quasi la metà dell’inquinamento plastico complessivo dei nostri oceani. Le aziende produttrici dovranno contribuire, inoltre, alla gestione sostenendo i costi di bonifica dei rifiuti sensibilizzando i cittadini membri per quanto riguarda l’impatto negativo che questi prodotti hanno sull’ambiente e per migliorare la gestione dei rifiuti nel migliore dei modi. Per alcuni prodotti, infine, esisterà un’etichetta ben chiara che indicherà come dovranno essere smaltiti con l’impatto negativo sull’ambiente e se ci sarà presenza di plastica. L’accordo provvisorio raggiunto lo scorso 19 dicembre seguirà il suo iter legislativo e , se non ci saranno rallentamenti, finirà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea che per quanto riguarda gli Stati membri verrà recepita non oltre due anni dopo la sua pubblicazione e approvazione finale.

A European Strategy for Plastics in a Circular Economy è il nome dell’iniziativa europea lanciata a gennaio 2017 e volta a proteggere il nostro ambiente dall’inquinamento da plastica. I rifiuti di plastica costituiscono un problema enorme per il mondo intero e l’UE nel suo complesso con questo testo ha dato una prima prova di vero coraggio nell’affrontarlo, assumendo un ruolo di primo piano a livello mondiale contro i rifiuti di plastica nei mari. Le soluzioni adottate oggi incarnano, inoltre, la naturale continuazione di quel processo  già iniziato e volto a far progredire gradualmente, attraverso una scelta economica e ambientale intelligente, la nostra economia verso un modello più sostenibile e realmente circolare. Se le nuove misure inserite nell’iniziativa europea verranno seguite si aspettano, inoltre, risvolti positivi sia in campo economico sia ambientale: ad esempio si eviterà l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente; si scongiureranno danni ambientali per un costo equivalente a 22 miliardi di euro entro il 2030; e si genereranno risparmi per i consumatori dell’ordine di 6,5 miliardi di euro.

Il passaggio ad una reale e funzionale economia circolare porta con sé l’introduzione di nuove possibilità di innovazione, competitività e creazione di posti di lavoro. Lo dimostrano studi recenti sul tema (come il rapporto annuale di Assobioplastiche) dai quali emerge il profilo di un’industria giovane, ad alto tasso di innovazione. Nel 2017, in Italia, l’industria delle plastiche biodegradabili e compostabili, è stata rappresentata da 240 aziende, con 2.450 addetti dedicati per 73.000 tonnellate di biopolimeri prodotti, ed un notevole fatturato complessivo di circa 545 milioni di euro. Fatturato che, nel quinquennio 2012-2017, è aumentato del 49%, mentre la produzione ha avuto un incremento dell’86%, incredibile, poi, l’aumento delle persone impiegate nel campo salito di oltre il 92% nel quinquennio. Sempre nel 2017, per la prima volta dall’introduzione della legge 28/2012, con 49.500 tonnellate, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, scesi a 42.500 tonnellate dalle 45.000 del 2016. Con questi buoni dati anche le aspettative per il 2018 risultano positive con previsioni che prevedono una crescita complessiva intorno al 15% per la produzione di manufatti compostabili. I produttori italiani, inoltre,  si confermano punto di riferimento per le forniture in tutta Europa, si registra una riduzione della domanda di sacchi per la raccolta dell’umido spesso sostituiti con gli shopper e/o con i sacchetti ultraleggeri, come effetto positivo della legislazione italiana. Fanno ben sperare, poi, per l’evoluzione dell’intero comparto il fermento di un mercato fortemente motivato dalla necessità di ridurre l’inquinamento da plastica di suolo, fiumi e mari, la prossima apertura ai prodotti compostabili di paesi come Spagna e Austria, appena preceduti da Francia e Vallonia, insieme alla capacità di questi manufatti di risolvere i problemi connessi alla valorizzazione della frazione organica. Rilanciare l’economia e l’occupazione attraverso l’economia circolare, l’innovazione e la sostenibilità non è, quindi, una chimera, ma un fatto tangibile e reale.

Alberto Azario

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Thu, 3 Jan 2019 16:49:09 +0000 https://www.albertoazario.it/post/474/arriva-la-conferma-dall-ue-un-futuro-senza-plastica-ci-attende alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Sistri, per un sistema che va in pensione se ne presenta uno nuovo migliore? https://www.albertoazario.it/post/473/sistri-per-un-sistema-che-va-in-pensione-se-ne-presenta-uno-nuovo-migliore

Il vecchio sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti nato, per iniziativa del ministero dell’Ambiente, con l’obiettivo di digitalizzare il meccanismo di tracciamento dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani della Regione Campania sta per andare in pensione. Nato nel 2009 su iniziativa del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il “SISTRI” è entrato in vigore ufficialmente nel 2014 con l’obiettivo di digitalizzare tutti quegli adempimenti documentali cartacei basati sul MUD (Modello unico di dichiarazione ambientale), sul Registro di carico e scarico dei rifiuti e sul FIR, il Formulario di identificazione dei rifiuti (FIR). Un sistema che però non è mai partito davvero, sia per i continui rinvii, sia per un contributo annuale mai apprezzato da imprese e trasportatori volto a garantirne un corretto funzionamento. Così, dopo anni di malfunzionamenti, partenze a singhiozzo e polemiche, tale sistema sarà sostituito da uno nuovo, è direttamente il Ministro dell’Ambiente Costa a darne l’annuncio durante un’intervista televisiva. Secondo il Ministro, infatti, il sistema di controllo ambientale dei rifiuti va totalmente ripensato: “Non si tratta di migliorarlo – ha dichiarato Costa – ma di mandarlo in pensione. Entro la prossima primavera entrerà in funzione un nuovo sistema di tracciabilità dei 140 milioni di tonnellate di rifiuti speciali che si movimentano in Italia.” Il vecchio sistema si basava principalmente su due dispositivi: una black box, che veniva montata sui mezzi per il trasporto dei rifiuti in modo da tracciarne il percorso, e una token USB che permetteva l’identificazione e la firma elettronica. Il nuovo sistema si baserà, invece, sulle ultime tecnologie GPS e di rilevamento satellitare per mettere in rete i dati di tutti i mezzi adibiti al traffico dei rifiuti, superando il doppio binario cartaceo/digitale ed il registro di carico e scarico, digitalizzando allo stesso tempo l'intera tracciabilità dei rifiuti ed i documenti fiscali. Per fare questo, il ministro ha annunciato la costituzione di una commissione di esperti per la semplificazione ambientale, al cui tavolo si porranno anche gli imprenditori che si occupano di ambiente e gestione rifiuti.

La macchina amministrativa sembra stavolta andare avanti, con una nota tecnica proprio il dicastero dell’ambiente, lo scorso 21 settembre, ha informato della pubblicazione sul sito www.sistri.it di ben otto guide su: gestione rifiuti respinti; mini-raccolta; trasporto inter-modale; trasporto trans-frontaliero; destinatari dei rifiuti; produttori di rifiuti; regione Campania; trasportatori. Inoltre, sempre nel sito, è possibile reperire, tra l’altro, la normativa di riferimento e la raccolta delle FAQ, con le relative risposte/indicazioni fornite dal Ministero.

Inserendosi nell’insieme dell’azione politica economica che da molti anni lo Stato Italiano e le Regioni stanno portando avanti in materia di semplificazione normativa e maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione, con l’obbiettivo di ridurre gli oneri amministrativi gravanti sulle imprese sui cittadini, il Sistri è gestito dall’Arma dei Carabinieri mediante il controllo e la gestione dei processi e dei flussi di informazioni in esso contenuti. Lo scopo del sistema è di controllare in modo più puntuale la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, con particolare attenzione con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche. La lotta alla illegalità nel settore dei rifiuti speciali costituisce, infatti, una priorità del Governo per contrastare il proliferare di azioni e comportamenti non conformi alle regole esistenti e, in particolare, per mettere ordine a un sistema di rilevazione dei dati che sappia facilitare, tra l’altro, i compiti affidati alle autorità di controllo. Il SISTRI dovrebbe costituire quindi, nelle intenzioni dei nostri legislatori, uno strumento ottimale di una nuova strategia volta proprio a garantire un maggior controllo della movimentazione dei rifiuti speciali con vantaggi molteplici in termini di legalità, prevenzione, trasparenza, efficienza, semplificazione normativa, modernizzazione.

Il 1 gennaio 2019 (previsto dall’art. 12 del d.l. 244/2016) è il termine ultimo, non avendo avuto l’avallo dal Decreto Mille-proroghe per uno slittamento sospensivo al 2020, a decorrere dal quale il Sistri diventerà pienamente operativo e con esso entrerà anche in vigore il relativo regime sanzionatorio in caso di violazione o inadempimento degli obblighi derivanti dal sistema di tracciabilità. Al momento, il Sistri è una forma di controllo, obbligatoria per chi tratta rifiuti pericolosi e per le aziende con più di dieci dipendenti, le maxi sanzioni saranno dovute per la mancata oppure sbagliata tenuta, quindi, appurata irregolarità del registro cronologico e delle schede Sistri. Motivo per cui la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media impresa (CNA) che già versa un contributo pari a circa 200 milioni di euro per la gestione dei rifiuti speciali mostra tutte le sue perplessità per un sistema digitale che al momento risulta essere già molto gravoso ed ampiamente sotto utilizzato per grossi problemi di funzionamento, invitando il Governo almeno a prorogare l’azione operativa del Sistri al 2020 per adeguarsi totalmente al nuovo regime. Ci si augura che, almeno questa volta, questo nuovo sistema, un cosiddetto SISTRI 2.0, possa funzionare correttamente dal momento che, proprio una corretta e funzionale gestione dei rifiuti, può portare vantaggi sia in termini di riduzione del danno ambientale, sia di eliminazione di illegalità e di forme di concorrenza sleale tra imprese.

Alberto Azario

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Wed, 28 Nov 2018 17:13:39 +0000 https://www.albertoazario.it/post/473/sistri-per-un-sistema-che-va-in-pensione-se-ne-presenta-uno-nuovo-migliore alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La rivoluzione 4.0 sulla raccolta rifiuti: tecnologia a servizio dell’ambiente https://www.albertoazario.it/post/472/la-rivoluzione-40-sulla-raccolta-rifiuti-tecnologia-a-servizio-dell-ambiente

Efficienza, sostenibilità e riciclaggio sono le parole d’ordine della rivoluzione digitale in atto nel settore della raccolta dei rifiuti. In numerosi Paesi europei, e pure in alcune zone d’Italia si sta diffondendo l’installazione di ecocompattatori e cassonetti intelligenti dove conferire lattine e bottiglie di plastica ed ottenere in cambio buoni spesa, anche i singoli utenti possono così cominciare a guadagnare grazie alla raccolta differenziata. Un progetto semplice quanto vantaggioso, il fatto di ottenere infatti un buono spesa in cambio del conferimento di determinati materiali può rappresentare un incentivo importante per evitare che si presentino episodi nei quali il senso civico viene totalmente dimenticato, mi riferisco ovviamente ai numerosi abbandoni di rifiuti che troppo spesso siamo costretti a vedere nelle strade delle nostre città o in luoghi trasformati ingiustamente in discariche abusive a cielo aperto. Alcuni di questi servizi, ma in futuro potrebbero essere molti di più, si trovano nelle vicinanze dei grandi supermercati, eco-point dove il cittadino dopo aver inserito i rifiuti da riciclare (solitamente plastica e vetro) ottengono sia un buono sconto sia dei punti bonus da utilizzare per acquisti successivi presso diversi esercenti che hanno sottoscritto l’iniziativa. Far funzionare la raccolta differenziata può così portare effetti tangibili anche all’economia e ai piccoli esercenti che si trovano così a promuovere le loro attività attraverso questo metodo. All’estero il progetto è realtà da almeno 20 anni, un’occasione per incentivare la raccolta differenziata e, al contempo, un sistema in grado di ribaltare il concetto di rifiuto da costo a risorsa consentendo ai cittadini di risparmiare sulla spesa.

Anche i comuni cassonetti si apprestano a sfruttare l’innovazione tecnologica e a diventare smart, ne è un primo caso quelli della zona Lingotto di Torino. Isole ecologiche informatizzate e telecontrollate che presentano una svolta rispetto al tradizionale riciclo “porta a porta” dal momento che possono essere collocati sul suolo pubblico invece che dentro i condomini, dotati di serratura elettronica con sistema di identificazione dei conferimenti grazie ad una smart card associata ad ogni singolo domicilio. Per utilizzare il cassonetto intelligente l’utente deve, infatti, strisciare nell’apposita fessura la Carta regionale dei servizi (tessera sanitaria) quindi selezionare il tipo di rifiuto che intende conferire, inserendolo successivamente all’interno dello sportello dedicato che si aprirà automaticamente. L’ecoisole, dotate anche di sistema antintrusione, una volta piene avvisano in maniera automatica gli operatori del servizio di nettezza urbana per il loro svuotamento. Tra i maggiori vantaggi del nuovo sistema si presenterebbe certamente il superamento dei limiti territoriali e logistici ed una maggiore responsabilizzazione degli utenti a fronte di una minore occupazione della proprietà privata.

I nuovi cassonetti sono stati ideati, questa volta in forma sperimentale a Milano, anche per accogliere al loro interno rifiuti elettrici ed elettronici, i cosiddetti RAEE, che proprio in questi giorni hanno subito particolari cambiamenti di conferimento a seguito della nuova normativa. A partire dal 15 agosto, infatti, è entrato in vigore l’Open Scope, ovvero l’ampliamento delle categorie di prodotti a cui si applicherà la normativa sui RAEE. Si tratta di un cambio di paradigma, contenuto nel D.Lgs 49 del 2014, che include nel comparto dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche oggetti prima esclusi come chiavette USB o fusibili. La misura riguarda tutte le apparecchiature elettriche per le quali la legge non prevede un’esplicita esclusione e, secondo le previsioni, dovrebbe portare al raddoppio dei rifiuti da gestire nel comparto. Un progetto quello milanese che vuole non solamente incrementare la raccolta dei RAEE in città, ma anche incentivare la diffusione di una sempre maggiore cultura ecologica: cellulari, telecomandi, tablet non più funzionanti sono i rifiuti elettronici più difficili da intercettare a tal punto che solamente poco più del 20% segue un corretto percorso di raccolta e recupero. Eppure sono prodotti riciclabili fino a oltre il 90% del loro peso. L’idea dell’ecoisola tecnologica offre così ai cittadini una possibilità in più per conferirli in modo corretto. Pur vero è che non basta l’impegno delle Istituzioni né l’uso delle nuove tecnologie, anche se ovviamente diventa sempre più fondamentale, se poi da parte della cittadinanza non c’è un impegno preciso ed una sensibilità forte alle tematiche ambientali.

Solo in Irlanda invece, per ora, cominciano a farsi piede i primi cassonetti per i rifiuti autocompattanti, alimentati ad energia solare e connessi alla rete. Il pannello solare serve ad alimentare una batteria interna che fornisce l’alimentazione a tutto il compattatore e si attiva, solo quando due sensori avvertono che i rifiuti hanno raggiunto un certo livello, esercitando una forza di 5,3 kN ed aumentando così la capacità effettiva del contenitore ad un minimo di 606 litri equivalenti, da sei a otto volte più dello spazio fisico dei vecchi cassonetti non compattati. Un successo sorprendente fin dal 2014, data di inizio della sperimentazione, che ha visto la capacità di raccolta del sistema aumentata da circa 45.000 ad oltre 250.000 litri (a fronte di 500 cassonetti tradizionali sostituiti con 421 del nuovo tipo) e una riduzione del 75% dei costi di flotta e del 60% del personale.

Quelle fino a qui descritte sono solo alcune delle evoluzioni tecnologiche che si apprestano a rendere ancor più evidente la rivoluzione digitale della raccolta rifiuti, senza dubbio uno degli ambiti più sfidanti in termini di efficienza e sostenibilità. Nuove ed inedite opportunità di sviluppo si stanno, infatti, affacciando sul mercato, soprattutto rispetto al riciclaggio, e gli operatori sembrano sempre più decisi ad accaparrarsi ogni singolo vantaggio. O almeno questo è quanto esce fuori dallo studio intitolato The Impact of Digital Transformation on the Waste Recycling Industry, realizzato da Frost&Sullivan. Il mercato globale della gestione smart di carta, vetro, plastica e degli altri scarti delle nostre vite quotidiane, secondo gli analisti, è infatti destinato a toccare numeri importanti nel prossimo triennio. Una nicchia di mercato sempre più grande, mossa in particolare modo da IoT ed economia circolare, che genererà entro il 2020 qualcosa come 3,6 miliardi di dollari di ricavi. Dalla tracciabilità dei dati sui rifiuti, ai cassonetti intelligenti ed allo smistamento robotizzato, la rivoluzione 4.0 sulla raccolta rifiuti è in avvio già adesso. 

Alberto Azario

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Tue, 20 Nov 2018 17:12:33 +0000 https://www.albertoazario.it/post/472/la-rivoluzione-40-sulla-raccolta-rifiuti-tecnologia-a-servizio-dell-ambiente alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La lotta alla plastica, dall’Europa al Giappone, non conosce confini nazionali https://www.albertoazario.it/post/471/la-lotta-alla-plastica-dall-europa-al-giappone-non-conosce-confini-nazionali

Il divieto al consumo nell’Unione europea di alcuni prodotti in plastica monouso è stato ufficialmente approvato dall’Europarlamento. E così dopo aver messo al bando i sacchetti di plastica nel 2015, la Commissione Europea continua a perseguire il sogno di un’Europa libera dai rifiuti plastici. Ora, se tale normativa diventerà definitiva, la vendita all'interno del blocco comunitario di articoli in plastica monouso (come ad esempio posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini, sacchetti in plastica leggera, articoli di plastica ossi-degradabili, contenitori per fast-food in polistirolo espanso) sarà vietata a partire dal 2021. Tali rifiuti sono gli stessi che, anche da soli, costituiscono circa il 70% dei rifiuti marini. La legge si inserisce così nell’ambizioso piano della Comunità europea per ridurre l’inquinamento marino prodotto dai paesi dell’Unione. Un problema che affligge oggi tutti i mari, gli oceani ed i corsi d’acqua del mondo.

Ora l’augurio è che, come auspica anche Greenpeace attraverso i suoi canali ufficiali, i Governi Nazionali possano portare avanti il lavoro iniziato in ambito europeo per dare un taglio definitivo all’usa e getta anche nei singoli Paesi. Sempre ai vari paesi UE spetterà ridurre il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative (scatole monouso per hamburger e panini e i contenitori alimentari per frutta e verdura, dessert o gelati) del 25% entro il 2025. Tutti prodotti che in futuro dovranno essere fabbricati solo con materiali sostenibili, facilmente disponibili ed economicamente accessibili. Per quanto riguarda altri oggetti sempre in plastica e molto utilizzati, come contenitori per cibo e bevande, la legge propone di limitarne l’uso fino a quando non sarà trovata una valida alternativa. Inoltre, sugli imballaggi di questi prodotti dovrà esserci una etichetta che segnala l’impatto negativo che hanno sull’ambiente. Ciascun Paese dovrà, inoltre, creare campagne di sensibilizzazione ed i produttori di tali materiali dovranno etichettare in modo chiaro i loro prodotti e fornire spiegazioni esaustive riguardo il loro smaltimento. Verranno, in aggiunta, offerti degli incentivi economici a quei produttori che decideranno di usare materiale sostenibile. Altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno, invece, essere raccolte separatamente e riciclate al 90% entro il 2025. La “guerra” alla plastica includerà anche quei mozziconi di sigarette che contengono plastica, la cui quantità nei rifiuti va ridotta del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030, con i produttori di tabacco chiamati a farsi carico dei costi di trattamento e raccolta, compreso il trasporto. Discorso simile vale per i produttori di attrezzi da pesca contenenti plastica, che dovranno contribuire al raggiungimento di un obiettivo di riciclaggio fissato in almeno il 15% entro il 2025. Infine almeno il 50% degli attrezzi da pesca contenenti plastica, sia che siano smarriti o abbandonati, dovranno essere raccolti ogni anno .

Lo scorso 4 luglio erano già entrate in vigore quattro nuove direttive UE studiate al fine di promuovere i principi dell’economia circolare ed intensificare l’uso delle energie rinnovabili, il cosiddetto pacchetto “Circular Economy”. L’ambizioso pacchetto di misure, voluto fortemente dalla Commissione europea, è stato adottato per aiutare le imprese e i consumatori europei a compiere quella transizione necessaria verso un’economia circolare, in cui le risorse siano utilizzate in modo più sostenibile. Solo utilizzando, infatti, al massimo tutte le materie prime, i prodotti e i rifiuti si potrà ricavarne il massimo valore, favorendo i risparmi energetici e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. In sostanza, le azioni proposte contribuiranno a "chiudere il cerchio" del ciclo di vita dei prodotti, incrementando il riciclaggio e il riutilizzo e arrecando vantaggi sia all’ambiente che all’economia. Le nuove direttive UE avviano così quella svolta verso un’economia circolare tante volte discussa, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti; rifiuti che, finalmente, si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Una sfida che può apparire senz’altro ardua e ambiziosa, tuttavia gestire in maniera sostenibile il ciclo dei rifiuti risulta essere una scelta improrogabile per garantire risparmi futuri in termini ambientali ed economici.

Dall’Europa al Giappone, la lotta alla plastica non conosce, fortunatamente, confini nazionali. Per la prima volta nella sua storia, infatti, il Governo giapponese ha comunicato dei target specifici sui limiti dell’utilizzo di questo importante ma inquinante prodotto, ordinando una riduzione del 25% entro il 2030 e l’obbligo per le attività commerciali di far pagare l’uso delle buste. Lo scorso giugno il governo di Tokyo era stato fortemente criticato al termine del G7 in Canada per essersi rifiutato di aderire al trattato per il controllo dell’inquinamento della plastica negli oceani. Decisione critica per un Paese che ha il consumo pro-capite di plastica più elevato al mondo dopo gli Stati Uniti. Sembra però ora che si voglia superare e rivalutare il target numerico del trattato di giugno. E così, in base alla bozza del governo presentata al Consiglio nazionale per il monitoraggio dell'Ambiente, oltre alle nuove norme sul riciclo dei prodotti in plastica, verranno aggiunte 2 milioni di tonnellate all'anno di biomasse vegetali entro il 2030 - per accelerare il ritorno della CO2 in atmosfera, un livello di 50 volte superiore ai valori attuali. Entro il 2035 inoltre verrà attuato un piano per il riciclo o il riutilizzo del 100% dei contenitori di plastica tramite il loro incenerimento per lo sviluppo di energia termica.

Smaltire in discarica i rifiuti non ha più alcun senso, infatti, in un’ottica che persegue l’idea di creare un’economia circolare, oltre a costituire un rischio d’inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria. Riuso, riciclo e recupero sono oggi le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformino da problema in risorsa.

Alberto Azario

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Thu, 15 Nov 2018 17:17:36 +0000 https://www.albertoazario.it/post/471/la-lotta-alla-plastica-dall-europa-al-giappone-non-conosce-confini-nazionali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Microplastiche, un nemico invisibile della nostra salute entra a tavola con noi https://www.albertoazario.it/post/470/microplastiche-un-nemico-invisibile-della-nostra-salute-entra-a-tavola-con-noi

La ritroviamo ovunque, nei mari, nei fiumi, sulle cime delle montagne, o nelle campagne che ancora qualcuno afferma che siano incontaminate e, senza accorgercene, la mangiamo e la beviamo. Il pericolo in questo caso ha un nome preciso, anche se è da poco tempo che ricercatori ed analisti se ne occupano, sto parlando della “microplastica” ossia quelle particelle solide insolubili in acqua di dimensioni convenzionalmente comprese tra i 5 millimetri e 330 micrometri il cui rischio reale è ancora in gran parte sconosciuto. Insidiosa ancor più della sorella maggiore da cui deriva proprio perché non possiamo scorgerla ad occhio nudo e quindi non siamo in grado di scansarla. Le microplastiche, oltre che per dimensione, possono essere classificate anche in base alla loro formazione e alla loro composizione, troviamo qui due categorie precise: la primaria, ovvero quella prodotta direttamente dall'uomo, e la secondaria, cioè quella delle particelle che derivano dalla frammentazione di rifiuti o fibre plastiche più grandi già presenti nell’ambiente. Nella quasi totalità delle particelle ritrovate, le fonti originarie di quelle secondarie sono i prodotti utilizzati dall’uomo come bottiglie, bicchieri, piatti e posate di plastica, reti da pesca, pellicole e contenitori di cibo. In base a quanto riportato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) nel 2017, neppure l'Italia è esente dall'inquinamento da microplastiche: il Mediterraneo è, infatti, uno dei mari più inquinati al mondo, tant’è che vi si concentra il 7% delle particelle di plastica a livello globale. Dati confermati anche dai campionamenti effettuati da Greenpeace nell'estate del 2017, secondo cui il livello di microplastiche presente nelle acque marine superficiali italiane è paragonabile a quello dei vortici oceanici nel Nord Pacifico. 

Non esistono oggi risposte univoche o facili riguardo al pericolo che questa “invasione” delle microplastiche possa portare oggi alla nostra salute poiché la catena di questa contaminazione appare molto lunga ed estremamente complessa. Ogni essere umano, senza saperlo e senza rendersene conto, produce ogni giorno grandi quantità di particelle plastiche. Lavare una sola maglietta sintetica in lavatrice, ad esempio, può produrre 1.900 microplastiche, ma sono tantissime le attività umane che rilasciano nell’ambiente quantitativi di particelle piuttosto elevati: lo scrub facciale, l'uso di alcuni shampoo e saponi, l'uso dell’eyeliner, della crema solare, di detergenti esfolianti, ma anche di dentifricio e spazzolino, ad esempio.

Sono ormai anni che nelle analisi microscopiche che vengono eseguite dai diversi laboratori di ricerca, praticamente in ogni cosa venga analizzata, se ne trova in quantità. Quantità impressionanti sono state trovate nella carne dei pesci, nel sale marino, nelle acque di ogni tipo, persino, con alti valori, nel nostro miele italiano. Inevitabile, quindi, che una più recente ed attenta ricerca svolta su diverse marche di drink abbia portato alla luce che praticamente nessuno dei vari brand esaminati fosse immune a questo invisibile residuo di quelli che sono i polimeri oggi di maggiore uso: polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide, polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato. Uno studio condotto dall’associazione no profit Orb Media, i cui dati sono stati pubblicati dal Guardian, ha riscontrato la contaminazione di microplastiche nell’acqua di rubinetto dei Paesi di tutto il mondo. Con valori, indicati in mmp/l (microparticelle di plastica per litro) che variano nelle acque minerali in bottiglia da 3,72 mp/l a 2,27 mp/l a valori da 0,91 mp/l a 9,24 mp/l nel caso dell’acqua di rubinetto di paesi come la Germania nel primo risultato e gli Usa nel secondo. Per realizzare tale misurazione è stato utilizzato un metodo che fa uso del cosiddetto “Nile Red” un colorante che, legandosi preferenzialmente ai materiali polimerici rispetto a quelli organici, riesce a consentire il rilevamento rapido e la quantificazione delle microplastiche grazie alle sue caratteristiche di assorbimento, di selettività e proprietà fluorescenti. Seppur contestato da alcuni, tale metodo rimane però oggi uno dei più evoluti tra quelli disponibili, sufficiente da solo ad identificare una particella di natura polimerica senza la necessità di ulteriori analisi spettroscopiche (riducendo così il tempo necessario per analizzare un campione ambientale).

Senza voler fare classifiche tra quali marche siano più contaminate di altre, le ultime analisi nascono invece con l’intento di aprire una discussione sul tema e fotografare un fenomeno come quello della contaminazione da microplastiche in un settore industriale ancora non monitorato, come quello dei soft drink. In comune, infatti, le bottiglie messe sotto esame avevano solamente il fatto di essere ovviamente tutte in plastica. Tipologie diverse di prodotto o brand non hanno però cambiato di molto il risultato finale di questa analisi: la microplastica a tavola è così servita. Pur con le differenze del caso e dei vari brand presi in esame, si tratta comunque di una presenza sgradita che, dunque, non dovrebbe trovarsi in nessun contenitore per alimenti o bevande oggi in commercio. L’unica certezza adesso è che tutti, produttori in primis, una volta giunti a conoscenza del problema, debbano agire attivamente per evitare di continuare ad avvelenare tutto ciò che ci troviamo attorno.

Alberto Azario

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Mon, 5 Nov 2018 17:58:41 +0000 https://www.albertoazario.it/post/470/microplastiche-un-nemico-invisibile-della-nostra-salute-entra-a-tavola-con-noi alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Cittadini attivi per un’Italia libera da rifiuti ed inquinamento https://www.albertoazario.it/post/469/cittadini-attivi-per-un-italia-libera-da-rifiuti-ed-inquinamento

Siti di informazione e testate giornalistiche nazionali ci rivelano sempre più spesso quali sono i gravi problemi che il nostro Paese deve affrontare ogni giorno riguardo al tema dei rifiuti, dalle nostre città d’arte piene di immondizia alle discariche spesso non legali che vengono alla luce grazie ai controlli delle nostre forze dell’ordine. Di fronte a tante notizie negative vorrei, però, soffermarmi proprio su quegli eventi che ci dicono e confermano a gran voce che la voglia di cambiare è tanta e che i cittadini un’  Italia più pulita e libera da plastica ed altri inquinanti la vogliono veramente. Più di 3.200 persone hanno aderito, ad esempio, durante l’estate alla campagna “Plastic Radar”, iniziativa di Greenpeace che ha coinvolto in prima persona tutti gli amanti del mare su Whatsapp, per segnalare l’inquinamento da plastica su spiagge, fondali e mari italiani. Le tante segnalazioni hanno così portato a trovare sulle nostre coste un totale di 6.800 rifiuti in plastica, il 90% dei quali usa e getta e riconducibili in gran parte alle grandi multinazionali. Le segnalazioni fotografiche pervenute, infatti, sono state analizzate per far luce non solo sulla tipologia di rifiuto in plastica, ma anche per individuare i marchi e le aziende produttrici. Da qui il monito verso le grandi aziende, da una parte per porsi il problema del riciclo di tutta la plastica che loro stesse immettono sul mercato, dall’altra per far sì che inizino a pensare a delle alternative alla plastica usa e getta da offrire ai consumatori, poiché “Sebbene la presenza di rifiuti in plastica lungo i litorali italiani sia molto spesso imputabile a uno scorretto comportamento individuale, le multinazionali degli alimenti e delle bevande devono assumersi le proprie responsabilità di fronte ad una contaminazione sempre più grave”.

A fine settembre, precisamente dal 28 al 30, si è svolta poi in tutta Italia l’iniziativa di Legambiente “Puliamo il Mondo”, non solo una grande iniziativa per liberare il nostro territorio dal degrado, ma anche un’occasione per costruire relazioni di comunità che tengano nel tempo, per rafforzare il senso dell’accoglienza, per sfumare il concetto di diversità ormai usato come bandiera d’intolleranza. Con l’obiettivo di ricostruire, non in un giorno ma ogni giorno, il dialogo per un mondo migliore. Tanti piccoli gesti per la tutela e la valorizzazione dei beni comuni, attraverso azioni di cittadinanza attiva, per promuovere la vivibilità e la bellezza dei luoghi, ma anche per offrire un'occasione di integrazione sono stati portati avanti da molte associazioni che hanno aderito alla campagna con modalità differenti, ognuno in base alla propria missione. Nel 2017, 4 mila aree del Paese sono state pulite da oltre 600 mila volontari, quest’anno il successo dell’evento è stato ancora più grande.

“Credo sia arrivato il momento, lavorando insieme, di rendere più omogeneo , secondo alcune linee di indirizzo, il percorso da fare; di migliorare e semplificare il controllo, introducendo un sistema che preveda premialità e penali; di rendere omogenea, nell'ottica della semplificazione, la governance del sistema consorzi, che invece soffre attualmente la propria disomogeneità queste le parole del Ministro dell’Ambiente durante l’inaugurazione degli Stati Generali dei Consorzi dei riciclatori a Roma. L’augurio è, infatti, che si incrementi la raccolta differenziata, ma anche la quantità di rifiuti riciclati, così da incentivare il percorso virtuoso di passaggio ad un modello di economia circolare. Bisogna ora far crescere così la coscienza ambientale e di partecipazione trovando insieme, parlo di cittadini ed amministrazioni, le migliori soluzioni possibili. Progetti che partono da una nuova visione ecologica e riuso dei rifiuti sono in studio in diverse parti del mondo: il progetto israeliano “Homebiogas”, ad esempio, offrirebbe la possibilità di installare compostiere domestiche low cost in maniera tale che, secondo i ricercatori, da un kg di spazzatura si possa ottenere un’ora di cottura ai fornelli. L’elenco dei rifiuti che possono essere trattati tramite la bio-digestione è particolarmente esteso, produrre così energia direttamente in casa grazie ai rifiuti potrebbe diventare presto una realtà consolidata in futuro. Consideriamo, inoltre, che i rifiuti umidi rappresentano circa il 30% dell'immondizia che viene prodotta dalle famiglie. Grazie al lavoro di due siciliani tale tecnologia, in funzione già da diversi anni, potrebbe arrivare anche nel nostro Paese. Di dimensioni contenute (circa 1 metro x 2 metri x 1,5 metri), il mini bio-digestore è composto da un imbuto per l’inserimento della materia organica, un recipiente da 1.200 litri contenente acqua e i microorganismi, un vano espandibile per la raccolta del biogas, una valvola con filtro per l’erogazione del biogas e un rubinetto per il fertilizzante. Semplice ed intuitivo è poi anche il funzionamento del tutto: dopo aver versato la materia organica all’interno dell’unità, i microrganismi iniziano il processo di bio-digestione in modo autonomo, rilasciando il biogas che viene indirizzato alla valvola di distribuzione, il gas prodotto viene poi immagazzinato nel vano a pressione (massimo 700 L al giorno) e tutto l’eccesso viene rilasciato in atmosfera tramite una valvola di sfogo. Molteplici sono poi gli utilizzi poiché il biogas può essere utilizzato sia negli impianti di cogenerazione sia trattato come carburante per veicoli. Considerando, inoltre, la grave emergenza presente ormai da anni in Italia, un progetto di tale portata potrebbe costituire anche un tassello determinante nell’ottica di un cambio di passo tanto atteso sul fronte dei rifiuti: “La fermentazione dei rifiuti solidi organici è una trasformazione dall’economia dei rifiuti che diventerà risorsa economica per la collettività”.

Alberto Azario

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Fri, 2 Nov 2018 16:49:53 +0000 https://www.albertoazario.it/post/469/cittadini-attivi-per-un-italia-libera-da-rifiuti-ed-inquinamento alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti come risorsa: quando differenziata e termovalorizzatori fanno la differenza https://www.albertoazario.it/post/468/rifiuti-come-risorsa-quando-differenziata-e-termovalorizzatori-fanno-la-differenza

Secondo il rapporto “What a Waste 2.0 : A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050” della Banca mondiale, entro quella data produrremo il 70% di rifiuti solidi in più rispetto ad oggi. La denuncia ci fa comprendere che, in mancanza di un modello economico volto ad incentivare il riuso ed il riciclo, rischiamo di passare dai 2,01 miliardi di tonnellate del 2016, ai 3,14 miliardi nel 2050 con danni inimmaginabili per la salute dell’uomo e del nostro pianeta. Se non raccolti e gestiti correttamente, questi rifiuti rischiano di compromettere lo stato di salute di interi ecosistemi per migliaia di anni; se consideriamo ad esempio gli oceani, i dati sono drammatici con almeno il 90% dei rifiuti marini costituito da plastica. Secondo il Rapporto qui preso in esame, fondamentale sarà migliorare l’intera gestione della filiera dei rifiuti, ripensarla in un’ottica di economia circolare, in cui i prodotti sono progettati per essere riciclati e riutilizzati. Importante è dotare oggi i Paesi di impianti sufficienti ed adeguati a trattare i rifiuti perché non siano un problema, un’emergenza, ma una risorsa. “What a Waste 2.0” evidenzia, inoltre, che nei Paesi a basso reddito la gestione dei rifiuti è trascurata; infatti solo il 4% della produzione viene avviato a riciclo, una differenza abissale se consideriamo che nei Paesi ad alto reddito, più di un terzo dei rifiuti viene recuperato attraverso il riciclaggio e il compostaggio. Una situazione delicata che va affrontata con una pianificazione ad ampio raggio e su rigorose basi scientifiche: le soluzioni esistono, bisogna solo renderle attuabili e facilmente riproducibili ed accessibili. In nessun Paese europeo, infatti, il rifiuto è considerato un problema e se facciamo prevalere il buon senso, anche a livello di decisori, e utilizziamo le tecnologie a disposizione, anche in Italia non lo sarà più.

Discorso che forse al Nord Italia già fanno dal momento che, per trovare l’ultima volta in cui si è parlato di “emergenza rifiuti” nella città di Milano dobbiamo riandare con la memoria al 1995. Una crisi che in poche settimane riversò nelle strade di Milano più di ventimila tonnellate di rifiuti a causa del blocco della discarica di Cerro Maggiore (nel Milanese). Da allora nel capoluogo lombardo, ormai una delle capitali europee più visitate per affari e turismo, quella tremenda frase, troppo volte sentita sui media per molte altre zone d’Italia, non ha praticamente più un significato. Anzi, Milano è diventata addirittura un modello nel mondo, ad esempio, per la raccolta differenziata. Nel 2017 sono state raccolte oltre 670mila tonnellate di rifiuti, circa 2.200 al giorno. Di queste 362.331 tonnellate (pari al 59,6% del totale) sono state avviate a recupero di materia, attraverso appunto la raccolta differenziata. In particolare, con la differenziata nel 2017 sono state smaltite 77.900 tonnellate di carta e cartone, 44.615 tonnellate di plastica e metalli, 65.501 di vetro, 141.281 tonnellate di organico e, infine, altre 33.034 tonnellate di "frazioni differenziate”. Milano sulla pulizia della città insiste da sempre e diverse sono state le soluzioni che negli anni sono state introdotte per migliorare la situazione. Per esempio, sono state create le cosiddette 'reciclerie' dove i cittadini possono portare i rifiuti che abitualmente non riescono a smaltire a livello domestico, come per esempio i mobili o gli elettrodomestici guasti, servizio fornito anche a livello domiciliare per chi ha difficoltà a spostare grandi oggetti da casa. Con un sguardo aggiuntivo all’innovazione tecnologica, da poco inoltre è iniziato il posizionamento in città dei primi cestini intelligenti (8.000 entro la fine del 2018), sviluppati con Cefriel - Politecnico di Milano. Gli “smart bins” sono una soluzione tecnologica che ha il fine di monitorare con continuità lo stato di riempimento dei contenitori dislocati sul territorio. Il merito di tutto questo va però, oltre che alle amministrazioni che si sono susseguite nel tempo, ovviamente anche al senso civico dei milanesi che cercano di rispettare le regole del decoro e del vivere insieme. Il modello Milano viene così studiato anche in altre parti del mondo, come a New York dall’amministrazione comunale di Bill De Blasio, per essere esportato nella sua efficienza e funzionalità grazie ad un modello che si basa sulla gestione integrata dell’intera catena dei rifiuti, dalla raccolta al trattamento, dal recupero di materia alla produzione di energia. Oltre alla differenziata, ed ai grandi numeri di rifiuti che interessa, la parte che non può essere nuovamente portata a nuova vita viene, infatti, utilizzata per produrre energia. Tali rifiuti finiscono infatti in impianti di termovalorizzazione in grado di trattare oltre 500 mila tonnellate all’anno cogenerando energia elettrica, utile per far fronte al consumo energetico annuo di circa 130mila famiglie, e calore per il teleriscaldamento, sufficiente a riscaldare oltre 30mila famiglie producendo acqua calda che viene convogliata in pressione, attraverso tubature sotterranee, alle abitazioni.

Dalla cittadina italiana al cielo, l’utilizzo dei rifiuti per produrre energia è una pratica studiata da tempo, ma la notizia del primo volo commerciale alimentato da rifiuti riciclati è notizia fresca di giornata. Nel Regno Unito, un volo della Virgin Atlantic ha, infatti, volato da Orlando a Gatwick alimentato da una miscela di carburante fatta da una parte di normale carburante per jet e da una parte di etanolo prodotto dai gas di scarico. Un composto che potrebbe sostituire i normali propellenti fino ad un 50% almeno secondo le attuali tecnologie e conoscenze e ridurre le emissioni di gas serra del 65% rispetto al petrolio convenzionale. Questo è stato solo il primo volo, ma qualunque nuova strategia per cambiare rotta e considerare sempre di più i rifiuti come risorsa è ben accetta.

Alberto Azario

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Mon, 29 Oct 2018 19:07:15 +0000 https://www.albertoazario.it/post/468/rifiuti-come-risorsa-quando-differenziata-e-termovalorizzatori-fanno-la-differenza alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Protezione dell’ambiente e corsi d’acqua puliti per prevenire i disastri naturali https://www.albertoazario.it/post/467/protezione-dell-ambiente-e-corsi-d-acqua-puliti-per-prevenire-i-disastri-naturali

Due video in Spagna solo pochi giorni fa hanno fatto scattare la protesta della popolazione nella provincia di Almerìa. Video che mostrano i letti dei fiumi asciutti che iniziano a fluire di nuovo a seguito delle forti piogge delle settimane scorse, fiumi che ahimè risultano letteralmente invasi da plastica e rifiuti. La colpa, secondo gli ecologisti spagnoli, sarebbe da attribuire agli agricoltori locali che, proprio in quella zona, producono enormi quantità di frutta e verdura e, per massimizzare i loro guadagni, utilizzano le “plasticos” ossia serre di plastica (da qui deriva il nome “il mare di plastica” con cui viene chiamata quella particolare zona di Spagna), serre che illegalmente, ed incivilmente aggiungo, sono state lasciate nei letti dei fiumi asciutti vicino alle fattorie. E che ora, con l’aumento del livello dell’acqua fluviale, troviamo dirigersi verso il mare. Forse lo dimentichiamo, ma invece proprio dai fiumi in buona salute derivano benefici nascosti contro i disastri naturali.

In un periodo in cui inondazioni e siccità devastano comunità e paesi in tutto il mondo, la conferma di tale affermazione ci viene direttamente dal Rapporto Valuing Rivers presentato a Stoccolma al World Water Week. Il nuovo rapporto del WWF sottolinea, infatti, la capacità che hanno i fiumi, quando sono in buono stato di salute, di mitigare i possibili disastri naturali: tutti  benefici nascosti che potremmo perdere se si continua a sottovalutare e trascurare il vero valore dei corsi d’acqua. Sottovalutare questi benefici può diventare una minaccia per le economie e lo sviluppo sostenibile andando a danneggiare in conclusione l’intero ecosistema in cui viviamo. Importanti benefici cruciali sono oggi messi a rischio: dalla pesca d'acqua dolce alla protezione naturale dalle inondazioni per le città o la capacità dei delta di proteggere le coste dall'innalzamento dei mari grazie all’accumulo di sedimenti provenienti dai fiumi. “Se non vogliamo indebolire le economie e mancare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, dobbiamo trasformare subito il nostro modo di valutare e gestire i fiumi” ha affermato Stuart Orr, WWF Freshwater Practice Lead durante la presentazione del Rapporto. Considerati da molti solo fonte primaria di acqua ed energia, il valore dei fiumi merita, invece, di essere conosciuto e pubblicizzato. Il Rapporto del WWF descrive il ruolo centrale che i fiumi hanno in molte culture e religioni e l'ampia gamma di benefici che derivano da fiumi sani, in particolare quelli con un flusso libero da sbarramenti: 2 miliardi di persone contano sulla presenza dei fiumi per l'approvvigionamento di acqua potabile; 500 milioni di persone vivono sui delta che mantengono il loro stato grazie ai sedimenti trascinati a valle dai fiumi; il 25 per cento della produzione alimentare mondiale dipende dall'irrigazione dai fiumi. Ogni anno vengono pescate almeno 12 milioni di tonnellate di pesci d'acqua dolce, cifra che si traduce in cibo e mezzi di sussistenza per decine di milioni di persone. Benefici diretti quindi per centinaia di milioni di persone, ma che, nonostante questo, sono ancora troppo trascurati e con una priorità bassa nelle agende dei nostri decisori politici, almeno fino a quando un fiume scompare o provoca qualche vittima. Eppure i soldi, se parliamo nello specifico dell’Italia, dati alla mano ci sarebbero, non sappiamo però spenderli a dovere.

Secondo il dato che emerge dall’Ecorendiconto dello Stato, documento preparato dalla Ragioneria generale per fare il punto sugli investimenti pubblici a tutela dell’ambiente, nel 2017 l’Italia ha impegnato per la protezione dell’ambiente e gestione delle risorse naturali solo lo 0,7% della spesa primaria complessiva del bilancio, pari ad appena 4,7 miliardi di euro. L’ulteriore beffa è che, però, l’esborso reale è stato solo della metà. Per difendere aria, acqua, terra e risorse energetiche insomma l’Italia non sa spendere, poiché come si è visto: avere soldi a disposizione non ne garantisce un reale utilizzo. Sfruttare a pieno le risorse è un’operazione complessa, tanto è vero che nel 2017 ci si è dovuti accontentare di una capacità di spesa pari al 55,4% del totale finanziato: 2,6 miliardi di euro, appunto. Più precisamente per la protezione del suolo e delle acque di superficie e del sottosuolo sono stati effettuati pagamenti per 740 milioni di euro, il 28,66% del totale delle spese realizzate. Per la difesa della biodiversità e del paesaggio ci si è fermati a 411 milioni di euro (15,94%). Sempre più di quanto sia stato speso nell’intero anno per un tema caldo come la “gestione dei rifiuti“: pagamenti per 364 milioni di euro, il 14,1% del totale. Le attività di protezione, la gestione delle acque reflue e la gestione delle acque interne hanno pesato rispettivamente per l’11,5%, il 5,55% e il 4,75%. Per gli altri capitoli di spesa sono stati sborsati spiccioli, nonostante alcune voci siano state vere priorità nell’agenda politica. Ad esempio per la “protezione dell’aria e del clima” sono stati emessi pagamenti per appena 60 milioni di euro, il 2,34% del totale. Pochissimo, sebbene ci fossero molti fondi disponibili. Ciò che non è stato utilizzato delle somme impegnate andrà a rimpolpare lo stesso capitolo di spesa nell’esercizio successivo – ovvero, il 2018 in corso. Saldate le spese inaspettate (circa 170 milioni di euro), per l’ambiente ci si ritroverà da gestire 1,9 miliardi congelati nel 2017. In sostanza, l’Italia si trascina da anni un tesoretto di risorse stanziate, contabilizzate e mai sfruttate. Dati che risultano difficili da spiegare. Chi ha gestito i cordoni della borsa, insomma, ha preferito accantonare gran parte delle risorse destinate per il singolo segmento. Ci auguriamo che con il prossimo anno questi soldi messi da parte possano essere utilizzati effettivamente per migliorare il nostro Paese, magari partendo proprio dai quei corsi d’acqua tanto importanti per prevenire eventuali disastri naturali e proteggere il nostro ambiente e la nostra vita.

Alberto Azario

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Thu, 25 Oct 2018 17:40:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/467/protezione-dell-ambiente-e-corsi-d-acqua-puliti-per-prevenire-i-disastri-naturali alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Plastica: da contenitore a nuova vita attraverso innovazione e tecnologia. https://www.albertoazario.it/post/466/plastica-da-contenitore-a-nuova-vita-attraverso-innovazione-e-tecnologia

I cittadini europei generano annualmente qualcosa come circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questa cifra meno del 30% viene raccolta per essere riciclata. Una parte viene esportata per essere smaltita da paesi terzi mentre il resto va in discarica, viene incenerito oppure, nel peggiore dei casi, non viene raccolto e finisce per disperdersi nell'ambiente, inquinando soprattutto foreste, spiagge, fiumi e mari. Rifiuti di ogni forma, genere, dimensione, colore che continuano a invadere le spiagge e i mari italiani e non risparmiano, ad esempio, aree di pregio come quelle dell’Arcipelago Toscano e del Santuario Internazionale dei Mammiferi Marini o del Cilento citando i dati di Legambiente sulla situazione proprio delle spiagge italiane che ci riportano il preoccupante panorama di un Paese con circa “undici rifiuti ogni metro lineare di spiagge, per la quasi totalità rappresentati da plastica (ben il 93% del totale).

Non sorprende, quindi, davanti a certi dati che anche il parlamento europeo abbia iniziato una vera e propria battaglia verso questo utile materiale, nonché quasi indistruttibile e inquinante, chiedendo che entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica vengano resi riciclabili e che l’utilizzo della plastica monouso e della microplastica venga ridotto. Quando mi riferisco a quest’ultimo macro gruppo ovviamente parlo di particelle molto piccole di materiale plastico che misurano generalmente meno di 5 millimetri,( il cui utilizzo è già vietato in alcuni paese dell’UE,) che possono essere generate involontariamente in seguito al deterioramento di pezzi di plastica più grandi, oppure essere fabbricate e aggiunte intenzionalmente a determinati prodotti. Così giovedì 14 settembre il Parlamento europeo ha approvato una relazione che accoglie positivamente la proposta della Commissione europea, e propone inoltre una serie di misure per proteggere ulteriormente l’ambiente e allo stesso tempo per aumentare la fiducia dei consumatori, come quella di obbligare i produttori a contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti di plastica. Per accrescere la fiducia dei consumatori il Parlamento ha proposto, inoltre, anche l'introduzione di requisiti sul contenuto riciclato minimo di alcuni prodotti di plastica e di standard di qualità per le materie plastiche riciclate. “Fino ad ora abbiamo esternalizzato la gestione dei rifiuti di plastica a paesi come la Cina, ma la Cina ha recentemente deciso di vietare tutte le importazioni di rifiuti plastici UE, dobbiamo, quindi, agire ora, dobbiamo innovare e dobbiamo investire", ha affermato il relatore Mark Demesmaeker (ECR, BE).

Innovare ed investire. Queste potrebbero essere le parole chiave per trasformare un problema in una risorsa. Il sogno degli ecologisti è sempre stato quello di reimpiegare i materiali di scarto per produrre nuovi oggetti, riducendo la quantità di rifiuti prodotta e costruendo un mondo più verde. Sogno che forse potrebbe avverarsi documentandosi sui tanti progetti in giro per il mondo riguardanti questo importante materiale.

In Olanda i designer Foteini Setaki e Panos Sakkas dello studio The New Raw hanno creato un modo per trasformare i rifiuti riciclati in panchine attraverso l’uso della stampa 3D. Base di partenza sono le confezioni di plastica che vengono raccolte, triturate in pezzi, lavate e preparate ad essere introdotte come “inchiostro” in una stampante tridimensionale. Il prodotto finale è quello di una panchina, che fa oggi bella mostra di sé ad Amsterdam, dall’emblematico nome in codice: XXX. Riciclabile al 100% e pesante 53 kg, simbolicamente la quantità di plastica prodotta da una coppia di cittadini olandesi ogni anno. Caratterizzata, inoltre, dal fatto che per rimanere in equilibrio deve essere usata nello stesso momento da almeno due persone. Lo stesso equilibrio che si va a creare quando, in un perfetto caso di economia circolare, anche gli scarti assumono valore e tornano ad essere funzionali in un modo tutto nuovo. Nei Paesi Bassi, invece, la plastica raccolta nei fiumi, per una volta ha fatto una fine diversa rispetto a quella di inquinare e basta, infatti, è stata trasformata in uno spazio pubblico per tutti i cittadini, un piccolo parco galleggiante. Il progetto finale dai 140 metri quadri iniziali, arriverà ad un totale di 1500 metri quadri di oasi galleggiante sul fiume da cui i rifiuti stessi sono stati recuperati, composta di blocchi singoli modulari di 2 metri per lato che si possono unire tra loro in un sistema a “nido d’ape” andando a creare piccoli giardini, habitat per la flora e la fauna selvatica o aree ristoro con panchine e sedute dove i cittadini si possono fermare per fare una pausa e due chiacchiere. Quello qui presentato è solo un piccolo progetto che sicuramente non risolverà il problema dell’inquinamento dei mari, ma che si propone di arginare il problema, creando una soluzione innovativa, eco-sostenibile, e che faccia bene all’ambiente. Se è vero che ormai la plastica riempie i nostri corsi d’acqua, è altrettanto vero e fondamentale che recuperare i rifiuti nei fiumi, prima che arrivino in mare aperto, è molto più facile che catturarli dopo, quando entrano nel mare e con il tempo diventano microplastiche invasive e letali.

Citando una frase detta durante l’assemblea del Parlamento UE citata ad inizio testo: “La Risoluzione non è un appello contro la plastica, ma un appello per un’economia circolare della plastica riciclata”. In tutto questo, a mio avviso, innovazione ed investimenti, offrendo soluzioni nuove, possono fare la differenza.

Alberto Azario

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Mon, 22 Oct 2018 17:54:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/466/plastica-da-contenitore-a-nuova-vita-attraverso-innovazione-e-tecnologia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Carta: gli italiani sono primi in Europa per riciclo e l’economia ringrazia https://www.albertoazario.it/post/465/carta-gli-italiani-sono-primi-in-europa-per-riciclo-e-l-economia-ringrazia

In Italia si riciclano ogni minuti 10 tonnellate di macero di carta e cartone. Numeri elevati che ci permettono di eccellere in Europa e di far salire il nostro Paese ai primi posti in questa buona pratica. Ed, inoltre, quando poi il sistema del riciclo funziona adeguatamente, a beneficiarne non è solo l’ambiente, ma anche l’economia tutta grazie alle nuove posizioni lavorative ed alle opportunità che l’industria del riciclo può creare. I dati ci dicono, infatti, che oggi la raccolta differenziata della carta conviene: nel 2017, ad esempio, Comieco (Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica) ha erogato 110 milioni di euro alle quasi 5.500 amministrazioni comunali in convenzione che hanno raccolto 1,4 milioni di tonnellate del prezioso materiale, con un incremento dell’8% rispetto al 2016. Segnali positivi arrivano di conseguenza anche dall’intera industria cartaria, che sta aprendo tre impianti (due già operativi e uno in avviamento) che utilizzeranno 1,2 tonnellate di materiale riciclato con l’obiettivo di migliorare ulteriormente la qualità della raccolta differenziata della carta, per eliminare già alla fonte eventuali presenze estranee. Ritornando ai numeri, nel 2017, con un incremento dell’1,6% rispetto all’anno precedente, la media italiana per il recupero ed il riciclo degli imballaggi a base cellulosica si era attestata a circa 54 chilogrammi a persona con Emilia Romagna e Trentino Alto Adige in testa, grazie alla raccolta di 80 kg pro capite, e Calabria e Sicilia in ultima posizione rispettivamente con 33 e 22 kg (a fronte c’è da dirlo, però, di un incremento del 6% rispetto all’anno precedente). Proprio in Sicilia , però, si è formato un club di “ecocampioni del riciclo” composto da 22 Comuni che hanno raggiunto il 50% della raccolta differenziata sui rifiuti prodotti e, per quanto riguarda la carta, sono arrivati a una raccolta di 40 kg pro capite dimostrando che, quindi, le condizioni per far bene anche in questo campo ci sono. In Sicilia, infatti, la raccolta nei Comuni medio-piccoli è più che soddisfacente, sono i capoluoghi ad abbassare la media. Quello che dovrebbe aumentare, ora, è l’impegno dei cittadini e degli amministratori siciliani e calabresi per favorire il decollo della raccolta differenziata in queste due regioni anche attraverso la creazione di un modello di sviluppo che metta in connessione la parte pubblica e la parte privata finalizzata a realizzare un servizio di qualità ed efficienza, che venga percepito come un meccanismo virtuoso per portare effetti benefici a tutti. Anche un cambio di prospettiva riguardo la differenziata potrebbe, forse, accelerare la corretta utilizzazione della stessa: passando dalle sanzioni per chi butta i rifiuti nel cassonetto sbagliato a premi per chi, invece, sa differenziare nel modo più corretto.

Imballaggi e oggetti in carta e cartone differenziati correttamente dai cittadini vengono poi raccolti dal gestore del servizio di raccolta del Comune e portati in piattaforma, selezionati e lavorati. Una volta resi idonei ad essere reintrodotti nei cicli produttivi, vengono così trasferiti in cartiera dove, grazie al riciclo, diventano carta e cartone pronti per essere utilizzati per nuovi prodotti nelle cartotecniche. Le fasi di questo riciclo sono tante e complesse, ma al contempo i vantaggi sono davvero molti, soprattutto a livello economico e ambientale. Basti pensare che oggi per produrre 1 tonnellata di carta si usano 24 metri cubi di acqua; nel 1970 ne occorrevano 100. L’industria cartaria italiana risulta, quindi, sostenibile e costantemente impegnata nella ricerca tecnologica dedicata alla tutela dell’ambiente nonché fondamentale per la nostra economia, ma soprattutto per il nostro pianeta e per l’inquinamento ambientale che viene azzerato da tale riciclo.

Riguardo allo scenario delle esportazioni da gennaio 2018, ossia quando la Cina, che da sola assorbiva il 76% dell'export europeo composto da macero con diversi gradi di qualità, ha chiuso le frontiere a tutta la carta con impurità superiori allo 0,5%, tutto è nettamente cambiato con un aumento a dismisura dei materiali a base cellulosa disponibili sui mercati comunitari ed un crollo dei prezzi generali. L’Italia, che per metà vendeva alla Cina quasi un terzo di carta e cartone da riciclare con qualità più elevata, si è ritrovata così a ridefinire nuovi sbocchi: oggi per l'export italiano crescono così i mercati di Indonesia, Thailandia, Vietnam ed India. Di pari passo si prevede che, entro il 2019, in Europa la capacità produttiva dell'industria cartaria aumenterà di 5,4 milioni di tonnellate, di cui 4,6 legati alla produzione del cartone basata quasi totalmente su fibre rigenerate. Il nostro Paese (secondo solo alla Germania per la totale capacità produttiva) ha investito negli ultimi dieci anni più della media dell'industria manifatturiera in termini di percentuale di fatturato spinto fortemente dalla crescita del mercato delle consegne a domicilio che, trainando l’industria degli imballaggi, ha aperto prospettive di altre riqualificazioni e nuovi stabilimenti. Alla fine potremo così ritrovarci a veder crescere le nostre esportazioni di prodotto finito, anziché di carta da riciclare: secondo gli ultimi dati Assocarta, infatti, nel 2017 la produzione ha superato i 9 milioni di tonnellate (il 2% in più rispetto al 2016), con una crescita della domanda estera di quasi il 3%. Allo stesso tempo in soli 12 mesi le quotazioni del macero sono crollate del 60% (27,5 euro a tonnellata contro i 92,5 di agosto 2017), gli ultimi dati, però, ci confermano che la caduta dei prezzi ha subito uno stop. Attendiamo ora solo un recupero del mercato.

Non sono per il nostro Paese lontani i target fissati entro il 2020 dall’Unione europea pari a 3,5 milioni di tonnellate di carta raccolta con la differenziata. Per raggiungere l’obiettivo bisognerebbe arrivare a 240 mila tonnellate in più, nulla di impossibile quindi. Nel 2035 il punto di arrivo già fissato dall’Ue è un tasso di riciclo dell’85% degli imballaggi cellulosici. Oggi in Italia siamo a quasi l’80%, il che vorrebbe dire che vengono riciclati quattro imballaggi su cinque. Il traguardo non sembra poi così lontano.

Alberto Azario

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Mon, 15 Oct 2018 12:23:17 +0000 https://www.albertoazario.it/post/465/carta-gli-italiani-sono-primi-in-europa-per-riciclo-e-l-economia-ringrazia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, sono aperte le iscrizioni. https://www.albertoazario.it/post/464/settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti-sono-aperte-le-iscrizioni

Con il motto “il miglior rifiuto è quello non prodotto!” dal 17 al 25 Novembre 2018 si svolgerà la decima edizione della “European Week for Waste Reduction (in Italia meglio conosciuta come “SERR” ossia Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti), una campagna di comunicazione ambientale che si pone l’obiettivo primario di sensibilizzare quanti più attori possibili sulle strategie e sulle politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’Unione Europea e che gli Stati membri sono chiamati ad attuare, promuovendo e premiando, inoltre, azioni concrete e creative che hanno come obiettivo la riduzione effettiva dei rifiuti. La tutela del patrimonio ambientale inizia, infatti, dai singoli gesti quotidiani e dall’impegno dell’intera comunità.

Nata nell’ambito del programma LIFE+ della Commissione europea, l’edizione di quest’anno si focalizzerà soprattutto sulla prevenzione e la gestione dei rifiuti pericolosi dal momento che, secondo i dati della EEA (Agenzia Europea dell’Ambiente), ciascun cittadino europeo genera 200 kg di rifiuti pericolosi all’anno: parliamo di 100 milioni di tonnellate, e un quinto di questi sono prodotti in casa. E purtroppo, ancora oggi, gran parte delle persone ignora che sostanze pericolose si possano trovare, in piccole o grandi quantità, in molti prodotti di utilizzo quotidiano come i cosmetici, le batterie, le vernici, le lampadine e in generale i RAEE, ovvero i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Questi rifiuti rappresentano più di altri un rischio per l’ambiente e la salute umana. Per questo diventa importantissimo eliminare o quantomeno ridurre più possibile la quantità di sostanze pericolose presenti in questi prodotti, sia quelli utilizzati dall’industria nei propri processi, sia quelli con cui entriamo in contatto come consumatori. La particolarità dell’evento settimanale è inoltre quella che ciascun oggetto, sia esso individuale o collettivo, può unirsi alla campagna attraverso delle cosiddette “azioni”. L’Italia, seguendo il crescente successo dell’iniziativa europea, lo scorso anno si è riconfermata tra le nazioni top in Europa grazie al numero di 4.422 azioni. Quelle di quest’anno dovranno ispirarsi, come già detto, alla prevenzione della produzione dei rifiuti che al loro interno contengono proprietà dannose per l’ambiente e per la salute degli individui e degli animali, quali sostanze esplosive, infiammabili e/o tossiche. Rifiuti particolari che, seppur correttamente conferiti, devono subire un processo di trattamento diverso rispetto agli altri. 

Coinvolgere il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, il mondo della scuola e quello delle imprese e singoli cittadini, a proporre azioni volte a prevenire, ridurre o riciclare correttamente i rifiuti è, ancora una volta, l’obiettivo da seguire su ispirazione del principio delle 3R:

Ridurre: Questo tema riguarda le attività volte a sensibilizzare sull’urgenza di ridurre la quantità di rifiuti che produciamo, dando consigli per evitare o ridurre la produzione di rifiuti a monte. Esso copre anche azioni volte a modificare il comportamento dei consumatori, promuovendo l’inclusione degli aspetti di sostenibilità nelle varie decisioni di acquisto.

Riusare: Questo tema riguarda le attività destinate a ricordare ai partecipanti che i prodotti possono avere una seconda vita, a promuovere la riparazione o il riutilizzo dei prodotti invece dell’acquisto di nuovi e a incoraggiare la donazione di prodotti di cui non si ha più bisogno.

Riciclare: Questo tema riguarda le attività progettate per aiutare le persone a migliorare il loro comportamento rispetto alla raccolta differenziata spiegando ad esempio come chiudere il ciclo delle risorse materiali, incoraggiando le persone a gettare i loro rifiuti nel contenitore appropriato o organizzando delle visite agli impianti per la selezione e per il riciclo.

«Quest’anno la SERR è arrivata al decimo anno, dieci anni di azioni per prevenire i rifiuti che hanno coinvolto tutta l’Europa in un progetto straordinario di partecipazione. L’Italia si è sempre distinta, il numero di azioni dal basso dei suoi Project Developer è stato quasi sempre il più alto, a dimostrazione della grande attenzione al tema e della grande volontà di contribuire alla salvaguardia del pianeta. Anche quest’anno tutti possono partecipare, in forma associata o singola, per portare un messaggio concreto a chi ci circonda sperando che dal basso arrivi a chi definisce le regole. Il decennale sarà anche una festa che stiamo organizzando insieme al Comitato Promotore nazionale, oltre che un momento di lancio e riflessione per il futuro del progetto. Per i dettagli appuntamento alla conferenza stampa di Ecomondo e nel frattempo aderite alla SERR e mandateci le vostre proposte di azione» ha dichiarato Emanuela Rosio, presidente di Aica (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale). Ulteriori informazioni sulle precedenti edizioni sono disponibili sul sito italiano della SERR, www.menorifiuti.org mentre per partecipare attivamente ci si potrà iscrivere attraverso il sito www.ewwr.eu, registrando la propria azione a partire da sabato 1 settembre fino a mercoledì 31 ottobre.

Alberto Azario

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Thu, 11 Oct 2018 20:30:42 +0000 https://www.albertoazario.it/post/464/settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti-sono-aperte-le-iscrizioni alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Rifiuti di marca, ossia quando lo scarto rinasce come prodotto. https://www.albertoazario.it/post/463/rifiuti-di-marca-ossia-quando-lo-scarto-rinasce-come-prodotto

Nonostante le molte campagne di riduzione, riutilizzo e riciclo, il volume totale dei rifiuti solidi prodotti annualmente in tutte le aree urbane europee dovrebbe aumentare entro il 2020 di un ulteriore 45% così da raggiungere la cifra record di 4,4 miliardi di tonnellate. Rifiuti solidi di cui meno della metà viene raccolta e smaltita se confrontiamo i dati con quelli anche di altri paesi extra-europei. Ma non solo, squilibrata è inoltre la percentuale con cui tali rifiuti vengono creati in tutto il mondo: dal Nord America che, con appena il 5% della popolazione mondiale, produce il 30% dei rifiuti del Mondo, all’Africa che invece con il 13% delle persone, è responsabile solo del 3% dei rifiuti solidi urbani mondiali. Ad oggi la gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) è attualmente valutata a livello mondiale a oltre 300 miliardi di dollari di entrate e sta crescendo rapidamente. Il mercato si è evoluto, anche se quasi nessuno offre ancora l’intero spettro, tra cui compostaggio, riciclaggio, incenerimento, trattamento biologico e/o gassificazione: ogni fornitore sembra offrire, infatti, soluzioni uniche. Il riciclaggio di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche sembra, secondo le riviste del settore, oggi l’unico che funzioni, essendo applicato nel 93,2% dei casi mentre lo smaltimento dei rifiuti biologici rappresenta invece appena il 6,8%. Una situazione questa che non solo non potrà durare a lungo ma che necessità un continuo ripensamento e presa di coscienza da parte di tutti noi affinché il problema dei rifiuti smetta di essere un problema e diventi invece un’opportunità. E di opportunità già se ne vedono molte.

Ne è un esempio l’americana “TerraCycle” che lavorando con più di 45.000 tra scuole, aziende, gruppi civici e palestre in America, raccoglie vari tipi di rifiuti e crea prodotti e materiali che sostituiscono altri prodotti realizzati con materiali vergini. Un modello di business che va oltre il semplice riciclo e la creazione di prodotti di valore a partire dai rifiuti: si crea qui un brand di valore con i rifiuti utilizzando gli stessi con un marchio. Nascono così prodotti che raccontano al consumatore chi è stato l’ideatore delle materie prime da cui viene il prodotto finale. Ad esempio i sacchetti di succhi di frutta di Capri Sun vengono trasformati in sacchetti per la tote bag; i sacchetti di trucioli usati di Frito Lay vengono riciclati in lattine per la spazzatura e raffreddatori per bevande. Il rifiuto assume così nuova vita sotto forma di prodotto di marca. Sviluppate da scarti alimentari e plastica, si stanno diffondendo anche nella moda le fibre ecologiche. Innovazione e ricerca hanno così permesso di sviluppare e introdurre sul mercato tessuti “green” come, ad esempio, il “Bionic Yarn”: ecologico e resistente, lanciato nel 2009 ed utilizzato anche dai grandi marchi della moda per creare capi denim, tute e borse. Creato da due giovani di New York il tessuto di plastica riciclata nasce grazie all’utilizzo di bottiglie di plastica che vengono prima raccolte, poi fuse insieme ed, infine, divise in fibre creando quello che viene chiamato “Yarn-core” che in seguito viene distribuito in due tipologie: una di questa crea un filato morbido ed elegante grazie all’unione della plastica riciclata con fibre sintetiche o tessili naturali; l’altra composta di sola plastica riciclata, scaldata e filata insieme. Filati, oltre che dalla plastica, nascono anche dagli scarti alimentari, come nel caso di “Orange Fiber” un filato nato dagli agrumi da cui, nel processo di produzione, viene estratta la cellulosa (da ciò che rimane delle arance utilizzate per produrre succhi e profumi per ambienti) ed in seguito trasformata in filo per creare abiti. Dal 2014, anno di nascita dell’azienda, sono nati così speciali tessuti composti da acetato di agrumi siciliani e seta che offrono un modo tutto nuovo di smaltire quegli scarti vegetali che invece spesso vanno buttati. Non solo agrumi comunque ma anche soia distillata e raffinata che viene estratta sotto forma di liquido nel caso della Soybean Protein Fiber, una fibra tessile derivante dalla soia post-oliatura. Un liquido che, sottoposto a polimerazzazione, modifica la sua struttura e viene in seguito cotto per produrre filato creando un materiale che viene in seguito tagliato e termoformato. Gli scarti che derivano dalla produzione della fibra vengono utilizzati poi come mangime, mentre il tessuto ottenuto risulta morbido, permeabile all’aria e all’umidità. Nasce invece dal mais la “Corn Fiber”, un materiale ecologico ottenuto tramite alcune lavorazioni di mais, amidi e legumi che porta alla formazione di un acido poliattico ossia un polimero in grado di essere utilizzato per la creazione di tessuti resistenti all’umidità, al calore e con un alto grado di traspirabilità. Ma sopratutto per la sua particolare capacità di isolante finisce per essere utilizzato in campo edile, nei cappotti, negli intercapedini interni e nei solai.

Processi differenti che puntano però allo stesso obiettivo ossia quello di rendere il rifiuto, ed in questi casi si parla proprio di quei rifiuti biologici che così poco vengono oggi riciclati, un’opportunità, trasformandolo attraverso ricerca ed innovazione, e grazie anche ad una nuova consapevolezza ecologica, in prodotti nuovi ed unici pronti ad essere commercializzati. Del rifiuto biologico, dopotutto, nulla si butta.

Alberto Azario

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Fri, 28 Sep 2018 16:58:13 +0000 https://www.albertoazario.it/post/463/rifiuti-di-marca-ossia-quando-lo-scarto-rinasce-come-prodotto alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Gestione dei rifiuti: negli Emirati raddoppio del business in 5 anni https://www.albertoazario.it/post/462/gestione-dei-rifiuti-negli-emirati-raddoppio-del-business-in-5-anni

Iprogetti legati all’ambiente negli Emirati Arabi Uniti hanno un mercato potenziale stimato dal governo federale in 100 miliardi di dollari nel 2020. Con una quota importante e in rapida crescita nel settore dei rifiuti solidi urbani di cui gli Emirati sono tra i maggiori produttori pro-capite al mondo. Nel solo Emirato di Sharjah, pioniere nella raccolta differenziata, riciclo e trasformazione in energia dei rifiuti, l’economia “verde” varrà oltre 300 milioni di dollari tra due anni dagli attuali 260 milioni.

Le imprese straniere hanno fiutato il business in un’industria non ancora matura e grazie a esperienza ultra decennale e tecnologie d’avanguardia lavorano in joint venture con le aziende locali. Di recente la belga Besix, in consorzio con la svizzera Hitachi Zosen Inova, ha vinto un appalto municipale a Dubai per un impianto di riciclo che trasformerà a regime 5mila tonnellate di rifiuti soldi al giorno in energia. L’italiana Ambienthesis ha appena chiuso una partnership con Beeah, società ambientale di Sharjah.

Zero rifiuti in discarica

«Secondo la Banca mondiale, gli Emirati Arabi Uniti producono circa 2,2 chili di rifiuti solidi urbani a persona al giorno. La società ambientale leader, Beeah, raccoglie circa 3 milioni di tonnellate l’anno. È un settore in crescita veloce» dice Abdalla Alshamsi, console generale degli Eau a Milano. Lo sviluppo accelerato in corso negli Emirati (economico, urbano e demografico) produce molti “scarti” e ha posto sfide significative perché l’obiettivo finale è quello dell’agenda Vision 2021 secondo la quale il 75% di tutti i rifiuti degli Eau dovrebbe essere dirottato dalle discariche entro il 2021 e il 27% del fabbisogno energetico coperto da fonti pulite. «Per questo alle aziende italiane - spiega Alshamsi - si presentano molte opportunità. Un settore importante è l’e-waste di cui gli Eau producono circa 100mila tonnellate l’anno». Del resto, aggiunge, «la trasformazione dei rifiuti in energia è relativamente nuova per gli Emirati e dunque l’attività di gestione integrata dei rifiuti ha raggiunto un tasso di crescita annuale dell’8,5 per cento».

I player

Tanti i player presenti sul mercato, ricorda il diplomatico: «Dalle società governative, come Tadweer, e semi-governative come Beeah a quelle locali: Imdaad, Dulsco, Trashco, Tanzifco e Blue oltre alle aziende internazionali quali Averda, Suez, Veolia. Ma nonostante la folta presenza, un report di Frost&Sullivan prevede che il mercato potenziale dei rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni». Ci saranno da gestire soprattutto i rifuti speciali. «Mentre finora i rifiuti nei Paesi del Golfo sono arrivati per lo più dal settore delle costruzioni - si legge nel report di Frost&Sullivan Research - oggi si assiste alla crescita impetuosa di rifiuti elettornici, scarti industriali pericolosi e materiali biomedicali per i quali c’è bisogno di trattamenti rispettosi dell’ambiente con capacità aggiuntive rispetto a quelle disponibili».

Gli investimenti

Per raggiungere gli obiettivi, fissati al 2021 e al 2030 (per lo zero waste) gli Emirati hanno bisogno di investire in strutture per il trattamento, in particolare di materiali speciali e rifiuti industriali. «La nostra azienda è stata creata nel 2007 per raggiungere gli obiettivi di crescita sostenibile che l’Emirato si è dato e i progressi sono stati rilevanti - dice il presidente di Beeah, Salim bin Mohamed Al Owais - in meno di un decennio abbiamo triplicato il tasso dei rifiuti che non vengono inviati in discarica e ora siamo al 76 per cento, la quota in questo momento pià alta in tutto il Medio Oriente che mette Sharjah sulla strada di raggiungere gli obiettivi scritti nel programma degli Eau “Vision 2021”». Questo processo è stato possibile, prosegue il manager, perché la società ha creato impianti specializzati per tipologia di rifiuti. Per esempio il sito che ricicla la plastica, uno dei più grandi nell’area; quello per penumatici, l’impianto per auto e metalli. In rampa di lancio ci sono siti per processare il legno, recuperare gli oli esausti e la plastica Pet. La società ha piani di espansione nei Paesi Mena: «Ora forniamo servizi anche ad alcuni siti di Dubai - riassume il presidente - abbiamo iniziato operazioni ad Abu Dhabi e aperto un ufficio a Riad e stiamo esplorando le opportunità in Oman e Bahrain».

Nuove leggi

«È un settore in fermento - conferma Gianpaolo Bruno, direttore dell’Ice a Dubai - la sensibilità per la gestione integrata dei rifiuti è in forte aumento anche se ancora un’alta percentuale di questi rifiuti finisce in discarica. A maggio di quest’anno il governo federale ha varato la prima legislazione tra tutti i Paesi del Golfo che dà forma all’ambizione di gestire fuori dalla discarica fino al 75% dei rifiuti solidi generati nel Paese». Le industrie sono state coinvolte nello sforzo con nuove direttive per la riduzione di alcune tipologie di rifiuti. «Gli italiani hanno molte competenze in questo campo - conclude Bruno - grazie a imprese che propongono soluzioni tecnologiche innovative. Nel medio-lungo periodo si apriranno molte occasioni di business. Ma c’è bisogno di fare sistema».

 

Articolo Originale su ilsole24ore.com a firma Roberta Miraglia

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Tue, 18 Sep 2018 17:16:12 +0000 https://www.albertoazario.it/post/462/gestione-dei-rifiuti-negli-emirati-raddoppio-del-business-in-5-anni alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Tilos, dove l’autosufficienza energetica da fonti rinnovabili diventa realtà. https://www.albertoazario.it/post/461/tilos-dove-l-autosufficienza-energetica-da-fonti-rinnovabili-diventa-realta

Piscopi, nascosta nel Dodecaneso ellenico, ai più conosciuta come Tilos, sarà la prima isola, non solo europea, ma probabilmente mondiale, a raggiungere la totale autosufficienza energetica. Grazie ad un progetto europeo, avviato diversi mesi fa, l’isoletta greca riuscirà, probabilmente già a partire dal 2019, ad alimentare il suo intero territorio esclusivamente da fonti rinnovabili. L’isola, che si estende sul mar Egeo per circa 63 km quadrati, è famosa per la sua ricchissima biodiversità, proprio per questo si configura nella quasi totalità come una riserva naturale a cielo aperto, ospitando al suo interno circa 150 specie di uccelli e più di 650 tipi diversi di piante. Diversa dalla famosa movida di Santorini e Mykonos, Tilos diventerà così l’area geografica più sostenibile del Mediterraneo; pronta ad incentivare un turismo “lento” che, basandosi specialmente su verde, tranquillità e ambiente incontaminato, incrementa il numero di popolazione residente sull’isola dai 535 residenti ai quasi 3000, turisti estivi inclusi. Oltre che per le acque cristalline e per la caratteristica forma che ricorda quella di un cavalluccio marino, Tilos è ultimamente salita all’attenzione dei media proprio per la decisione di dare una svolta totale al proprio mix energetico. Fino a poco tempo fa, infatti, l’energia elettrica richiesta dall’isola per i suoi fabbisogni derivava totalmente da un oleodotto sottomarino che la collegava alla vicina isola di Kos. Un metodo che, specie nei momenti di maggior picco di turisti, era affetto da numerosi black-out energetici che costringevano alcune aziende, alberghi e ristoranti ad affidarsi agli inquinanti generatori diesel. La struttura con il tempo ha, inoltre, richiesto sempre più manutenzione fino ad arrivare al momento in cui l’unica possibilità sarebbe stata quella di sostituirla in toto. È stato questo il momento della svolta, ossia quello di staccarsi dalla dipendenza fossile e di invertire la rotta energetica puntando all’autosufficienza sfruttando le normali risorse messe a disposizione gratuitamente, ed a impatto zero, dalla natura.

Quando poi la commissione europea ha scelto, come vincitrice di un bando per l’energia sostenibile nella categoria “Isole dell’energia” la piccola isola greca , finanziando l'opera per l’80 per cento (11 milioni di euro su un costo totale di 13,7 milioni), il progetto pilota, ossia la trasformazione “green” della zona, è cominciata a diventare realtà. Il bando europeo qui citato nasce all’interno di ‘Horizon 2020’, il programma da oltre 200milioni di euro, per l’innovazione e la ricerca, avviato nel 2014 e con termine, appunto, nel 2020 che coinvolge 13 partner da 7 paesi, inclusa l’Italia, sotto la guida dell’Università del Pireo. Il progetto TILOS (Technology Innovation for the Local Scale) ha così inviato un messaggio forte al resto dei paesi europei: “gli schemi alternativi a livello comunitario che promuovono l’immagazzinamento energetico stanno diventando una realtà vitale e un modo per affrontare la sicurezza energetica delle isole”. Ora l’obiettivo futuro sarà quello di estendere tale esperimento anche ad altre isolette d’Europa dalle caratteristiche simili per dimensioni e flusso turistico promuovendo l’autosufficienza energetica grazie alle rinnovabili. Esse sono le candidate ideali per questo genere di impiantistica relativamente all'accumulo elettrico, poiché le soluzioni innovative che prevedono alternative ai carburanti fossili permettono di aggirare i problemi di isolamento, elevato costo del kWh e dipendenza da obsoleti e inquinanti generatori diesel.

“L’intero sistema che abbiamo finora installato e quello a cui stiamo lavorando possono fornire una potenza di quasi 1000 kilowatt: 800 dall’energia eolica e 160 dall’energia solare. Così si potrebbero coprire le esigenze di corrente elettrica dell’isola anche nel picco della stagione turistica in agosto”, ha spiegato John Kaldellis, dell’Università del Pireo. Cuore del progetto non è tanto la realizzazione di un grande impianto solare, realizzato a pochi chilometri dal parco eolico dell’isola di Tilos, quanto la costruzione di due accumulatori, tra l’altro prodotti in Italia, al sodiocloruro di nikel (insensibili alla temperatura esterna e per questo resistenti al caldo e al freddo, ma soprattutto in grado di funzionare, anche parzialmente, a seconda della disponibilità dell’energia rinnovabile), in grado di sfruttare rispettivamente l’energia prodotta (solare ed eolica), immagazzinandola e distribuendola all’interno dell’isola grazie ad una micro rete intelligente “stand alone”, ossia autonoma e capace di alimentare le utenze senza sprechi. Il nuovo impianto permetterà così di immagazzinare e conservare anche l’energia in eccesso prodotta ad esempio nelle giornate ventose o a forte insolazione, per essere sfruttata nei periodi in cui la richiesta è più alta. Il tutto verrà poi regolato con contatori intelligenti nelle case ed una stazione centrale smart, chiamata SCADA, che sarà in grado di gestire il trasferimento energetico in base alle reali esigenze, calibrando produzione e domanda energetica. Una politica, forse a tratti visionaria, quella di Tilos ma che vuole essere già da oggi una promessa per le generazioni future affinché le loro vite non siano più un giorno alimentate da combustibili fossili o all'insegna dei cambiamenti climatici, ma da fonti pulite, locali e sostenibili di energia. Se tutto funzionerà per il meglio ed i test ora in corso sull’impianto avranno buon fine, quella dell’estate 2019 potrebbe essere la prima per Tilos, in cui i suoi abitanti ed i suoi ospiti vivranno utilizzando solo energia rinnovabile.

Alberto Azario

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Mon, 10 Sep 2018 17:39:10 +0000 https://www.albertoazario.it/post/461/tilos-dove-l-autosufficienza-energetica-da-fonti-rinnovabili-diventa-realta alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Operazione spiaggia pulita, ossia quando anche l’economia premia l’ambiente https://www.albertoazario.it/post/460/operazione-spiaggia-pulita-ossia-quando-anche-l-economia-premia-l-ambiente

É notizia di qualche giorno fa il progetto di Raffaele, 23 anni, che ha deciso di girare per le spiagge della sua Ischia per parlare dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Nulla di strano a parte il fatto che la particolare barca utilizzata per questo viaggio sia stata totalmente costruita assemblando le bottiglie di plastica utilizzate dal giovane videomaker durante l’anno passato. Seicento bottiglie, conservate una per una per raccontare al mondo che la plastica è una minaccia. Un progetto semplice, quanto originale, per farci ragionare su quanta plastica consumiamo. E comprendere che la logica dei rifiuti zero non è un’opportunità, ma quasi un obbligo.

Stimare il valore reale delle nostre risorse ambientali al fine di promuovere cambiamenti favorevoli per l’ambiente senza sovraccaricare la crescita economica è uno dei puzzle più impegnativi e complessi da risolvere oggi. Ci aveva provato nel 1981 il presidente americano Ronald Reagan quando, attraverso un’ordinanza esecutiva, alle diverse agenzie federali ordinò la valutazione dei costi e benefici di ogni futura proposta di governo di un certo livello, e, nella maggior parte dei casi, di adottarla solo se i benefici per la società avessero superato le spese. L’analisi costi-benefici ebbe molto successo e fu utilizzata anche dalle amministrazioni successive nonostante porti ad analizzare benefici non “prezzati” in un tipico ambito di mercato. Mai prima si era pensato quanto fosse importante garantire ai cittadini acqua potabile più sana o minori esposizioni ad agenti inquinanti. Ed invece i risultati di queste analisi ci hanno dato un chiaro esempio di quanto importante sia, anche per l’economia oltre che per l’ambiente, mantenere un buon rapporto con la Terra: le attività all’aria aperta, per il Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti, sono valutate, infatti, 373 miliardi di dollari annui per l’economia. Il 2% del prodotto interno lordo, più dell’agricoltura e dell’industria estrattiva e delle materie prime, quasi il contributo economico della difesa.

Insomma in un ambiente più salubre i cittadini ed i turisti in generale sono più propensi a viaggiare, spendere ed effettuare attività. Non sorprende quindi che oggi in Italia le strade delle nostre città d’arte o le periferie colme di rifiuti possano portare un danno incalcolabile all’immagine del nostro Paese. Vedere poi gli stessi turisti fotografare con i loro smartphone questi cumuli di rifiuti lascia a noi l’amaro in bocca ed a loro il ricordo di un Paese bello come il nostro ma, troppo spesso, tremendamente trascurato da amministrazioni, incuria e mancanza di senso civile.

Di tutti quei milioni di persone che si dirigono fuori città in estate, sia in giornata verso un lago nei dintorni, sia per fare un viaggio lungo un mese, immagino che nessuno di loro vorrebbe trovarsi in una spiaggia cosparsa di aghi di siringhe, bottiglie di plastica e reti da pesca abbandonate. Pulire i rifiuti marini è però costoso, e difficile per le comunità recuperare i costi, specialmente per ciò che riguarda le spiagge libere con accesso gratuito. Da recenti ricerche per stimare l’aumento della spesa in termini di viaggi e tempo impiegato dalle persone per evitare spazzatura e rifiuti si evince che i visitatori di queste spiagge sarebbero stati d’accordo nel sostenere costi aggiuntivi maggiori a fronte di trovarsi in spiagge più pulite. Molti amministratori e comunità locali proprio da stime come questa calcolano quanto denaro questo tipo di attività aggiunge alle economie locali tramite le rimesse dirette, e così i villeggianti pagano i redditi dei lavoratori coinvolti prenotando le loro stanze d’albergo, e la stessa spesa finanzia anche gli investimenti locali tramite le tasse pagate dagli alberghi stessi. Ci si trova in un circolo dove ogni parte è collegata a quella successiva ed ovviamente l’ambiente è uno degli aspetti che più deve essere considerato. Le decisioni sulle destinazioni ricreative fanno così vedere il valore che le persone attribuiscono all’ambiente in sé: più servizi e più opportunità vengono offerte e più si è disposti a spostarsi anche per molti km in cerca della location migliore. Se ad esempio un’alta percentuale di batteri pericolosi ha fatto chiudere una spiaggia che si stava pensando di visitare, sicuramente ci si sposterà fino ad una spiaggia più lontana, ma con il mare pulito. Nel caso invece di disastri ambientali su vasta scala, come fu quello nel Golfo del Messico nel 2010 per la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon di British Petroleum, molti turisti si sono trovati probabilmente a cancellare in toto le loro vacanze. Un evento di questo tipo ha così causato un calo del 9% nei viaggi verso la Florida nordoccidentale, causando una perdita economica totale da $ 252 milioni a $ 332 milioni in tutta la Florida e negli immediati dintorni. Prima di questi eventi era normale pensare che l’ambiente fosse a disposizione dei concessionari delle spiagge, o magari delle aziende impegnate nel recupero di combustibili fossili, tanto per citarne qualcuno. Ed invece è chiaro ormai che l’ambiente è un bene troppo grande per essere di qualcuno. Dare un prezzo alle risorse naturali oggi ha incoraggiato anche gli stessi amministratori a riconoscere la finitezza del capitale naturale ed una stima di tale valore rende possibile usare il potere dei mercati per progettare politiche e regole che avvantaggino tutti proprio perché l’ambiente è di tutti, e la sua salvaguardia deve essere una delle nostre priorità. Non solo perché si presenta come un bene anche economico ma soprattutto perché è il mondo in cui viviamo.

Alberto Azario

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Mon, 3 Sep 2018 16:59:10 +0000 https://www.albertoazario.it/post/460/operazione-spiaggia-pulita-ossia-quando-anche-l-economia-premia-l-ambiente alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
TARI sempre più costosa, nonostante la crescita della differenziata https://www.albertoazario.it/post/459/tari-sempre-piu-costosa-nonostante-la-crescita-della-differenziata

Secondo i più recenti dati Istat sulla raccolta differenziata risulta che ogni italiano nel 2016 ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti (496,7 Kg, +2,2% sul 2015) e ora ne differenzia oltre la metà, il 52,5% del totale in crescita di 5 punti percentuali sul 2015. I livelli più alti di produzione dei rifiuti si trovano in Emilia Romagna e Toscana, mentre Molise e Basilicata sono le regioni in cui se ne producono di meno. Per quanto riguarda poi carta e cartone, con quasi 3,3 milioni di tonnellate di materiale cellulosico raccolto dai Comuni (+52.600 tonnellate rispetto all'anno precedente) e un pro-capite che supera i 54 kg/abitante, la raccolta differenziata in Italia nel 2017 è cresciuta del 1,6% rispetto al 2016. Risultati importanti che confermano il trend di incremento degli ultimi anni e che testimoniano come la raccolta differenziata sia ormai un'abitudine consolidata di senso civico. Oggi, seppur con un pianeta in grave pericolo, un popolo sempre più vasto sostiene l’ambientalismo e moltissime sono le buone pratiche positive da valorizzare. A spingere il positivo risultato annuale è stato il Sud Italia con un +6,1%; a livello di raccolta pro-capite, l'Abruzzo ha confermato le performance migliori dell’area, mentre il Centro Italia è cresciuto dell'1,6% grazie soprattutto alle performance della già virtuosa Toscana. La stima per il 2017 è, invece, che “l’85% delle famiglie effettui con regolarità la raccolta differenziata della plastica (39,7% nel 1998), il 74,6% dell'alluminio (27,8%), l'84,8% della carta (46,9%) e l'84,1% del vetro (52,6%)”.

Ma quasi 7 famiglie su 10 ritengono che il costo della raccolta dei rifiuti sia ancora troppo elevato. A fronte di un maggior uso della differenziata, e quindi di un minor numero di rifiuti da conferire in discarica, gli ultimi dati di Confcommercio ci dicono, infatti, che la TARI “pagata da cittadini e imprese è sempre più alta e in continua crescita: nel 2017 è arrivata, nel complesso, a 9,3 miliardi di euro con un aumento di oltre il 70% negli ultimi sette anni, nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti”. Costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese che derivano, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, nonché da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi.

Il presupposto per il pagamento della TARI, tanto per essere precisi, è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, suscettibili di produrre rifiuti urbani. La nuova tassa sui rifiuti prevede, quindi, che la somma da versare al Comune sia dovuta dagli inquilini, indipendentemente se proprietari o affittuari. Inoltre, in caso di pluralità di possessori o di detentori, essi sono tenuti in solido all'adempimento dell'unica obbligazione tributaria. In caso di detenzione temporanea di durata non superiore a 6 mesi nel corso dello stesso anno solare, la TARI è dovuta soltanto dal possessore dei locali e delle aree a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione o superficie. Nel caso invece di locali in multiproprietà e di centri commerciali integrati, il soggetto che gestisce i servizi comuni è responsabile del versamento della Tari dovuta per i locali e le aree scoperte di uso comune e per i locali e le aree scoperte in uso esclusivo ai singoli possessori o detentori, fermi restando nei confronti di questi ultimi gli altri obblighi o diritti derivanti dal rapporto tributario riguardante i locali e le aree in uso esclusivo. Non è dovuto, invece, il pagamento della TARI nel caso in cui un immobile sia chiuso, privo di arredi e senza utenze allacciate (acqua, gas, elettricità) poiché in questo modo risulta in obiettive condizioni di non utilizzabilità. Allo stesso modo l’attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione idrica, elettrica, calore, gas, telefonica costituirebbe presunzione semplice dell’occupazione o conduzione dell’immobile e la conseguente attitudine alla produzione di rifiuti, mentre l’applicazione della tassa deve ritenersi esclusa per gli immobili inutilizzati nell’ipotesi in cui gli stessi siano privi di arredi e di allacciamento ai servizi di rete.

A fronte, come già detto, di una distorta applicazione dei regolamenti da parte delle amministrazioni locali e di conseguenza a costi eccessivi ed ingiustificati per cittadini ed imprese, non sorprende più di tanto scoprire che, questa volta grazie ad un’analisi di Crif Ratings condotta sui bilanci dei comuni italiani sui mancati incassi su base pro capite relativi alla tassa rifiuti del 2016, proprio la TARI sia oggi la tassa più evasa d’Italia. A livello nazionale, infatti, sempre secondo il report, ogni anno mancherebbe all’appello circa il 20% dei corrispettivi dovuti: un ammanco pari a 1,8 miliardi di euro nel 2016 per le casse degli enti locali (nel triennio 2014-2016 si è attestato mediamente intorno ad 1,7mld annui). Un grave problema per le amministrazioni comunali che hanno già spedito nelle case i bollettini per la prima tranche della Tari e che, ormai da anni, sono costrette a coprire il buco relativo al mancato incasso rastrellando risorse in origine messe a bilancio per altri servizi, spesso, purtroppo, dovendo risparmiare anche sulla manutenzione cittadina.

Per limitare tale problema, oltre a limitare il continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi anche quando non necessariamente necessari da parte dei comuni, sarebbe a mio avviso urgente impostare una profonda revisione dell’intero sistema rifiuti che possa focalizzarsi sul principio europeo del ‘chi inquina paga’ tenendo inoltre conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni. Considerato che negli ultimi sette anni la sola TARI è cresciuta di quasi quattro miliardi, per liberare le imprese dal peso delle inefficienze locali di gestione, e non porre i cittadini a pagare più di quanto dovuto, servono obbligatoriamente meno costi e meno burocrazia.

Alberto Azario

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Wed, 29 Aug 2018 10:49:38 +0000 https://www.albertoazario.it/post/459/tari-sempre-piu-costosa-nonostante-la-crescita-della-differenziata alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Desertificazione, problema non solo globale ma anche italiano. https://www.albertoazario.it/post/458/desertificazione-problema-non-solo-globale-ma-anche-italiano

Da quanto è stato diffuso dalle Nazioni Unite entro i prossimi anni almeno 50 milioni di persone sarebbero a rischio di sfollamento a causa di uno dei più grandi problemi ambientali che più mettono a rischio il nostro Pianeta: la desertificazione. Anche per questa ragione, simbolicamente, è stata istituita una Giornata mondiale per analizzare il tema e proporre soluzioni reali, che ogni anno cade nella giornata del 17 giugno. La desertificazione, tanto per chiarire meglio il termine, è il costante degrado degli ecosistemi a causa delle attività umane - tra cui l'agricoltura non sostenibile, l'estrazione mineraria, i pascoli per l’allevamento intensivo e la bonifica dei terreni - e dei cambiamenti climatici. Un problema gravissimo che potrebbe portare, già nel 2025, un miliardo ed 800 milioni di persone a vivere in condizioni di assoluta scarsità d’acqua. Per arginare il problema nel 1994 è stata istituita la Convenzione delle Nazioni unite contro la desertificazione (UNCCD), un accordo internazionale legalmente vincolante che collega ambiente e sviluppo alla gestione sostenibile del territorio. Anche se il degrado del territorio è un problema globale, avviene localmente e richiede, infatti, soluzioni locali. I paesi che hanno sottoscritto l’accordo si impegnano a mantenere e ripristinare la produttività del suolo al fine di mitigare gli effetti della siccità nelle zone aride in cui si trovano alcuni degli ecosistemi e dei popoli più vulnerabili. La Convenzione appena citata basa la sua azione principalmente su tre pilastri: i sistemi di allarme rapido (utili per agire prontamente al presentarsi del problema e prima che sia già troppo tardi); la valutazione del rischio (in cui si analizza la possibile mancanza di pioggia su paesaggio e società); l’applicazione di misure di mitigazione del rischio di siccità (come ad esempio lo sviluppo di schemi di irrigazione sostenibili per colture e allevamenti di bestiame o acqua che potrebbe stimolare il riciclo e il riutilizzo della risorsa idrica). Secondo l’Onu è, però, indispensabile oggi anche un cambiamento nelle nostre pratiche di uso del suolo attraverso l’agricoltura sostenibile e l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Senza una soluzione a lungo termine, la desertificazione e il degrado del territorio non solo influenzeranno l’approvvigionamento alimentare, ma causeranno un aumento delle migrazioni e minacceranno la stabilità di molte nazioni”, ha ammonito il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

La desertificazione è una minaccia per le terre aride e semi-aride delle aree più povere del Pianeta, che sono anche le più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma sono più di 110 i paesi potenzialmente a rischio di desertificazione. La desertificazione colpisce l’8% del territorio dell’Unione europea, in particolare nell’Europa meridionale, orientale e centrale. Regioni che, con circa 14 milioni di ettari colpiti, mostrano un’elevata sensibilità alla desertificazione. Anche l’Italia è stata inclusa nei paesi potenzialmente soggetti a fenomeni di desertificazione, tanto che il tema è pienamente trattato nella Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico in via di completamento. Di fronte ad una minaccia sempre più reale così ha commentato il neo ministro dell’Ambiente: “Un quinto del nostro Paese è a rischio desertificazione: sicuramente il Sud Italia è particolarmente vulnerabile, ma ormai anche il Centro è coinvolto. Siamo in piena emergenza […] Non è possibile pensare a una politica di contrasto contro il depauperamento del nostro territorio senza interrogarci complessivamente sulle strategie globali, come Paese Italia e anche nel resto d’Europa”. Inoltre, secondo i dati del Centro Euro-mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, “entro fine secolo in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi: si prevede un’estremizzazione del nostro clima, con fortissime precipitazioni e periodi di aridità”. Bisogna, quindi, agire subito, anche in Italia, con interventi mirati e prima che sia troppo tardi, attuando una riflessione sistemica sulle azioni da intraprendere che consenta di interrogarci non solo sul depauperamento del nostro territorio, ma anche di assumere una visione globale focalizzandosi, inoltre, su uno dei problemi più gravi nel nostro Paese, ossia l’eccessivo sfruttamento dell’acqua. Ad oggi, infatti, si sta utilizzando il 30% delle risorse disponibili mentre l’obiettivo europeo ci indica una soglia del 20%.

Il rapporto Global Risks pubblicato da World Economic Form classifica la crisi idrica come il rischio maggiore nel prossimo decennio per il nostro Pianeta e ha posto tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile grande attenzione al tema dell’acqua. Ma cosa si può realmente fare per limitare il problema della desertificazione? Sicuramente si deve agire prontamente ed in diversi modi, in primis garantendo una migliore gestione delle risorse idriche già esistenti (risparmio, raccolta dell'acqua piovana, dissalazione o uso diretto dell'acqua di mare per le piante), infine arricchendo e fertilizzando il terreno con particolari tipi di semina, nonché puntando al rimboschimento e alla rigenerazione degli alberi nelle zone a rischio. In Israele, ad esempio, per ripristinare il Mare di Galilea, noto anche come Lago di Tiberiade, (la più grande riserva naturale di acqua dolce del Paese situata a 200 metri sotto il livello del mare e a 28 miglia dalla costa), è in progetto l’immissione di oltre 100 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata all’anno entro il 2022 per scongiurare il grave problema di siccità che ha portato il livello d’acqua dai 400 milioni di metri cubi all’anno di dieci anni fa all’irrisoria cifra di 30-40 metri cubi all’anno odierna. Un’operazione sicuramente innovativa e coraggiosa per riportare l’equilibrio in uno dei bacini d’acqua che più hanno subito la siccità in questi ultimi anni.

I cambiamenti climatici, generati anche questi dalle attività dell’uomo, hanno un ruolo determinante nell’intensificarsi dello stress idrico del pianeta. Mentre i boschi di tutto il pianeta si stanno riducendo i deserti sono in continua espansione ed ogni anno circa sei milioni di ettari di terreno subiscono il processo di desertificazione. La desertificazione rappresenta una delle minacce più gravi cui l’intero pianeta deve far fronte, dal cibo che mangiamo, ai vestiti che indossiamo, fino alle case in cui viviamo, tutto deriva dalle risorse del territorio, in grave pericolo a causa del degrado del suolo.

Alberto Azario

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Sat, 25 Aug 2018 18:00:18 +0000 https://www.albertoazario.it/post/458/desertificazione-problema-non-solo-globale-ma-anche-italiano alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
Decreto “Terra dei fuochi” : il Governo legifera su ambiente e rifiuti. https://www.albertoazario.it/post/457/decreto-terra-dei-fuochi-il-governo-legifera-su-ambiente-e-rifiuti

A seguito dei tanti ed estesi roghi avvenuti in questi anni, e specialmente in queste settimane, su tutto il territorio italiano, lunedì 2 luglio “è passato finalmente il decreto legge Terra dei fuochi”. Ad annunciarlo il nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa tramite una diretta Facebook. La novità principale di tale decreto è il passaggio dal ministero dell’Agricoltura a quello dell’Ambiente della competenza sulle bonifiche delle discariche abusive, sulla tutela idrogeologica e sull'economia circolare per, secondo le parole del ministro, “dare la possibilità di iniziare un percorso per tutto il territorio nazionale”.

Quella che è entrata nell’immaginario collettivo come Terra dei Fuochi, la “Terra Mala”, terra cattiva tra le province di Caserta e Napoli famosa per i milioni di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente e interrati nel suo territorio, è stata uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese. Campi nomadi autorizzati sui cumuli di immondizia, colonne di fumo nero, discariche illegali aperte come enormi voragini, bambini ammalati, uomini e donne costretti a convivere con il veleno ogni giorno; questa terra vittima del business miliardario che ha legato l’imprenditoria del Nord alla camorra e alla politica campana ha segnato per sempre la vita di tanti italiani che in quella terra ci sono nati e vogliono continuare a viverci ancora oggi. L’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del gennaio 2016 ci dà comunque un’idea di quanto complicata sia la situazione: nella zona della Terra dei Fuochi l’incidenza dei tumori negli uomini è superiore dell’11% e nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale. La “Terra Mala” è oggi così una terra tormentata da un inquinamento visibile e invisibile, che spesso è una condanna a morte, ma è anche il racconto di chi ha scelto caparbiamente di non abbandonare quel territorio. Le istituzioni e le leggi oggi hanno un dovere preciso, agire per permettere di bonificare quei territori e ridare la speranza a chi in quelle terre ha deciso di viverci comunque e nonostante tutto. E non è un caso che la presentazione del Decreto-legge sia avvenuta, oltre che sui social, nell’undicesima edizione del Festival dell’Impegno Civile a Casa don Diana (vittima di camorra nel 1994) nell’ambito del Don Diana day, luogo naturale per la presentazione di un provvedimento che nasce dalla denuncia e dalla resistenza del popolo campano che non ha mai smesso di denunciare i traffici dei rifiuti e di chiedere l’avvio delle bonifiche da molto tempo promesse, ma non ancora partite. Territori che per primi hanno intuito che il problema ambientale è di carattere nazionale e sicuramente non circoscritto a singole province o regioni. Bisogna infatti guardare alla Terra dei fuochi con particolare attenzione, anche e sopratutto perché tale fenomeno dalla Campania si sta esportando velocemente anche nel resto d’Italia specialmente al Nord come testimoniano i recenti dati della Commissione d’inchiesta sull’Eco-mafia.

Sono troppi sicuramente i quasi 300 incendi avvenuti in questi ultimi tre anni nei siti di stoccaggio dei rifiuti in tutta Italia. L’intenzione del Governo è ora quella di considerare anche questi luoghi come siti sensibili, cioè siti che possano entrare nel piano coordinato di controllo del territorio, gestito da ogni prefettura con l’ausilio di tutte le forze dell’ordine, per un sovrappiù di controllo preventivo, in maniera tale che si possa “avere un’ulteriore garanzia preventiva per il cittadino e per l’imprenditore che può subire un eventuale danno”. Oltre agli interventi sulla cosiddetta Terra dei fuochi, passano al ministero dell’Ambiente anche le competenze sul dissesto idrogeologico e i relativi fondi sulla tutela del territorio. Dal Governo sembra che tali soldi ci siano, sopratutto fondi UE utilizzabili a fronte della presentazione di progetti credibili: priorità alle discariche orfane, ovvero quelle in cui non è stato individuato colui che ha inquinato. Nelle pieghe del bilancio il ministero avrebbe già recuperato i primi 20 milioni di euro messi a disposizione per la Terra dei Fuochi in Campania, con l’obiettivo di iniziare con provvedimenti tecnici e studi per arrivare alla messa in sicurezza definitiva e permanente, in sintesi queste zone non potranno più inquinare, né rilasciare veleni. Il Ministro Costa non ha usato inoltre, durante la presentazione del Decreto, mezzi termini: “Chiedo che la legge sugli eco delitti del 2015 venga tagliandata. Chiedo il Daspo ambientale: chi ha inquinato se ne vada dalle nostre terre. Chiedo che anche alcuni reati ambientali (per esempio illecita gestione dei rifiuti e traffico non organizzato dei rifiuti), che oggi sono dei reati contravvenzionali, diventino delitti, con una misura afflittiva più consistente. E chiedo una terza cosa: che il sistema di confisca applicato ai mafiosi venga applicato anche agli eco-mafiosi, che per me non sono solamente coloro che sono associati a un clan, ma sono coloro che hanno inquinato le nostre terre”.

Vale la pena precisare che il decreto “si riferisce a tutte le terre dei fuochi che attraversano il Paese, non solo quelle della Campania, ma tutte quelle che possono emergere o che già ci sono”. Il decreto “Terre dei fuochi” estenderà così gli strumenti usati in Campania a tutte le aree caratterizzate da rifiuti interrati, inquinamento del sottosuolo e delle falde acquifere e roghi tossici. Inoltre per la prima volta si è parlato di economia circolare all’interno della nostra legislazione e anche questo sarà di competenza del ministero dell’Ambiente. Un nuovo sistema economico che consente di immaginare “un nuovo sistema di fare impresa ambientale, dando agli imprenditori la garanzia di poter procedere bene e al cittadino la garanzia che quello che è un prodotto sano, che gli imballaggi verranno visti con uno sguardo diverso, che il prodotto verrà reimpiegato, che le materie prime seconde potranno essere una risorsa” sarà quindi più possibile in futuro. Bisognerà però saper rimuovere adeguatamente gli ostacoli burocratici presenti ed agevolare la nascita di un nuovo paradigma economico.

Alberto Azario

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Mon, 20 Aug 2018 07:23:46 +0000 https://www.albertoazario.it/post/457/decreto-terra-dei-fuochi-il-governo-legifera-su-ambiente-e-rifiuti alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La -Terra Mala- dalla Campania si sposta al Nord Italia https://www.albertoazario.it/post/455/la-terra-mala-dalla-campania-si-sposta-al-nord-italia

Entrata nell’immaginario collettivo come Terra dei Fuochi, la “Terra Mala”, terra cattiva tra le province di Caserta e Napoli famosa per i milioni di tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente e interrati nel suo territorio non si limita ad esistere solamente nei territori Campani. Recenti inchieste ci rivelano, infatti, che uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese, con dinamiche simili, si sta “presentando” anche in altri regioni italiane: dal Friuli Venezia Giulia fino al Piemonte, passando per la Lombardia, sempre più spesso si verificano roghi di immondizia, tanto che il fenomeno ha i contorni di una vera e propria “terra dei fuochi del Nord”. Dello scempio del territorio campano, probabilmente iniziato alla fine degli anni ’80 quando venne stipulato un diabolico patto tra politici, camorristi, mafiosi e servizi deviati per sotterrare milioni di tonnellate di rifiuti tossici, si è cominciato a parlarne nel febbraio 1991 quando, per caso, un camionista proveniente da Cuneo venne colpito da alcune gocce di un liquido corrosivo che portava nel suo mezzo all’interno di 571 fusti di rifiuti tossici pronti ad essere riversati nella campagne di Sant’Anastasia, a Nord di Napoli. Oggi scopriamo che l’incidenza dei tumori in quel territorio, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del gennaio 2016, negli uomini è superiore dell’11% e nelle donne del 9% rispetto alla media nazionale: sono state riscontrate, inoltre, patologie precise che possono colpire ogni fascia d’età. Dati che non possono lasciare indifferenti ne sottovalutati sopratutto ora che il fenomeno si sta spostando anche al Nord Italia.

C’è puzza di bruciato dietro l’escalation di incendi sospetti che ormai da anni divampano in centinaia di impianti di gestione dei rifiuti da Nord a Sud. Sullo smaltimento dei rifiuti speciali, quelli più pericolosi per la salute, è probabilmente in corso un’autentica guerra: negli ultimi tre anni, specialmente al nord (Lombardia in testa) ma anche nel resto della penisola, più di 250 impianti di trattamento, stoccaggio o deposito dei rifiuti speciali hanno preso fuoco, mandando in fumo macchinari e in circolo veleni di ogni sorta. Il fenomeno ha interessato tutta la filiera del rifiuto, dal prelievo allo stoccaggio, dal trattamento al riciclo e riutilizzo, ma a colpire è il fatto che solo il 10% dei roghi è avvenuto nelle discariche e ben il 90% in impianti di selezione, trattamento e stoccaggio. In particolare quelli medio piccoli, meno soggetti ai controlli, di più agile autorizzazione, ma in grado di accogliere grandi quantità di rifiuti che, se accumulati e incendiati, possono dare luogo a roghi della durata di settimane. Per giunta il 40% degli incendi è avvenuto nelle regioni settentrionali: quattro roghi su dieci sono stati registrati al Nord e nell’ultimo anno in Lombardia è divampato un incendio al mese. Dai dati raccolti (tra Arpa - l’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale, procure della Repubblica e Vigili del fuoco) e su cui la commissione bicamerale di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti (giornalisticamente nota come commissione “Ecomafie”) ha svolto approfondimenti si contano in regione 33 episodi, la maggioranza dei quali distribuiti nelle province di Milano (8), Brescia (7) e Pavia (6). Roberto Pennisi, magistrato della Dna, sul punto è stato esplicito: “Bruciare è la migliore scorciatoia, quando vuoi guadagnare di più”. Così i siti di stoccaggio vengono riempiti di materiale. Poi scoppia invariabilmente un incendio e tutto finisce in fumo. Velenosissimo, tanto da far evacuare di volta in volta centinaia, anche migliaia di residenti nell’area interessata dal rogo di turno.

Il flusso dei rifiuti, che una volta venivano spediti dal Nord al Sud del Paese, ha registrato un’inversione, dovuta alla presenza al nord di strutture di smaltimento migliori: 2.700 in Lombardia e 1.500 in Veneto ad esempio. Cosa che porta molti impianti ad avere un carico eccessivo di rifiuti, ben oltre il limite consentito per un certo deposito. Spediti nei siti di destinazione finale spesso questi rifiuti non vengono gestiti in modo corretto, saltano le regolari tappe di smaltimento intermedie, e finiscono abbandonati o bruciati senza subire i corretti trattamenti previsti dalla legge. Nasce così una zona grigia di illeciti e non rispetto delle norme che trova ragione in presenza di un ciclo dei rifiuti che non funziona e che non ha impianti funzionanti sufficienti. Perché se tra le motivazioni degli incendi può esserci la cattiva gestione dei rifiuti negli impianti, è altrettanto vero che gran parte di questi roghi è di natura dolosa. Alcuni stabilimenti potrebbero, infatti, stoccare anche materiali per i quali non sono autorizzati, come i rifiuti pericolosi o rifiuti derivanti dal traffico illegale. Chi non ha le carte in regola, insomma, potrebbe essere tentato dal fuoco. E così, in una filiera sempre più in sofferenza, trovano spazio iniziative illegali ed eco-mafie: i rifiuti sono stipati in capannoni abbandonati - sempre più numerosi a causa della crisi economica - e lì poi vengono lasciati o incendiati, con il conseguente rilascio di sostanze tossiche come la diossina. Come fa notare la Commissione: “Il fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento dei rifiuti […] sposta necessariamente l’attenzione di tutti i soggetti attivi nella difesa della legalità ambientale dal tema “classico” della combustione illecita di rifiuti […] al tema dell’interdipendenza tra eventi incendiari e mancata corretta chiusura del ciclo dei rifiuti”.

Ad aggravare una situazione già critica è giunta inoltre anche la decisione della Cina di bloccare da gennaio l’importazione di rifiuti plastici provenienti dall’Europa. Un peso da sopportare non indifferente, se si considera che, nel 2016, la Cina ha importato oltre 7 milioni di tonnellate di questi rifiuti, il 70% della produzione mondiale. I flussi di materie che prima andavano all’estero ora restano nel nostro Paese. E anche se mancano gli impianti in qualche modo devono essere smaltiti. Purtroppo c’è chi sceglie ancora come mezzo primario per smaltire i rifiuti proprio il fuoco.

Alberto Azario

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Wed, 8 Aug 2018 18:34:30 +0000 https://www.albertoazario.it/post/455/la-terra-mala-dalla-campania-si-sposta-al-nord-italia alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)
La lotta delle istituzioni contro i rifiuti, dalle telecamere alle nuove norme UE https://www.albertoazario.it/post/454/la-lotta-delle-istituzioni-contro-i-rifiuti-dalle-telecamere-alle-nuove-norme-ue

Chi lascia divani, chi abbandona sedie, chi materassi appoggiati al muro. Il malcostume di alcuni cittadini non smette di esistere ne di stupire, con il rischio che i cassonetti diventino presto delle discariche a cielo aperto. L’usanza di lasciare rifiuti ingombranti infatti sui marciapiedi vicino ai punti di raccolta dell’immondizia è una pratica che praticamente ognuno di noi ha visto, purtroppo, almeno una volta nella sua vita. Anche quando ci sono servizi funzionanti per risolvere questo problema, ed ormai è in ogni cittadina così grazie sia a zone di conferimento rifiuti ingombranti sia a numeri verdi dei comuni che addirittura, previo appuntamento, giungono a casa a ritirare tali beni da conferire in discarica e/o riciclare; tale forma di inciviltà continua, in alcuni casi, ad esistere. La tecnologia ci viene ora in soccorso per arginare e superare questo problema: contro i rifiuti selvaggi arrivano le cosiddette “fototrappole”. Le amministrazioni comunali si stanno munendo infatti di telecamere nascoste nei pressi dei cestini della spazzatura presenti in città come deterrente nei confronti di quei cittadini che, in modo particolare nei mesi estivi, abbandonano in modo incontrollato i propri rifiuti in aree pubbliche, ai lati delle strade o nelle campagne, generando non solo un problema di sostenibilità economica per le casse comunali nel dover commissionare continui servizi di raccolta straordinaria ma anche e soprattutto di decoro urbano e di civiltà. Lotta ai rifiuti ingombranti che si unisce in questo caso anche a quella di colpire coloro i quali scambiano i singoli cestini per discariche pubbliche abbandonando, ad esempio, sacchetti con rifiuti di ogni tipo, compresa la frazione umida, in molti casi scarti domestici lasciati da chi non attua la raccolta differenziata. Le telecamere, opportunamente nascoste, scattano immagini nel momento in cui rilevano movimenti, immagini che restano a disposizione della Polizia locale alcuni giorni e che permettono di vedere chi abbandona i rifiuti. Subito dopo scattano le verifiche da parte della Polizia e dell’Ufficio Ambiente del Comune e, una volta risaliti ai diretti responsabili delle violazioni, le sanzioni le quali possono essere pecuniarie o anche di rilevanza penale (con segnalazioni inoltre anche all’Ufficio Tributi per verificare se tali soggetti siano in regola con il pagamento della Tari ossia la tassa sulla raccolta dei rifiuti). Eppure basterebbe un po di senso civico in più per evitare alla nascita questi comportamenti, ed una nuova concezione del rifiuto come risorsa e non più solamente come oggetto da dimenticare in discarica o ancora peggio in mezzo ad una strada. Forse con il passare del tempo questi concetti verranno meglio assimilati da cittadini ed amministrazioni e nuove norme potranno aiutare a produrre meno rifiuti e, quando ciò non è possibile, ad aumentare in modo sostanziale il riciclaggio dei rifiuti urbani e dei rifiuti d’imballaggio.

 

Intanto a partire dal 4 luglio sono entrate in vigore quattro nuove direttive UE, di cui avevo già parlato qualche settimana fa, studiate al fine di promuovere i principi dell’economia circolare ed intensificare l’uso delle energie rinnovabili. Il Pacchetto “Circular Economy” comprende tra le Direttive dell’Unione Europea, del Parlamento Europeo e del Consiglio, la direttiva 2018/849, la direttiva 2018/850, la direttiva 2018/852 e la direttiva 2018/851. L’ambizioso pacchetto di misure sull’economia circolare, voluto fortemente dalla Commisssione europea, è stato adottato per aiutare le imprese e i consumatori europei a compiere quella transizione necessaria verso un’economia circolare, in cui le risorse siano utilizzate in modo più sostenibile. Solo utilizzando, infatti, al massimo tutte le materie prime, i prodotti e i rifiuti si potrà ricavarne il massimo valore, favorendo i risparmi energetici e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. In sostanza, le azioni proposte contribuiranno a "chiudere il cerchio" del ciclo di vita dei prodotti, incrementando il riciclaggio e il riutilizzo e arrecando vantaggi sia all’ambiente che all’economia. Le nuove norme adottate in questi giorni rappresentano la normativa in materia di rifiuti più moderna al mondo, un campo in cui l’UE sta dando l’esempio che altri dovrebbero imitare. L’inasprimento delle norme per il calcolo delle percentuali di riciclaggio aiuterà, inoltre, a monitorare meglio i progressi realmente compiuti nella realizzazione dell’economia circolare. I componenti biologici e tecnici di un prodotto creato con quest’ottica sono progettati, infatti, col presupposto di adattarsi all’interno di un ciclo dei materiali, progettato per lo smontaggio e la riproposizione. Smaltire in discarica i rifiuti non ha alcun senso in un’economia circolare, oltre a costituire un rischio d’inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria. Entro il 2035 i rifiuti urbani smaltiti in discarica dovranno essere così essere ridotti, fino a costituire al massimo il 10% del totale dei rifiuti urbani prodotti.

Riuso, riciclo e recupero sono oggi le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformino da problema in risorsa. Studi effettuati sull’argomento promettono infatti come, solo in Europa, l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, può dare una spinta al PIL di circa 7 punti percentuali addizionali. Karmenu Vella, Commissario per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, ha dichiarato: “L’approvazione definitiva delle nuove norme dell’Unione sui rifiuti da parte del Consiglio segna un momento importante per l’economia circolare nel nostro continente. I nuovi obiettivi di riciclaggio e smaltimento in discarica tracciano un percorso credibile e ambizioso per una migliore gestione dei rifiuti in Europa. Nostro compito principale è ora garantire che le promesse sancite in questo pacchetto legislativo siano concretizzate. La Commissione intende fare il possibile perché la nuova legislazione dia risultati sul campo.”

Alberto Azario

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Wed, 1 Aug 2018 17:23:35 +0000 https://www.albertoazario.it/post/454/la-lotta-delle-istituzioni-contro-i-rifiuti-dalle-telecamere-alle-nuove-norme-ue alberto.azario@greenholding.it (Alberto Azario)